martedì 26 aprile 2011

Il rasoio

Mi sono macchiato di un'orrendo delitto. Ho lacerato in due il tempo della mia esistenza, affidando alla prima parte un'azione di cui mi vergognerò per sempre. Tutto il tempo che resta, lo occuperò tentando di riconciliare il mio passato con me stesso, o aspettando il perdono.

Tutto d'un fiato (bersi le persone)

Supera ogni ragionevole comprensibilità l'assoluta mancanza di influenza di ciò che una persona dice o fa, nella decisione sull'interesse che prendiamo nell'ascoltarla od osservarla. Ciò che permane ed agisce è solo la dimensione propagandistica dell'individuo, il suo volto da scaffale.

Ci sono persone che mi ascolterebbero anche se ogni mia parola fosse la confutazione stessa della loro possibilità d'esistenza.

Non è l'esteriorità a comunicare e persuadere. Tantomeno l'interiorità, che non trascinerebbe alcuno all'assenso, né convincerebbe alcuno al silenzio. Ciò che permane è la relazione di forza.

Ciò non è né buono né esecrabile. E' inarrestabile.

Dell'ordinario e prosaico progetto di dominio che ci orienta silenziosamente e con infallibile fiuto verso l'inflizione di sofferenza e la prevaricazione, fanno parte anche le persone che più ci affascinano e volentieri ascoltiamo. I nostri modelli sono gli enormi macigni che trasciniamo a fatica sulla strada del nostro nemico segreto, per ingenerare nel suo animo un senso di fustrazione, da cui traiamo godimento anche se ne siamo responsabili solo parassitariamente, nutrendoci delle carni del nostro idolo.

Ciò spiega agilmente e raccoglie, come un'autentico principio scientifico, un'ampia gamma di fenomeni; da un senso al nostro frequentare persone solo per abitudine o per "piacere", gente di cui ormai ci siamo annoiati ed altra che ci stimola, persone di fronte alle quali rappresentare la nostra commedia (superiori o inferiori che siano), altre da cui impararla, amici da cui farci lisciare il pelo, altri a cui lisciarlo...

"Adoro x, è esilarante". Ma qui c'è un clamoroso equivoco! Cos'è, perdiamo tutta la nostra finezza in logicis? Bisogna tenere rigorosamente separato il caso in cui si adora qualcosa che appartiene ad x, da quello in cui si adora l'occasione ghiotta che questo qualcosa ci offre.

Che cos'è d'altra parte la nostalgia? E' il ricordo in fuga rivissuto con lo sguardo del grafico pubblicitario. Il contenuto di quel ricordo ci è del tutto indifferente; esso potrebbe restituirci alla memoria i ceffoni della nostra vecchia maestra, così come il viale percorso con la nostra ultima verginità. Ciò che si offre all'occhio nostalgico è piuttosto il "che" di quel momento, l'etichetta "ceffoni di vecchia maestra" o "verginità perduta" che si può applicare sopra il ricordo.

L'etichetta non è qualcosa di morto, statico, arbitrario. Nella sua potenza riconduttrice ad archetipi, o comunque a situazioni typiche o tipi (typos), raccoglie il senso procurando un sentimento piacevole del flusso di vita. Si pensi alla potenza nel marchio che tanto ruolo gioca nella soddisfazione del consumo; oppure a quanto spesso ci sorprendiamo a ripeterci, anche in mente: "lo sto facendo, io sto davvero facendo questo", mentre facciamo qualcosa di cui ci interessa non tanto la realizzazione, quanto il "che"-l'abbiamo-fatto, il prestigio che quella effettuazione ci apporta di fronte a noi stessi o agli altri. Non in senso egoistico-psicologista o utilitaristico, ma estetico e fisiologico.

Il difficile non sarebbe tanto nel credere nell'incarnazione o nella resurrezione. Davvero, non iperbolicamente, in materia di relazioni sociali crediamo a cose decisamente più assurde ed inverosimili. La difficoltà è nel capire cosa ci sia poi di così importante.

venerdì 22 aprile 2011

Meine historischer Materialismus: estemporanei quanto provvisori chiarimenti sul concetto

