martedì 20 dicembre 2011

La sindrome di Robinson Crusoe

Troppo diffuso tra i miei coetanei questo morbo. Un'apatica rassegnazione riguardo all'"evidenza" che siano costretti a crescere. Il capovolgimento perfetto di quell'altro, noto come "di Peter Pan". Che ci si getti senza il minimo stupore o rimostranza nella monotonia diabolica del pensiero calcolante, sempre uguale, dei compiti loro assegnati da chi assicura la loro (la nostra) non-vita. Non che si senta pienamente a suo agio tra istogrammi, curve, modelli, relazioni, articoli da consegnare, protocolli, prestazioni, corvées. Tuttavia da tempo si è smesso di sbigottirsi di fronte al raccapricciante spettacolo della morte organizzata. Il grande apparato di castrazione è oggi, a quanto pare, molto diverso da quello che ha reso Kafka un eunuco. Non si tratta più di investire la vita dell'uomo dall'esterno, né di attraversare il suo corpo con dispositivi che ne producano condotte pilotate; ma, con la "formazione permanente", contro la quale Deleuze lanciò il suo grido, di persuaderlo che in essa risieda tutto il processo di civilizzazione dell'uomo.

[Guardare negli occhi delle studentesse universitarie che tornano a casa con il treno delle 18.00 è uno spettacolo pari solo a quello di un uomo che nuota in una cloaca. L'efficacia con cui il potere si esercita persino sulle sue palpebre stanche sarebbe degna di profonda ammirazione, se non avesse effetti così distruttivi. Con remissivo fatalismo risponde al telefono: "Ciao amò, sono un po' stanca, mi penetrerai dopodomani, quando avrò un'ora libera tra la traduzione di inglese e le fotocopie per il relatore".]

Non si tratta propriamente di fretta di crescere, quanto di ansia di collocarsi in un luogo determinato della società. Luogo la cui sanzione è naturalmente garantita da altri, da Altro. Non è cupidigia, arrivismo, avidità, quanto piuttosto il sentimento di espropriazione della propria esistenza, o meglio, la consapevolezza di non averne alcuna al di là della non-vita "economica" (né pubblica, né privata; "amministrata").

[La stessa ragazza indica alla sua amica, con un gesto malizioso dello sguardo, le attaches colorate, i segnalibri adesivi fluorescente, e le spillette per capelli rosa e commoventi che ha comprato un attimo prima. E' questo ciò che resta alla morte amministrata: la parodia della vita felice.]

Per fare a meno della violenza sacra nell'arte

Una teoria materialistico messianica dell'arte

Ogni prodotto culturale che non voglia trasformarsi in feticcio deve portare su di se i segni evidenti della sua produzione. L'oggetto d'arte deve divenire l'oggetto tecnico per eccellenza. Ciò non implica, naturalmente, la consapevolezza soggettiva, da parte del produttore o del fruitore di questa tecnicità. I segni della produzione che l'oggetto reca su di sé rappresentano, diversamente, la promessa che la tecnica ricada nelle mani dell'uomo; ché il prodotto, per quanto "finito", deve almeno alludere alla possibilità della sua reversibilità, vale a dire alla possibilità che esso sia sempre ancora manipolabile dal lavoro umano, per abbatterlo dal cielo della sua lontananza sacrale. Ciò si oppone diametralmente all'idea di creazione definitiva, di un Dio che crea le leggi eterne ed immanenti di una natura immodificabile, che appartiene alla degenerata tradizione teologica occidentale, vale a dire ad un'idea assicurativa e sostanzialistica di Dio che dalla perfida Grecia mosse un tempo guerra a Gerusalemme. Ripercorrere al contrario il cammino della creazione: questo è il compito di un'arte definitivamente strappata via dalla sfera del pagano cultuale e sacrificale. Kant afferma che un prodotto del genio deve esibire, nella sua originalità, talmente libero ed insieme guidato da una legalità immanente, da apparire un prodotto spontaneo della natura, come se lanatura avesse raggiunto un suo scopo mediante l'artista. Ciò è esatamente il concetto di arte, il cui carattere inguaribilmente borghese è tradito dal riferimento al genio, con cui le possibilità di un uso sfrontato ed anti-estetizzante della tecnica devono rompere. Nel prodotto deve al contrario emergere l'intima disarmonia e discontinuità che caratterizza la produzione eminentemente tecnica e razionale. In questo modo il fruitore non viene trascinato nel prodotto, scomparendo in esso, fondendosi con esso in una barbarie mistica, ma alcontrario resta di fronte ad esso libero tanto più quanto gli spetta la possibilità di smontarlo e di decostruirlo. Il contenuto dell'opera non deve mai saturare completamente lo spazio della fruizione, dal quale devono al contrario emergere le tracce del prototipo, del tentativo, delle fasi di produzione. Per questo Benjamin ha scorto nel cinema un modello eminente di arte "proletaria": la tecnica del montaggio è l'arte di elevarsi al di sopra della natura smontandone e rimontandone i prodotti, invertendo le determinazioni di tempo, abbattendo la servitù del piacere estetico. Dziga Vertov mostra, con il semplice espediente di un reverse della pellicola, come una mucca condotta al macello possa rinascere e tornare a pascolare infinite volte.


L'arte di genere: ovvero una non-arte meravigliosamente de-genere


Terreno fertile per il soddisfacimento di questi parametri sono i prodotti culturali di genere. Le schiere di gialli prodotti in serie, tutti uguali nella loro monotonia da ittero, valgono molto più del miglior romanzo di Dostoevskij. In essi la struttura produttiva assume un ruolo dominante rispetto al contenuto trasmissibile dall'autore, il quale altrimenti soggiogherebbe il lettore con il suo fascino. Lo stesso vale, forse ancor più esemplarmente, per il cinema di genere. Il pugnale che evidentemente non affonda la lama nella carne, la sovrabbondanza surreale di sangue, la povertà dei mezzi in genere, le palesi incoerenze dell'azione o degli elementi della scena e persino la noia delle sceneggiature, impediscono il coinvolgimento emotivo servile ed indignitoso proprio dei molti film detti "d'autore". L'effetto della finzione viene interrotto, vale a dire l'eccitazione morbosa del rito propiziatorio sacrificale si arresta bruscamente: il re-Dio è morto, il Genio è deriso, lo spettatore è libero. Quando un film di Fulci (ma ci sidovrebbe vergognare di nominare qui ancora gli "autori") un occhio viene trapassato grottescamente da un corpo contundente, si avverte chiaramente tutta la plastica, il sangue finto, la vernice impiegata per girare quella scena. L'attrice che un attimo prima, sul set sbadigliava o parlava con il regista di ciò che aveva mangiato la sera prima, ora emette si dimena come una forsennata ed emette urla isteriche. Nessuno, di fronte ad un film di genere, può dimenticare che tutto è stato costruito artificialmente, ad hoc,che tutto è stato portato lì, sulla scena - in una parola che tutto è divenuto e non sarà così per sempre. Se l'immagine cinematografica è intimamente dialettica, ovvero storica, lo è soprattutto per questo. Un prodotto simile rinvia il fruitore alla sua realtà, gli ricorda la sua essenziale capacità dimanipolare, trasformare, modificare. L'arte di genere, tra le mani di un pubblico istruito a non goderne al pari di come per secoli ha goduto l'arte borghese, tra le mani di un pubblico che conosce il suo nemico, è la riappropriazione della storia da parte dell'uomo. In ciò può avere un certo ruolo anche la repulsione che essa a volte genera: ti fa alzare dal divano, ti manda fuori dalla sala di produzione. Ma, già prima di giungerea questa situazione limite, l'arte liberante ci strappa all'ipnosi lobotomizzante dell'usurpazione estetica, della profondità dei contenuti, dell'arroganza autoriale. Mandare in frantumi il caleidoscopio di un romanzo, di un brano, di un film, che si vorrebbe come unità autonoma di senso. L'esperienza vissuta è un intrattenimento per femminelle, l'equivalente estetico di una droga che seda e rende docili i corpi da gestire. Un montaggio disarmonico, sbilanciato, "fatto male", tiene al contrario perennemente all'erta l'osservatore rendendo la sua esperienza discontinua e costringendolo sempre di nuovo a riprendere l'esperienza da capo. Un brutto romanzo ed, ancorpiù, un libro di ricette, dissolve l'illusione della finzione artistica, accentuandone il principio costruttivo. Sono queste le nostre urla in favore di Sade.


