sabato 21 luglio 2012
"Quando c'è la morte non ci siamo noi": ma mentre sta arrivando, ci siamo eccome.
Epicuro, patrono di tutti quei tonti che combattono contro ignoranza e superstizione, non può prenderci in giro. I farmaci di questo medico ellenistico, sortiscono il loro effetto solamente nei confronti di saggi compiaciuti della loro serenità olimpica, e anche in costoro, solo nel fugace lasso di tempo in cui leggono le massime di Epicuro stesso. "Quando c'è la morte non ci siamo noi", diceva il saggio, che forse non è abbastanza saggio da accorgersi che la "paura della morte", da cui vorrebbe liberarci", non è che un'espressione rovesciata ed impropria della situazione emotiva in cui concretamente ci troviamo quando la avvertiamo. La paura della morte è autentica infatti soltanto come terrore. E' il sopraggiungere della morte, non il suo "stato", a generare angoscia. Il suo profilarsi fenomenico come disgregazione del nostro corpo, con tutte le immagini di fuoriscita di sangue, perdita dei liquidi, spasmi polmonari che porta con sé, è il timore originario dell'uomo di fronte la morte, da cui Epicuro, se vuole fregiarsi del titolo di medico, dovrebbe liberarci. Questo sereno impostore confonde invece la paura della morte con la paura del post-mortem, di ciò che ci attende dopo di essa. Ma contro questa paura da contadini non c'è bisogno di un medico, né di un guerriero, né tantomento di Epicuro: essa appartiene ai sentimenti di innocue masse culturalmente degradate. Non è che forse un po' di questo spirito plebeo appartenesse allo stesso Epicuro?
L'orizzonte fenomenologico autentico non si dischiude come governo del mondo delle ombre da parte di caricaturali divinità popolari, ma soltanto a partire dall'angoscia della perdita, esperita a partire dal disfacimento del proprio corpo e dal dolore fisico. E' vero, il terzo medicinale di Epicuro è una cura contro il dolore; ma esaminiamola per un momento. La sua terapia consiste nel consolarci, poiché se un dolore è persistente, allora è blando; se invece sarà intensissimo, allora sarà anche brevissimo. Ma questo greco ubriaco, che inspiegabilmente non ha mai attirato su di sé alcuna accusa di astrattezza, non ha preso in considerazione il carattere più autentico della fenomenologia del dolore, che lo costituisce in quanto tale: la sua irriducibilità. Quest'ultima proprietà è quella per cui se ci si avvicina accanto ad una persona che sta ardendo viva su di un rogo sussurrandogli la dottrina epicurea del dolore, essa difficilmente baderà a noi. L'esperienza del dolore satura, anzi sovraccarica il campo della nostra esistenza. Il dolore è muto, cieco, non dà ascolto a nessuno; esso non pensa al momento in cui cesserà (con la morte o con la guarigione). Il dolore è ripiegato su se stesso, è anti-idealistico, anti-dialettico, intimamente anti-teoretico. Esso non riflette, non giudica, sfugge ai calcoli del piacere che tanto intrattennero i filosofi greci dal giorno in cui l'ateniese morì bevendo un drink troppo forte.
Fenomenologicamente, il dolore rinvia alla natura caduta nel peccato, il cui mutismo anche Benjamin considerava come la sua condizione più luttuosa. Del dolore non si può venire a capo filosoficamente, né teologicamente. Tuttavia il rimando alla sfera teologica è fondamentale. Il dispositivo di salvezza che redime proprio ciò che è irredimibile, che salva e abbraccia la puttana, che mangia con il pubblicano, che ha eletto Giacobbe e
ripudiato Esaù, che draga il relitto, che lecca l'appestato; questa macchina inesauribile di salvazione è il modello teologico di una salvezza che giunge a raccogliere ciò che è muto, fragile, spezzato proprio in quanto tale, e gli promette l'avvento del regno messianico proprio in quanto attualmente vive nel regno delle potenze demoniache. E' l'agape che non "rende giustizia", ma che piuttosto sospende ogni giustizia per raccogliere ciò che cade sempre al di fuori di essa.
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