Considerato che più volte ho fatto riferimento ad un certo significato di materialismo storico, sembra ormai opportuno chiarire quale esso sia, affinché non si misticizzi a sua volta.
Sgombrando il campo da ogni equivoco, non solo non è il mio caso, ma credo che nessun pensatore che si sia interrogato sui fondamenti metodologici del materialismo storico ne abbia mai abbracciato la versione radicalmente meccanicistica (indicata dagli intellettuali snob come "materialismo storico volgare"), secondo cui i rapporti tra struttura e sovrastruttura sarebbero di natura rigidamente causale. A questa riccorrono piuttosto alcuni storici, quando ad esempio affermano che la tale rivoluzione presupponeva determinate condizioni socio-economiche, ma per amplificare i suoi effetti, oltre che per nascondere la nuda effettualità, si ammanta ideologicamente di tale giustificazione teologica. La rivoluzione dei salariati e degli artigiani delle arti minori inglesi nell'ultima porzione del XIV secolo avrebbe ideologicamente fatto appello alla corruzione del clero e dei vescovi in particolare. Possiamo dircelo senza problemi, questa spiegazione è cretina. Oltre a proiettare un utilitarismo, un macchiavellismo, e una razionalità strategica (ed anche un po' meschina) che appartiene più al nostro secolo che a quello, ignora la complessità e la problematicità del rapporto tra struttura e sovrastruttura.
Con il concetto di materialismo storico, faccio piuttosto riferimento ad un rapporto tra le due di tipo analogico. Tra attesa escatologica od utopia pauperistica (sovrastruttura) ed indebolimento dell'influenza di Roma sul clero tedesco (struttura) che rifiuta i sacramenti da parte di preti "corrotti", intercorre un rapporto di analogia. La sovrastruttura infatti non esiste separatamente, ma neanche è legata alla struttura solo da un rapporto causale. Essa non viene dopo, come effetto della struttura separato da essa e ad essa legato solo da un rapporto causale, con una formula: la sovrastruttura nasce nella struttura e non da essa. Quando uno spirituale francescano radicale annuncia l'avvento del regno escatologico, la terza era gioachimita, egli sa che questa era andrà a svuotare di potere proprio la struttura ecclesiastica la cui aria egli respira, di cui il suo gioachimismo è intriso. O ancora, quando Gesù annuncia l'avvento del regno, egli è perfettamente consapevole che l'avvento del regno significherà la distruzione del tempio, di quel tempio, edificato nella Gerusalemme della cui bigotteria era così disgustato.
La sovrastruttura si autonomizza, si separa solo in un momento successivo, sotto lo sguardo dello storico, e neanche di ogni storico, ma solo di quello la cui società ha raggiunto un livello estremo di divisione del lavoro. Al contrario, essa è originariamente espressione della struttura, più che il suo effetto, allo stesso modo in cui il pallore è espressione della malattia. Si può parlare di essa come di un sistema di segni. Il segno-pallore non sarà effetto della malattia, quanto piùttosto la esprime, nella misura in cui affonda le radici e si nutre di una certa malattia.
Ciò significa che nessun intellettuale (neanche il più ideologico) edifica la sua teoria come una conseguenza della sua condizione socio-economica. Una teoria è sempre irriducibile, naturalmente, all'economia; tutta via essa è come il prolungamento di un certo assetto economico, come l'efflorescenza del fiore è il prolungamento del gambo che lo nutre, in un rapporto organico. Nessuno direbbe che l'efflorescenza non sia qualcosa di diverso dal gambo; tuttavia nessuna efflorescenza sussiste senza gambo.
In un'ipotetica società primitiva fondata sulla guerra, la difesa del territorio e la conquista, in un villaggio sottoposto quotidianamente a rapine e scorrerie dei nemici, il pacifismo non avrebbe alcun senso, e ancor prima di emergere nelle menti dei membri di quella società resterebbe per sempre sempolto dai colpi di spada da cui essi sono circondati. Sarebbe un'opzione assolutamente non contempleta, ancor prima di essere scartata. Ciò non significa tuttavia che il pacifismo sia effetto di società meno aggressive, come ci mostrano schiere di individui non aggressivi e non pacifisti. Tuttavia il pacifismo diviene possibile solo ad un certo grado di sviluppo delle forze economiche, e si sviluppa in esse come in un utero. Così come da una patata si diramano molteplici radici, senza che si possa mai dipanare un tronco di quercia, allo stesso modo da un determinato assetto storico-economico si producono svariati ed imprevedibili effetti sovrastrutturali, che non potranno però mai eccederne la struttura senza che si sia prima abbattuta su di esso una rivoluzione.