L'artista alla forca / la sorca all'artista


Con ciò non propongo un'omelia unilaterale a favore di una certa avanguardia artistica che si presenta esplicitamente come meta-arte, sul modello, per capirci dei pirandelliani "Sei personaggi in cerca d'autore" o dell'""uomo con la macchina da presa vertoviano". L'avanguardia meta-artistica viene spesso impiegata a scopi consolatori, per consolare l'artista ed illuderlo sull'irrimediabile perdita della sua aurea, negandola e creando una nuova arte elitaria ed aristocratica. Solo nei prodotti di massa si esercita realmente il coraggio di chi ha deciso di rompere con le ninne-nanne poetiche dell'arte colta. Farsi cullare ed immergersi nel sentimento di un elevazione della propria individualità non sono certo malattie di cui la meta-arte rappresenti la cura infallibile, pur contribuendo alla consapevolezza che esse siano malattie. La meta-arte è solo uno stadio preliminare ad un tempo in cui l'arte cadrà finalmente per sempre, per lasciare il posto alla trasformazione del mondo. E la via per questa liberazione è lastricata di prodotti di genere e di massa, i quali per la prima volta destituiscono l'arte dallo statuto della contemplazione, restituendola al vissuto pratico dell'uomo. I film di natale, finalmente, sono prodotti in cui l'uomo non deve più perdersi nella riflessione, rispecchiare autisticamente se stesso, estendere romanticamente l'animo o respirare i vapori venefici di un clima liturgicamente poetico. Essi servono al suo divertimento, a rafforzare una tradizione natalizia, a rinvigorire il legame con la propria ragazza, a riempire il proprio tempo. Certo, questo suonerà come un abominio alle orecchie di un apologeta della concezione borghese ed individualistica dell'arte. Si ribatterà che gli effetti di un film di natale siano deplorevoli, volgari, disgustosi. Questi intellettuali è ora che prendino un malox e curino la loro nausea. Perchè se è vero che un cinema del genere produce più effetti livellanti ed omologanti che altro, d'altra parte un istante di vita effettuale, vale a dire una vita che un cinema simile non sovrasta, ma accompagna parallelamente ed interseca, vale infinitamente di più di due ore di adorazione cosmico-filosofico-estetizzante. E forse, quando l'interruzione di ogni violenza, e la riappropriazione di una vita nella prassi, vengano anteposte a qualsiasi culto dell'originalità, della bellezza, dell'innovazione o del potenziamento della propria "esperienza vissuta", anche i film di natale adotteranno contenuti meno idioti, o forse, nella migliore delle ipotesi, di essi non avremo più bisogno.

mercoledì 21 settembre 2011

Le passioni secondo un materialista storico inattuale

Se le passioni e il desiderio sono sempre apparsi stupidi ai filosofi, va detto, a loro onore, che ciò non è avvenuto solo a causa di una loro istintiva avversione alla vita, come spesso sospetta Nietzsche, ma perché sotto di esse fiutarono proprio una strategia paralizzante l'uomo. Le passioni sono stupide perché sono estremamente rigide e cieche, non tengono conto del divenire, eppure sono da esso continuamente trascinate via e ricondotte, in un avvicendamento infinito. Quando si desidera qualcosa intensamente, finiamo spesso per identificare il nostro intero essere con quella cosa, anzi con questo desiderio; in tal modo il desiderio diviene metafisica, puro feticcio, si reifica. Tuttavia, per nulla il tempo scorre così velocemente come per le passioni. Così, ci ritroviamo sempre di nuovo con un pugno di sabbia ogni qual volta credevamo di stringere dell'oro, ma raramente traiamo da ciò una lezione, e riprendiamo a desiderare in modo totalizzante. In ciò consiste la stupidità, nel credere di possedere, e farsene vanto, ciò che si fa beffe di noi. In questo concetto di desiderio è penetrata la struttura dei nostri rapporti sociali. Più la società ha bisogno del dinamismo produttivo, maggiore sarà l'impegno che un individuo dovrà riporre in un singolo compito in una minore porzione di tempo. Non ci si deve accorgere che il nostro lavoro sta per essere sostituito a breve da un altro, altrimenti si svolgerebbe quello presente con minor concentrazione. E' questa la struttura della catena produttiva, il sempre nuovo che si ripete in modo sempre uguale.
Un concetto di desiderio libero da questa impronta borghese, non sarebbe meno dinamico, anzi lo sarebbe ancor di più; sarebbe un concetto fluido di desiderio, maturo, consapevole della sua temporalità, una passione che compie ogni lavoro con distacco, con lontananza, in cui l'uomo non si identifica mai totalmente col proprio desiderio, precludendosi il "fuori margine" in un abbrutimento bestiale, ma si libra costantemente su questo margine, beffeggiando costantemente le proprie passioni. Non ho mai incontrato un uomo all'altezza di questo desiderio.

Il coito e la potenza nei sessi/ La libertà che aggiunge valore

E' "naturale" che le donne, nelle culture primitive, siano considerate, scambiate e consumate alla stregua dei prodotti alimentari più diffusi". Perchè l'appropriazione avviene a partire dal principio maschile? Perché il pene minaccia e la vagina difende? Perché avviene sempre e solo che l'uomo con la clava in mano segua la sel-vag(g)ina sin dentro la grotta? La donna è un prodotto naturale della terra. Non si possono consumare carni imputridite sotto al sole, ortaggi divorati dagli insetti, frutti troppo abbondanti per non cagionare conflitti. Le donne del villaggio vengono allevate, consumate, prodotte, stipate, sorvegliate, difese. "Bisogna difendere le donne". "La PROTEZIONE intima" (il gergo poliziesco dei saponi intimi, ancor oggi, testimonia della natura di merce della donna). Puntiamo ai genitali, per trovare, magari, una spiegazione questo rapporto unilaterale. Il pene si affloscia, la vagina no. Se una vagina cercasse di appropriarsi con la forza di un pene, il coito non potrebbe avvenire. Il pene può essere floscio o rigido. Quando è rigido combatte contro la donna, la aggioga, la soggioga, la penetra. Come dice Aristotele: "Potenza è anche potenza-di-non", altrimenti sarebbe atto. Un pene sempre in atto, non sarebbe potente. Ed in effetti, un pene sempre in atto potrebbe esser preda, almeno virtualmente, delle mire di una donna che volesse impadronirsene. L'uomo è potente, cioè cattura e schiavizza le donne, perché può farlo solo in certi momenti e non sempre. Il poter decidere, certo non con la propria volontà, ma con quella della pulsione- il poter imporre la propria decisione sul tempo del coito, sul momento in cui questo può e non può essere effettuato, conferisce all'uomo la potenza.

Oggi, in condizioni sociali ed economiche non solo mutate, ma stravolte, l'impotenza costitutiva della donna, il suo non dover avere un erezione per il coito, è divenuta l'arma più pericolosa e lo strumento di sottomissione più potente che possa mai comparire in una comunità umana. L'emancipazione sessuale, la rottura delle catene dai ceppi che la tenevano legata vicino gli antri e le caverne, ha posto le basi per una situazione in cui anche loro sono messe in condizione di predare e, poiché la merce sessuale ha raggiunto un valore così esasperatamente alto, che un'erezione mancata dell'uomo rappresenta un'infamia sociale pari a nessun altra.




La libertà che aggiunge valore

Se la merce sessuale ha raggiunto oggi un valore così alto, è perché è divenuto sempre più dispendioso produrla e sempre più rischioso ottenerla. Per produrre un coito sono necessarie automobili, case, un posto per consumarlo, prestigio, fama e buon nome, personalità accattivante, fascino dell'intellettuale o dell'energumeno, abbonamenti mensili per la palestra, cibo sano, abbigliamento il cui significato sociale sia immediatamente riconosciuto. Questi dispendiosi mezzi per la produzione della merce sessuale, presuppongono, come direbbe Marx in riferimento al modo di produzione capitalistico, che la forza lavoro sia, almeno sul piano astratto del diritto, libera di vendersi al capitale per aggiungere valore alla merce. Non c'è plus-valore senza libertà sessuale.

Cinque oracoli sottovoce

Meno si è forti ed indipendenti, più si è facilmente controllabili. E' questo il punto in cui l'individualismo fascista della forza incontra certo pensiero rivoluzionario di sinistra.

A morire sono sempre i migliori. Questo perché tutti sono i migliori almeno per qualcun'altro; nell'altro caso nel concetto di migliore è incluso il morire prematuramente.

"L'amore è eterno finché dura". Se fossimo superstiziosi saremmo indotti a credere che l'amore borghese sia stato inventato da una qualche divinità malvagia per farci divenire folli. Una passione tanto totalizzante ed esclusiva da occupare interamente il nostro essere, ed insieme tanto vacua e priva di senso da potere e dovere sempre esser rimpiazzato da un nuovo partner. Non è questa l'incarnazione del paradosso?

"Palle da biliardo" Quando un elemento di un gruppo appare privo di attitudini o di spirito in confronto agli altri,e da questi offeso, si rivolge ad un altro del tutto estraneo alle dinamiche del gruppo per indifferenza o, a sua volta, per inettitudine. Quest'ultimo, accortosi di rappresentare solo un'occasione di rivincita per il primo, raramente gli risparmia qualche cattiveria, ed ostenta la sua mancata offerta di comprensione, cogliendo al volo l'occasione di riscattarsi di fronte al gruppo.

Identità tra lutto e rinascita. Quando ci si separa da una compagna che amavamo, si perde l'appetito. Il dimagrimento che ne segue ci rimette in forma per trovarne un'altra.

giovedì 7 luglio 2011

Colto in Fallo

La verità dell'etero-sessualità è il rapporto di sottomissione. Il fallo è esclusivamente simbolo di potere coercitivo; il sesso è esclusivamente il linguaggio simbolico del potere, nel quale si perpetuano e si rinnovano le sue forme. Le forme di dominio dell'uomo sulla donna, ad esempio. Colui che ostenta la sua "virilità" solitamente non si accontenta di mostrare di gradire il sesso femminile. Egli deve esibire il suo raccapriccio di fronte la verga, deve fuggire di fronte al fallo. Egli vuole, cioè, ribadire da un lato il suo ruolo di insubordinazione rispetto ad un altro potere (il fallo), dall'altro rinverdire il suo potenziale di dominio. Il rapporto è un modo del potere per parlare in codice.

Non dominiamo l'altro attraverso la sessualità fallocentrica; al contrario, quest'ultima è solo la rappresentazione teatrale sintetica di un potere storico-sociale.

Ed il fallo è in fondo un bastone, un manganello.

Nelle nostre macchine, noi non facciamo sesso. Colui che guarda con occhi aperti, vede che in esse si addestra solamente lo schiavo alla subordinazione. Lo stordito, si comporta come colui che, qualora osservasse isolatamente il gesto con cui il maestro picchia l'alunno, credesse di vedere due uomini che fanno la lotta. Il fenomeno può essere compreso solo all'interno della totalità sintattica dell'articolazione sociale.

venerdì 24 giugno 2011

Proteggere o Sorvegliare?