sabato 16 aprile 2011

L'infanzia

L'infanzia è una malattia tristissima. Lo si riconosce dall'occhio catatonico dei bambini, che fruga nel vuoto e non trova nulla se non l'assurda assenza di giustificazione dell'esistenza. Negli asili l'aria è più irrespirabile delle saturazioni d'incenso delle cattedrali medievali; gli angoli degli asili non sono come tutti gli altri - le fuge del pavimento sono fughe malinconiche verso l'infinito "alcunché". Anche se non ce lo confessiamo, lo sappiamo: cerchiamo in ogni modo di curare le torbide turbe psichiche dell'infanzia. Gli stessi asili sono luoghi di gestione della follia, non molto diversi da istituti psichiatriche, dove guardandosi intorno non ci si offrono che brandine anonime, gente che si caga addosso, urla disperate per l'abbandono dei genitori, architettura dozzinale e scabrosa, violenza dell'uomo sull'uomo per un insignificante giocattolo. In mezzo a tanta rovina, è commovente vedere come il sistema educativo abbia nella storia cercato di nascondere questa malattia ai bambini, di fargliela dimenticare, al prezzo però di deminticarla essi stessi nei secoli. Si circondano i bambini di un mondo di colori, giochi, infrazioni delle ordinarie leggi fisico-psichiche, giostre, musiche. Vi assicuro che tutto ciò non è molto dissimile da una clinica psichiatrica. Lo stesso aspetto materiale del suono del pianto dei bambini, il suo timbro, ha qualcosa di ancestrale, che si perde nella lontananza dei tempi. E' questo il segreto della melancolia infantile. I fenomeni di deliquio, catatonia, malinconia, euforia, ossessione maniaco-compulsive, non sono che manifestazioni di un archetipico non-senso originario, della malinconia paleolitica che l'ominide doveva sentir scorrere sulla sua pelle sudata, nel suo respire bestiale, nella fibrillazione del muscolo, sulle secrezioni corporee come lo sperma, in quei rari ma regolari attimi in cui assiso sulla rupe si imbatteva nell'eccedenza di senso (o di non-senso) dell'esistenza rispetto ai tempi di riproduzione dell'esistenza. In una parola: quando l'uomo-scimmia aveva lo stomaco pieno, e si era appena lasciato alle spalle lo scopo immediato della caccia della preda o della raccolta dei frutti, sperimentava un assenza di scopi, appena prima di addormentarsi nel respiro lavico di una terra paradossale.
Il bambino e l'ominide. Allora non è una malattia quella del primo, ma un ancestralismo. Se è così, si tratta di un primitivismo comunque malato, ma nello stesso determinatissimo senso in cui si dicono malati gli stati allucinatori della febbre. Una malattia calda, irritante, che scorre sulla superficie biologica, è quella che affetta l'infante. Si osservino i suoi escrementi: caldi, vischiosi, irritanti...
Nei confronti di questa anomalia biologica la civiltà, con i felici rimedi-camuffamento di cui sopra, ha dato la sua più alta prova di delicatezza, di sensibilità nei confronti dell'umanità sconvolta. Costruendo con gli stessi materiali della follia (colori, danze, musica, gioco) un mondo felice per i bimbi, si comporta come quella dolcissima madre che al capezzale del suo bimbo irrimediabilmente malato di cancro, gli racconti un'ultima favola, quella sullo splendido mondo domenicale che si trova oltre il suo ultimo sonno.

Lo scandalo della preferenza

Si lascia correre la preferenza nel campo degli oggetti inanimati. Nulla di orrendo nel preferire un sapore, un gioco, un canto. Ma non è forse vero che ci rifiutiamo di guardare in faccia la realtà delle preferenze umane? Volentieri metteremmo a tacere tutto ciò che ci ricorda che il campo delle relazioni umane è attraversato dalle preferenze.
Non chiediamo mai ad un amico, e raramente ci viene in mente la sola possibilità di domandarlo, di quale dei suoi altri amici preferisca la compagnia; occultiamo persino a noi stessi il meccanismo delle preferenze che pure sorregge l'intero processo delle relazioni uomo-donna, quello dell'essere preferiti e del preferire. C'è qualcosa di estremamente doloroso nell'enunciarsi tale verità.

(Dinamica n. 1: Una coppia sfoglia una rivista patinata. In una pagina campeggia il modello-esemplare-maschio-perfetto della specie umana, che posa per una pubblicità di Dolce e Gabbana. Lei: "Magari tu fossi come lui". Lui: (ride) "E magari tu fossi come [inserisci nome di qualsiasi donna-corpo]". Loro: (Ridendo si danno un bacio).
Che cazzo ridete?! Non vi accorgete che state dispiegando una dialettica violenta in tutta serenità grazie alla mistificazione che ve la nasconde? Visto che non sapete cosa dite, ve lo spiego io. Se prima di andare con te lei fosse andata a letto col modello, si sarebbe "innamorata di lui", se non avesse incontrato particolari incompatibilità. Lo stesso vale per te, ciccino. Ciò significa che la vostra relazione si regge sul caso, e quindi in certa misura sul nulla. Significa che voi non esistete. Che avete molta più cura nella scelta di ciò con cui fare merenda che in quella della persona con cui fondervi. La risata leggera con cui di solito queste cose si coprono in una coppia dovrebbe acuire il sospetto. Quella risata nasce dalla distanza dal modello-uomo di spettacolo-attore-attrice etc. che gli conferisce un'aura quasi mitica di paradossale irraggiungibilità. Nella sua distanza e irraggiungibilità il modello sessuale ideale non rappresenta una minaccia immediata per la coppia, anzi sentirlo come una minaccia sarebbe sintomo di una patologica mancanza di realismo nella considerazione degli eventi (chi dei nostri padri avrà avuto l'opportunità di conoscere Barbara Bouchet e lasciare nostra madre?). Tuttavia che cos'è questa distanza? Nient'altro che un fattore casuale, una coincidenza fortuita, una combinatoria felice.Se la Bouchet non fosse stata così irraggiungibile nostro padre avrebbe abbandonato nostra madre, e se avesse conosciuto qualcuno di più attraente di lei, avrebbe abbandonato anche'essa e così via all'infinito. Il significato di questa porno-progressione demoniaca è che tutte le nostre storie che non hanno un fine, si fondano sul nulla, sul male, su una volontà appropriativa dell'altro.
Tutto ciò smaschera gli "spazi di libertà" di una coppia come l'occultamento ideologico di quegli spazi di manovra che i soggetti possono utilizzare per mantenere aperte tutte le possibilità sessuali, e piantare in asso l'altro, più o meno gradualmente, solitamente seguendo queste fasi: a) "Spazi di libertà, la coppia non deve soffocare, io ho molti amici del sesso opposto, mantengo la mia autonomia" b) Necessariamente vi sarà un amico del sesso opposto più bello e simpatico di te. La tua ragazza ti "amerà" sempre di più, ma sarà "interessata" a te sempre meno c) La ragazza si accorge, "per onestà nei confronti di se stessa", che forse il suo amore è retto solo dall'abitudine d)...e poi, tra tutti quegli amici che "la fanno stare bene", e la ristorano dalla noia per la sua storia sentimentale, ce ne sarà uno che sarà disposto ad "amarla"... e) Abbandono, lacerazione, rottura, elisione di un'intera economia biologica edificata nell'interazione con l'altro, il gioco ricomincia...)

Da dove nasce questo qualcosa di doloroso? Che cosa rende così orribile, obbrobbiosa la preferenza? Dal lato soggettivo, in primo luogo, il fatto che ne soffriamo in prima persona. Il dolore è reale, ripeta pure Nietzsche quanto voglia che la denuncia della violenza si fonda sul risentimento dei deboli, del loro odio contro tutto ciò che è potenza e forza; ciò non squalifica, anzi legittima ancor di più la brama di riscatto del "debole", nella misura in cui la sua sofferenza è reale, egli la sente su di sé, egli aspira alla potenza come il forte, e non c'è niente di più doloroso di quando questa viene umiliata, ferita, afflitta.
Dal lato oggettivo, l'incoscio avvertimento di un principio più profndo, più radicale, antropologico. Nelle dinamiche della preferenza, noi abbiamo il presentimento, anche se ne diventiamo pienamente consapevoli solo con difficoltà, che agisca un principio di violenza universale. Questo è il principio dell'eugenetica, della selezione dell'esemplare migliore, di colui le cui qualità dipendono in tutto e per tutto dalla nascita, dalla natura, dal caso quindi. E, complementare a quello dell'eugenetica, si profila il motivo dell'esclusione fondante. Solo attraverso l'esclusione si fonda una comunità, un vincolo ristretto, un'identità. Noi scorgiamo in esso, a ragione, il Male assoluto, anche se per qualche misterioso motivo rifiutiamo di ammetterlo, e continuiamo a professare i principi di libertà sessuale,autonomia del soggetto, debolezza dei vincoli di qualsiasi tipo. Per un oscuro masochismo preferiamo reagire simmetricamente ad un abbandono, ovvero con una rivincita, con una riscossa personale, piuttosto che soffermarci a denunciare la violenza di ogni abbandono e preferenza. Gli stessi che più sono vittime, per deformazioni fisiche, minorità cerebrali, anche semplice inferiorità di livello culturale, difetto di simpatia e affabilità, mancanza di carisma e charmes- le stesse vittime dell'esclusione preferenziale, sono i primi a non denunciarne la presuntuosa crudeltà. Ho visto schiere di impotenti inneggiare al principio orgiastico.