Ci si interroga su come cambiare il corso del mondo, le sorti dell'italia, su come dirigere le nostre vite seguendo un presunto ordinamento più etico ed umano. Ma raramente ci si interroga sulle minuzie, sulle cellule infinitesimali dell'esistenza, sui bordi microfisici del potere. Perchè? Risposta amara, quanto semplice: perchè sono le uniche cose che accadono e realmente e potrebbero essere cambiate, con un lavoro costante e con serietà, da ciascuno di noi.
Ad esempio mi interrogo su qualcosa che, come tutte le particelle infinitesimali, ha tutta l'apparenza di essere innocuo, solo per il suo carattere locale. Che cosa presuppone la possibilità di una donna di poter dire: "io da un uomo voglio sentirmi protetta, con lui voglio sentirmi sicura"? Qual'è l'economia del discorso che la rende intelligibile? Vale a dire: cosa la rende comprensibile, e successivamente efficace? Secondo quale economia del discorso questa proposizione può articolarsi con gli altri discorsi e con i rapporti di forze che li sorreggono?
Provo a darmi delle risposte. Escludo fin da principio la spiegazione naturalista, secondo la quale la donna, più debole dell'uomo per natura, deve ricevere protezione dal maschio della propria specie. Questa è puro positivismo fascista, e già il ricorso a categorie naturali deve farci insospettire, così come Rousseau (che solo per questo meriterebbe la sommità dell'olimpo della riflessione politica, antesignano in questo dei Marx o dei Foucault) - come Rousseau sospetava di proiezione nel passato di condizioni sociali presenti le teorie di Hobbes sullo stato di natura. Da rifiutare sono anche le teorie storico-naturalistiche, semplicemente un raffinamento che prolunga le prime, che imputerebbe il bisogno di protezione della donna al corso naturale della storia, vale a dire al peculiare adattamento che l'organismo della donna ha subito nel corso della sua evoluzione. "La donna non è debole per essenza naturale, ma è la sua storia naturale ad averla resa debole".
La risposta che ritengo più adeguata, lo si sarà intuito, è quella che riconduce l'intelligibilità della proposizione: "voglio sentirmi protetta", ad una economia di ripartizione dei poteri tra uomo e donna, fondata in primo luogo sulla divisione del lavoro. La donna relegata per millenni in condizioni di subordinazione sociale, nella casa, nella cascina, nella cucina, o come dama (il che fa lo stesso, sempre marginalizzata), è stata privata di qualsiasi autonomia di deliberazione, di pensiero, di azione. Questo è il primo passo di ogni regime totalitario, ovvero rendere quanto più possibile insicuri, instabili, dipendenti, i soggetti da dominare. La vita per la donna è presto divenuto qualcosa di impensabile da affrontare senza la protezione e la guida di qualcuno. Quel qualcuno ovviamente è l'uomo, che sulla subordinazione della donna ha trovato un appiglio per esercitare il proprio potere. Se volete farvi degli schiavi, privateli di ogni mezzo di sussistenza autonomo e rendetevi indispensabili a loro. La protezione è solo la parola buona per "dominazione". Siete protette o sorvegliate?
Un'intelligente obiezione a ciò che vado dicendo, sarebbe quella che farebbe notare come il "bisogno di protezione" sia qualcosa che persiste tenacemente anche in un'epoca, come la nostra, che sta fornendo alla donna, finalmente, ma gradualmente, tutti i mezzi per poter vivere autonomamente ed assicurarsi delle condizioni socio-economiche decisamente migliori. Credo tuttavia che questa permanenza sia da attribuire ad un processo analogo a quello della liberazione di uno schiavo: egli, liberato dalle proprie catene, non vedrà l'ora di ritornarvi, disorientato e confuso com'è dalla varietà di un mondo che a lungo gli era stato precluso.
Vertice sublime e struggente del nostro tempo, sono le tecniche di fecondazione artificiale, e le altre che garantiscono persino possibilità di riproduzione, almeno in linea di principio, senza un rapporto di tipo "naturale" (quindi di forza) con un uomo. Solo attraverso l'emancipazione dai rapporti naturali di dominazione, corroborata impetuosamente dai progressi della tecnica, la donna potrà essere completamente liberata. Anche piccoli e divertenti accorgimenti tecnici, come i vibratori, le mutande con le protesi del fallo etc. sono edificanti e divertenti esempi di come la tecnica, anche la più rudimentale, può rendere libero l'uomo dai vincoli naturali e più spesso sociali.
L'autonomia economica delle donne è l'unico fondamento, e lentamente si sta affermando, sulla quale può sorgere la sua libertà morale, intellettuale, e spirituale. Certo, la tecnica e l'emancipazione economica non significano liberazione automatica; potrebbero pur sempre prendere strade e percorsi imprevedibili. Così come l'"emancipazione" del corpo della donna, non condotto fin alle sue ultime conseguenze, ha prodotto una sua ulteriore mercificazione alla mercé del più forte che può procurarselo. Ciò probabilmente perchè l'emancipazione culturale non corrispondeva ancora pienamente ad un sostrato sociale, economico, strutturale. Allo stesso modo, la tecnica e l'apertura delle carriere potrebbe lasciare incompiuta l'emancipazione della donna, se tutto, dagli spazi alle abitudini, dal diritto alle consuetudini, non accompagnerà armonicamente lo sviluppo delle prime.

Certo il tema sembra ridursi ad una trascurabile minuzia, ad un dettaglio privo di importanza. Tuttavia se non ci insinuiamo nei dettagli per scardinare i grandi dispositivi di potere, dove potremmo inserirci? Non certo nell'economia, non certo votando ai referendum, non certo esercitando il "diritto" di voto, non certo puntando ai massimi sistemi, che sono impossibili da impugnare, ed anche se lo si potesse fare, darebbero luogo ad un mutamento talmente astratto e generale da non cambiare nulla (es. la condizione della donna può mutare di pochissimo anche in grandi passaggi istituzionali, come dall'impero allo stato etc.). Perciò cominciate da ciò che vi sembra ridicolo, infinitesimale, trascurabile. Smettete di cercare protezione dal "vostro uomo", pechè non è un "uomo", ma un prodotto di storia, carne e tecnica, tanto quanto voi.
Vi lascio, a riguardo, con alcune parole di Foucault:

"Piccole astuzie dotate di grande potere di diffusione, disposizioni sottili, d'apparenza innocente, ma profondamente insinuanti, dispositivi che obbediscono a inconfessabili economie o perseguono coercizioni senza grandezza...Astuzie, non tanto della grande ragione che lavora perdino durante il proprio sonno e da un senso all'insignificante, quanto dell'attenta "malevolenza" che fa di ogni cosa il suo seme. Per ammonire gli impazienti, ricordiamo il maresciallo di Saxe: "Benchè coloro che si occupano dei dettagli passino per persone limitate, mi sembra tuttavia che questa parte sia essenziale, poichè è il fondamento ed è impossibile costruire alcun edificio né stabilire alcun metodo senza averne i principi. Non basta avere il gusto dell'architettura. Bisogna conoscere il taglio delle pietre"

domenica 19 giugno 2011

Il punto di raccordo

Ciò che a lungo, molto a lungo, la modernità andava inseguendo, dal divorzio delle due sostanze sottoscritto da Cartesio, vale a dire la riconciliazione tra soggetto ed oggetto, è stato cercato per troppo tempo in un luogo inadeguato. Questione che in Fichte diverrebbe addirittura decisiva, e comunque ad un altissimo grado di chiarezza e consapevolezza. Come concatenare l'innegabile "libertà" della coscienza, alla "necessità" dell'accadere fenomenico? Non cade forse anche la coscienza sotto le leggi fondamentali dell'accadere naturale? E non esistono i fenomeni naturali con tutte le loro leggi, solo per la coscienza conoscente e libera dal suo contenuto? Ma, come dicevamo, la risposta a questi problemi è stata cercata laddove mai poteva esserci anche solo una speranza di trovarla, vale a dire in un luogo teoretico-speculativo, nell'università, per esprimerci in termini storici. In modo perspicuo ciò lo esprimeva già Marx nelle Tesi su Feuerbach, o meglio ne rappresenta il contenuto in senso eminente. Per Marx, la risposta a questo problema speculativo non è affatto di natura speculativa, ma pratica, in senso essenziale. Quello dell'unità di soggetto ed oggetto ha ricevuto finora, dice marx, solo risposte idealistiche, tanto più "volgari" quanto camuffate da materialismo, come affermazione che la cosa in sé sia la materia, mentre la sua autentica soluzione sta nel concepire l'oggetto come attività, che egli determina come attività umana sensibile, vale addire che questà attività è da ricondurre ad una sfera storico (umana) - materialistica (sensibile).
Ma l'inadeguatezza della via di ricerca contrassegna già la posizione del problema così come, attraverso Fichte, l'abbiamo posto poco sopra. Perciò questo ha bisogno di una riformulazione. Come connettere l'attività rappresentativa soggettiva, il mondo delle immagini interne, delle percezioni esterne, delle emozioni, delle volontà, al mondo delle cose, della materia, degli oggetti che urtano e si separano meccanicamente, alle formule della fisica? In quale rapporto sono l'organico e l'inorganico, il vivo ed il morto, interno ed esterno?
Se ciò che funge da mediatore tra due sfere differenti ed in un primo momento separate, deve possedere qualcosa che appartenga alla prima, così come qualcos'altro che spetta alla seconda, allora una possibile risposta comincia a profilarsi all'interno della prassi sociale. Quando si scopre che le parole che ci sono state dette, le promesse che ci sono state fatte, le corrispondenti reazioni emotive che esse hanno scatenato, i luoghi che frequentavamo con una ragazza, le nostre piccole abitudini e filastrocche della frugale quotidianità, quando tutto ciò si rivela come ripetibile con qualcun altro, vale a dire come riproducibile (occhio a Benjamin), allora il nostro mondo di spirito, il mondo soggettivo, cade sotto la legislazione del mondo materiale-oggettivo, della statistica e dei grandi numeri, rivelando il suo volto mortifero e cosale, mostrando la facies "hyppocratica della storia" (Benjamin, Il dramma barocco tedesco). A dire il vero la prassi sociale, che costituisce la sostanza prima ed ultima di ogni nostra rappresentazione mentale od evento emotivo, non è propriamente un mediatore, perchè non si ripartisce equamente trai due membri (soggetto-oggetto), ma è piuttosto sbilanciato dalla parte del secondo. Esso non articola, rivela. Infatti, quando un attività soggettiva, "libera", viene a collocarsi nel mondo degli oggetti, è sempre troppo tardi per ritrovare in quest'ultimo un segno di vita, dello "spirito". Alla mondializzazione dell'uomo non corrisponde un'umanizzazione del mondo. Non c'è più niente di vivo nelle stesse labbra che baciano, sulla stessa panchina, di fronte lo stesso bar, che baciano milioni di altri uomini dopo aver baciato te. Ciò che permane invece è solo il contenuto sociale dell'azione, che mostra il fenomeno sub specie aeternitatis (un'eternità però del mutare delle forme storiche). Nell'esempio che abbiamo fatto, ciò che permane è l'assetto economico che accoglie il bar e afferma la relazione umana come mediata dalle cose (il caffè, il gelato...) all'interno del "tempo libero" che configura l'uomo come consumatore, e questa condizione di homo consumans marchia le sue relazioni, anzi è le sue relazioni, è quello stesso bacio e quella stessa relazione umana; ciò che permane è il rapporto sociale che su quei rapporti storico-economici si edifica, la stessa forma dell'incontro a due è un prodotto dell'individualismo romantico di stampo borghese, in cui le sfere dell'esistenza si sono rese autonome (arte, pensiero, amore, lavoro); è la stessa consuetudine sociale, determinata da un'infinità di elementi, come la ripartizione dei tempi di lavoro, le forme della proprietà, i mezzi di comunicazione, la situazione giuridica, le tecniche d'urbanizzazione etc., per cui il rapporto con l'altro diviene una prosecuzione biologica della cura del proprio corpo, vale a dire per cui non c'è alcuna differenza tra l'avere una ragazza e aver cura della propria igiene orale. Entrambe fanno parte di un'economia della cura del corpo. Ed, in ultimo, rende completamente intercambiabili gli individui tra di loro (la mia NUOVA ragazza), ritraducendo la "storia" (ovvero i contenuti propriamente spirituali del divenire) in natura (le funzioni biologiche che questo mondo di illusioni serve a garantire). Il rapporto tra soggetto e oggetto è quello benjaminiano tra fantasmagoria onirica e risveglio, feticismo della merce e riproduzione tecnica, tra il mondo multicolore del sogno e la sua fodera grigia e noiosa, osservabile solo da chi è sveglio. Oppure è quello dell'astuzia della natura, che garantisce la riproduzione della specie umana, in fondo l'unico orizzonte di senso umano, attraverso l'esca del piacere fisico ed intellettuale e della vita storica.
Non un mediatore che articola, dicevamo, ma un rivelatore. Questa apocalissi, questa improvviso trapelare del teschio al di sotto della carne florida, questa traduzione della coscienza in storia materiale, e di quest'ultima di nuovo in "storia naturale" (vale a dire una storia che non accompagna l'evoluzione delle forme umane d'esistenza, ma che in varie configurazioni ne garantisce il sempre uguale delle forme di sussistenza) è ciò che dovremmo cercare di afferrare saldamente, cercare di trattenere pur nel suo sguisciare rapidamente via, e ricadere nel sonno permanente di una vita interiore e soggettiva. La consapevolezza della natura pratico-sociale della verità, del carattere storico-materiale del cordone ombelicale che garantisce lo scambio tra soggetto ed oggetto, interno ed esterno, o meglio che vanifica questo stesso problema in quanto rivela il soggetto come giocato dalle forze materiali (storiche), offre sorprendenti similitudini, del tutto inaspettatamente, con il pensiero orientale ed il modo indiano di fare filosofia. Il nostro costante sonno, il nostro stato di ipnosi permanente, che ci chiude nell'illusione di poter pensare qualcosa, di avere una vita interiore, di essere un soggetto, che cala sulle nostre palpebre le cataratte del velo di Maya, che ci illude di essere individui ed in ultimo di essere punto, ha uno straordinario sapore esoterico. Non so se spetti a noi indagare il senso di questo legame problematico.

giovedì 16 giugno 2011

Un solo nome, differenti pratiche: il filosofo

La constatazione che oggi la filosofia abbia un ruolo esclusivamente decorativo, poggia sul riconoscimento dei suoi prodotti come meri prodotti culturali, che si situano accanto ad altri articoli culturali di massa quali film e musica. Non è semplicemente il mercato del libro, e quindi una circostanza esteriore, a renderla tale. Il suo tratto di intrattenimento intellettuale, di puro gioco - in Nietzsche già c'era il presentimento, pur privo di coscienza materialistica, che nel mondo dopo la "morte di Dio", vale a dire, con il dominio dell'uomo medio e del consumo di massa, la filosofia si sarebbe ridotta a gioco di concetti di Dio, e di altri dei creati dall'uomo (Al di là...capitolo sulla religione) -questo carattere è il motore dello stesso filosofare. Si consideri due eminenti esperienze del pensiero francese, il signor Derrida e lo scapestrato Deleuze. La loro è un agone alla creazione del concetto più ricercato ed originale, più peregrino e sottile, più accattivante ed attraente. Le stesse qualità che il consumatore medio, accecato dalla convinzione di avere gusti originali, ricerca in cibi, romanzi, accessori etc. Con ciò non voglio dire che la filosofia contemporanea sia prima di valore di verità, e tantomeno asservita ai sistemi di produzione e al mercato. Semplicemente essa è un prodotto culturale, sul cui rilevamento non è necessario soffermarsi più di tanto con atteggiamento intellettualistico. Ciò non toglie che la verità oggi sia accessibile solo a partire dal profilo modesto del prodotto culturale, dalla semantica dell'intrattenimento...
Nel medioevo la filosofia era teologia. A partire da Dio di filosofava e a Dio si ritornava. Ancilla, serva teologiae. L'ente era indagato in quanto ens creatum, ed il mondo racchiudeva la totalità di essi. Organo di propaganda della santa sede? Può darsi...certamente fu sempre anche questo. Ma prescindendo dall'osservazione di un fondamento cristiano che va ben aldilà del collegio curiale, anche qui è da evitare una fuga intellettualistica. Neanche su Dio, si filosofa a partire dal vuoto dei cieli. Quello della teologia è un linguaggio, una semantica imprescindibile, in quanto nutrita delle condizioni socio (chierici) - economiche (le vaste proprietà vescovili o monastiche) che la formano. Anche in essa sono contenuti riflessi non intenzionabili di verità.
E nella Grecia antica? Cos'era la filosofia nel fulgore delle sue origini? Se anche qui cerco di indagarne i sotterranei materiali, mi imbatto presto in alcune difficili difficoltà. Lo storico ci dice che in età tardo antica il filosofo si avviava verso quella metamorfosi che l'avrebbe trasformato in uno dei fasti delle corti dei grandi re. Oppure: maestri prezzolati, retori assorbiti dal negotium, consiglieri regali, tutto quel grande apparanto insomma che serviva ad alimentare culturalmente le monarchie o le elites cittadine. Ma spingiamoci un po' più indietro. Cosa trovamo nella Grecia classica? sembriamo imbatterci ancora in personaggi politici; certo ora si tratta di figure più austere e vigorose, più indipendenti ed altezzose, propositori od impositori di costituzioni "giuste", nostalgici nel crepuscolo dell'aristocrazia rifugiatisi tra le colonne di un tempio, oppure eroi che inciampano mentre sono impegnati a guardare le stelle; ma soprattutto grandi fondatori di scuole esoteriche (aldilà del carattere mitologico delle scuole ioniche ed eleatiche, ci sono Pitagora o Platone...). Cosa sarebbe in definitiva il filosofo greco? Un politico? Un maestro di pratica civile? Un organizzatore di piccoli centri di resistenza politica nei confronti della polis ormai egemone? E di nuovo, a questo punto, è davvero indelicato cercarne il profilo sociale? Rischia questo di demolirne l'autorevolezza? Non è solo a partire da qualcosa che si filosofa?
Ma cosa ce ne facciamo della filosofia. Fin qui si è parlato di filosofia solo per omonimia. In fondo è solo questione di semantiche e di linguaggi codificati. Che si tratti di industria culturale, della difesa delle due chiavi di Pietro, o di pratica politca - sono queste forse occupazioni nelle quali non è possibile indagare l'"essere"? Un essere che non è qualcosa di estraneo e separato dalle condizioni, ma è lo stesso lavorio di scavo interno ad esse?

lunedì 6 giugno 2011

Significato sociale della nostalgia: un esempio marginale

Uno degli svariati lati del decisivo prisma dell'analitica della nostalgia, punto intorno al quale il pensiero oggi è innestato e deve pensarsi come tale, e con il quale il confronto è fatale. A dire il veri quello trattato qui sotto ne costituisce un aspetto decisamente esteriore e marginale.


Fin quando, di colpo, oggi pomeriggio, non ho potuto osservare questo fenomeno nello specchio caleidoscopico della socialità materiale, vale a dire dell'"uomo osservato sotto la prospettiva della cosa", ovvero attraverso un'analitica della società che difalca le individualità apparenti per afferrarne il contenuto materiale che le attraversa mettendole in relazione - quello dell'invidia per la vita piena dell'animale sano, e di conseguenza il senso di nostalgia scaturente da una vaga sensazione che qualcosa ci sia stato tolto, portato via, precluso per sempre, dopo un'infanzia che al contrario offre a tutti un'idea di cosa possa significare una società senza classi, rappresentava per me un'enigma più gravoso per la sua difficile comprensione che per il suo peso esistenziale. Ma oggi mi è passata davanti una coppia di dodicenni, già bellissimi ed accattivanti, disinvolti nel loro farsi strada attraverso le costanti richieste di prestazione che ci si richiedono. Ho pensato che di sicuro l'amica grassa di lei non avrebbe camminato a testa altrettanto alta.
Ciò mi ha permesso di afferrare più storicamente qualcosa cui prima guardavo per lo più antropologicamente. In un'epoca in cui nelle pubblicità in cui si allude all'amore i protagonisti coinvilti sono sempre modelli o comunque bellissimi, è facile comprendere quanto ci sia di storico e di attuale in tutto ciò. La nostra epoca è quella in cui l'amore ci è definitivamente portato via, precluso attraverso un sistema di immagini spettacolari che ce lo presenta come diritto esclusivo della classe dei fortunati. Il Titanic è per i belli, l'atollo paradisiaco di Dolce e Gabbana è per i perfetti, i tramonti malinconici sono per i sani. Di qui la nostalgia, che altro non è che un indefinito senso di perdita, il senso di allontanamento di qualcosa di inafferrabile, il risvolto mistico e non ancora portato alla coscienza di una civiltà che esclude fin da principio la fruizione della felicità da parte dei malati, un sentimento che impropriamente estendiamo fin nelle radici del nostro essere e spingiamo indietro fin alle origini del tempo (nostalgia di un'origine perduta). Questa origine perduta è in realtà un presente perduto di cui siamo stati sfacciatamente derubati.
Ma invece di aumentare l'oppressione angosciosa nel mio petto, questo risveglio mi ha permesso di scorgere le possibilità anarchiche di un paradiso attinto attualmente. Le condizioni per la fruizione della felicità infatti sono poste insieme alla linea divisoria che ne esclude un gruppo dal suo uso; né prima né dopo. Sia un determinato concetto di salute che l'esclusione di alcuni considerati brutti e malati fanno parte di un identico dispositivo storico, infallibile e ben oliato, il quale ripartisce l'umanità per biforcazioni che non cessano mai di dividere sdoppiare ed assegnare territori, senza che però si riesca a tener vivo nella memoria (ogni verità parziale fa dimenticare presto il suo essere parziale)) che si tratta solo di una ripartizione possibile, e non dell'unica necessaria. Ad esempio: da un lato si pone l'escursione nella natura come immagine della felicità, dall'altro, insieme, si escludono automaticamente gli uomini sulla sedia a rotelle, che difficilmente potrebbero attraversare la natura selvaggia. Ora, sta a questi ultimi mettere in discussione non l'uno o l'altro lato, ma la linea stessa, mostrarne l'assoluta arbitrarietà che, dissimulata, costituisce la violenza nella sua forma elementare. Di certo gli storpi non compiranno l'errore di prospettare l'istaurazione di una società futura interamente fondata sul privilegio dei mutilati e dei deformi; ciò significherebbe la semplice sostituzione di una linea divisoria con un'altra. Ma poichè non c'è società senza linea di esclusione e di separazione, se l'utopia di una futura città giusta crolla e non può più essere sognata dagli esclusi, i quali devono essere onsapevoli che tutta la loro speranza e tutte le loro sofferenze derivano da un desiderio di vendetta, cosa resta loro? Il pensiero più estremo che è stato pensato sull'argomento lo si trova nell'opera di Benjamin. Lucidamente scorge nell'odio una forza indispensabile affinché la voce degli oppressi non venga sommersa dal corso inarrestabile della "catastrofe permanente" della storia universale, ma insieme esclude radicalmente qualsiasi pianificazione rivoluzionaria del futuro. In partcolare si legga la XII tesi sul concetto di storia:

"Il soggetto della conoscenza storica è di per se la classe oppressa che lotta. In Marx essa figura come l'ultima classe resa schiava, come la classe vendicatrice, che porta a termine l'opera di liberazione in nome di generazioni di sconfitti. Questa coscienza...fu sempre scandalosa per la socialdemocrazia...Essa si compiacque di assegnare alla classe operaia il ruolo di redentrice delle generazioni future. E recise così il nerbo della sua forza migliore. La classe disapprese, a questa scuola, tanto l'odio quanto la volontà del sacrificio. Entrambi infatti si alimentano all'immagine degli antenati asserviti, non all'ideale dei discendenti liberati."

Si tratta di una contestazione invisibile, esplosiva, silenziosa, puntuale. Il raccoglimento di tutte le speranze di restitutio ad integrum degli oppressi. Ma esiste o è mai esistito nella storia un agire politico siffatto? "Pensieri che avanzano con passi di colomba, muovono il mondo"; si può star sicuri infatti che, ammesso che sia mai esistito, difficilmente esso può aver assunto uno spazio di visibilità facilmente circoscrivibile e concettualizzabile. Ogni politica visibile si muove infatti sul tracciato della "socialdemocrazia", vale a dire secondo progetti, agire secondo mezzi-fini, quando sarebbe esattamente la distruzione di quest'ultimi a liberare l'uomo dal fardello del lavoro e da ogni altra schiavitù. Concepire ogni evento come innocente e irresponsabile, far saltare le linee divisorie mostrandone i margini di contingenza - queste sono pratiche quotidiane di cui si nutrono la spiritualità buddista e cristiana, più che la politica nel senso amministrativo e gestionale in cui la si intende correntemente. Il fatto non è fatto, il passato non è passato, esso è pur sempre ed ancora...incompiuto.

mercoledì 11 maggio 2011

Vecchia piccola gelosia

Per coloro cui il sitstema complessivo della libertà sessuale e del conseguente allentamento dei legami sentimentali giova, è semplice condannare la gelosia. Essi, per quanto apparentemente emarginati, non sono i veri soggetti colpiti dall'egemonia dei più forti in campo sessuale. Non conoscono gelosia e si attendono che gli altri non siano eccessivamente gelosi con loro, e ciò non è difficile perchè tra i vincitori esiste una tacita convenzione secondo la quale sarebbe lecito, anzi "naturale", appetire le reciproche donne (Ne sono un caso eclatante le donne dei potenti: raramente esse lo sono di un solo potente). Per sopraggiunta essi sono privi del senso di perdita, e ciò è insieme causa e conseguenza della loro totale incapacità di essere gelosi. Il bottino sottrattogli potrà essere facilmente rimpiazzato da altre più al-lettanti conquiste. I loro legami affettivo-sentimentali equivalgono all'ordinaria igiene orale quotidiana, è una funzione igienica, biologica, giusto con un pizzico di patetica emotività in più. "Cosa fai nella vita?" "Studio, faccio tale sport, mi piace suonare x strumento, frequento il corso di talelingua, ed ho una ragazza". Ed è in un certo senso giusto quindi che essi non sappiano cosa siano le zanne della gelosia, naturale che non riescano neanche a farsene una nebulosa immagine.
Ma per coloro i quali il tradimento equivale ad un rapimento, la preferenza della propria ragazza appare come sopraffazione del più forte sul più debole, coloro per i quali la perdita è la fine di se stessi, poichè conoscono l'incondizionato e l'oggettività dei rapporti, la superficialità con cui i vincitori liquidano la gelosia è un'inaccettabile gesto di crudele cinismo, alla stregua di quello dei facoltosi per cui la fame degli indigenti è in fondo solo un piccolo neo del mondo. La gelosia dei predati è la suprema giustizia del risentimento che pretende la sua vendetta, è l'ultimativa giustizia proletaria, che aspira a redimere tutte le passate generazioni di sconfitti.
Tuttavia anche gli umiliati che la gelosia è qualcosa da superare, in quanto la giustizia definitiva è solo un ideale istantaneo cui ispirarsi per arginare le violenze dei forti sui deboli, non un modello per scatenare un definitivo rovesciamento dei ruoli, invero massimamente desiderabile ma fuori di ogni realizzazione. Ma ci sono due modi di non essere gelosi. Il primo è quello di cui abbiamo parlato all'inizio, la sicurezza dell'esemplare forte che non ha bisogno di stare sempre all'erta, perchè sa che la sua donna gli resta vicino proprio per la sua potenza, o perchè non è per lui gravoso il compito di rimpiazzarla rapidamente. L'altro appartiene agli esclusi dal gioco dalla salute, i quali pur pieni di rancore e di desiderio di giustizia vedono nel superamento della gelosia un'opportunità di liberazione da ogni piccolezza mondana. E' meglio guardare più da vicino questa seconda possibilità.
Molti sono infatti capaci, anche tra i vessati, di dimenticare presto la rapina ai loro danni commessa dal più forte. Ma chi siederebbe addirittura a tavola con lui? Chi lo perdonerebbe oltre a dimenticarlo? Di più: chi l'amerebbe? Chi amerebbe il proprio nemico? Chi sarebbe capace di gioire per il proprio nemico dimenticando la propria miseria? Chi sarebbe capace di godere dei cieli sereni altrui, solo e all'umido di un antro infestato da demòni? Solo uno che ama, che perdona, che agisce. Uno che redime se stesso. Uno che ha oltrepassato i sette cieli per stabilirsi in una sede così lontana dal possesso e dal bisogno di amore terreno, da abbracciare la più estrema ingiustizia con la pietà di colui che conosce l'irresponsabilità del demoniaco nell'uomo. Un tale uomo beato "perdona loro, perchè non sanno quello che fanno", ma non semplicemente ignorandoli, guardando e passando, ma provando sincera compassione e pietà per la loro anima sconvoltà dalla bramosia di carne-successo, gioendone tuttavia nella misura in cui quel successo gli da una (pur effimera) gaiezza. Esiste forse un tale uomo? Possiamo noi incarnare quell'uomo?

sabato 7 maggio 2011

Verso il centro orgasmico della sessualità

Per comprendere la questione della sessualità (agganciandola all'ineludibile orizzonte sociale, anche se in questo luogo rimarrà sullo sfondo) bisogna prendere le mosse dall'autoerotismo, e ricercare il suo nucleo altrove che non in una qualsiasi modalirà relazionale. L'alterità è completamente estranea alla sfera sessuale presa nella sua purezza. Lo sguardo ordinario secondo cui l'autoerotismo sarebbe un dirottamento della libido su se stessi, nel momento in cui essa non può, per qualsiasi ostacolo interno od esterno, trovare sfogo all'esterno, è completamente falsa; per ottenere la verità bisognerebbe piuttosto rovesciarlo. Secondo quella prospettiva l'autoerotismo verrebbe a configurarsi come qualcosa di affatto secondario, come un riverbero depotenziato della sessualità.
Al contrario è nostro compito quello di scorgere in essa una teoria al servizio della forza e del potere di coloro che questo sfogo della sessualità verso l'altro, verso la partnership, non hanno difficoltà a rintracciarlo. Oltretutto si tratta di un'ipotesi esplicativa estremamente debole, per quanto apparentemente funzionale, nella misura in cui nel rapporto sessuale (quindi nella relazione dei propri genitali con quelli di un altro) l'altro è continuamente sottoposto ai tentativi di appropriazione e fagocitazione, piuttosto che lasciato libero nella sua alterità. E' vero quindi il contrario: l'aspetto relazionale della sessualità è un effetto secondario in cui le pulsioni sovrane, ovvero quelle egoiche, imperative della volontà di potenza, proprie della masturbazione, nella quale l'individuo estende per una manciata di secondi la sua egoità fino a coincidere con il cosmo stesso, si riproducono in un rapporto con l'altro solo apparente, nella misura in cui l'altro vuole essere divorato. Il riscontro di elementi alteranti, relazionali della sessualità sono quindi frutto di un equivoco clamoroso, che confonde la presenza dell'altro in quanto mero pasto, con una presenza genuinamente relazionale. Affermare che l'elemento costitutivo della sfera sessuale è quello relazionale, sarebbe come affermare che il nostro rapporto con il pollo che ci si para davanti nel piatto è di tipo relazionale? Obiettate: Il pollo non si muove e non pensa, al contrario del partner sessuale. Io rispondo: Il muoversi ed il pensare del partner sessuale equivale allo sfuggire del pollo sottole posate, al suo scivolare via sull'olio che rende più avvincente la sua caccia con la forchetta.
Trascuriamo poi in questa sede, ma ne abbiamo parlato più volte, della flagranza dei segni che un determinato assetto sociale ha depositato sopra l'ipotesi relazionale. Poche epoche sono mai state così solerti nel ridurre a pura relazione i corpi, nel trasformare le leggi in norme implicite, nel tradurre con molta intelligenza l'imposizione in regolamentazione. Chi ubbidirebbe più ad un'ingiunzione schietta? Molto meglio inoculare un complesso sistema del costume attraverso il quale i soggetti si individualizzino spontaneamente, e da se stessi si classifichino e si distribuiscano all'interno di una stuttura che garantisce la soddisfazione della propria economia di piaceri a ciascuno che in essa si sistemi. A certe condotte corrispondono schemi d'azione altrettanto determinati. Se non ci si lava, non si tratta l'altro sesso come se dovesse essere tutelato, se non si è cauti ed accorti tempisti e predatori, si avrà difficoltà ad accedere alla merce sessuale...
L'orgasmo è il nucleo della sessualità. Per penetrare nella sfera sessuale, non si deve penetrare l'ano, o la vagina, o gli interstizi tra le dita, o la meccanica della macchina che si articola su due o più corpi. E' l'orgasmo l'attimo della sospensione assoluta che solo è in grado di determinare e di distinguere univocamente la sfera sessuale da ogni altro campo. Che cosa è l'orgasmo? La risposta della filosofia fino ad oggi sembra esser stata: "Mistero insondabile", ma in questo misticismo non è difficile scorgere la prudenza da eunuchi con cui si è affrontato fino ad oggi il problema, oltre all'inconsapevolezza in cui la pratica orgasmica è stata relegata a causa dei meccanismi di potere che la subordinano alla sessualità relazionale. Nell'orgasmo c'è la distruzione di ogni metafisica: la beatitudine non è più oltre, "qualcosa di promesso", ma è qui, nei nostri cuori e nei nostri genitali. La parola di Gesù e l'orgasmo sono qualcosa di seducentemente affine. L'essere, la totalità della vibrante sfera dell'essere non si staglia più in un aldilà o in una profondità abissale del senza fondo: l'essere è tutto spalmato sulle scariche orgasmiche. In esse percorriamo il giro del mondo, anzi dell'intero cosmo in pochi secondi, o frammenti atemporali. Schegge impattite in una paradossale omogeneità. Superficie lucida del mondo scansionata in un'apocalisse che procede a scatti e per salti. Tempo atemporale senza fine ma con un inizio ed un termine. Percorso laterale sugli itinerari del corpo. Esso ci lascia avvolti ogni volta di più nell'interrogativo sulla sua inesplicabile finitezza nel tempo: come è possibile che una tale eternità sia compressa in una manciata saturata di secondi? La nostra perplessità non deve ottenere risposta, e non per abbandonarci all'abisso del mistero, ma per riconoscere il non-senso (rigorosamente di superficie) che nutre la logica dell'orgasmo. Percorriamo rapidamente la parabola dell'estrema possibilità del corpo umano, essa ci conduce intorno, in una giostra impazzita, eepure non usciamo mai dal perimetro lineare e bidimensionale che essa traccia. E' il circolo: far rotolare il masso in cima alla collina contiene in se già il concetto della sua discesa, ed insieme ne è l'effetto: stessità scansionata in due momenti, cerchio osservato analiticamente in due semicerchi, attimo ed eternità nell'orgasmo come parti di un unico sistema meccanico.
Risulterà chiaro da questa brevissima, sommaria, e assolutamente non esauriente disamina dell'oirgasmo che, se è vero che esso è il cuore pulsante della sessualità, se da esso si deve partire per elaborarne un'analisi, che nulla in essa rimanda analiticamente ad una relazione con un altro corpo. L'orgasmo resta ripercussione cosmica su di se e sull'attimo, sia quando esso è l'esito di una tecnica autoerotica, che di una eterotica.

martedì 26 aprile 2011

Il rasoio

Mi sono macchiato di un'orrendo delitto. Ho lacerato in due il tempo della mia esistenza, affidando alla prima parte un'azione di cui mi vergognerò per sempre. Tutto il tempo che resta, lo occuperò tentando di riconciliare il mio passato con me stesso, o aspettando il perdono.

Tutto d'un fiato (bersi le persone)

Supera ogni ragionevole comprensibilità l'assoluta mancanza di influenza di ciò che una persona dice o fa, nella decisione sull'interesse che prendiamo nell'ascoltarla od osservarla. Ciò che permane ed agisce è solo la dimensione propagandistica dell'individuo, il suo volto da scaffale.

Ci sono persone che mi ascolterebbero anche se ogni mia parola fosse la confutazione stessa della loro possibilità d'esistenza.

Non è l'esteriorità a comunicare e persuadere. Tantomeno l'interiorità, che non trascinerebbe alcuno all'assenso, né convincerebbe alcuno al silenzio. Ciò che permane è la relazione di forza.

Ciò non è né buono né esecrabile. E' inarrestabile.

Dell'ordinario e prosaico progetto di dominio che ci orienta silenziosamente e con infallibile fiuto verso l'inflizione di sofferenza e la prevaricazione, fanno parte anche le persone che più ci affascinano e volentieri ascoltiamo. I nostri modelli sono gli enormi macigni che trasciniamo a fatica sulla strada del nostro nemico segreto, per ingenerare nel suo animo un senso di fustrazione, da cui traiamo godimento anche se ne siamo responsabili solo parassitariamente, nutrendoci delle carni del nostro idolo.

Ciò spiega agilmente e raccoglie, come un'autentico principio scientifico, un'ampia gamma di fenomeni; da un senso al nostro frequentare persone solo per abitudine o per "piacere", gente di cui ormai ci siamo annoiati ed altra che ci stimola, persone di fronte alle quali rappresentare la nostra commedia (superiori o inferiori che siano), altre da cui impararla, amici da cui farci lisciare il pelo, altri a cui lisciarlo...

"Adoro x, è esilarante". Ma qui c'è un clamoroso equivoco! Cos'è, perdiamo tutta la nostra finezza in logicis? Bisogna tenere rigorosamente separato il caso in cui si adora qualcosa che appartiene ad x, da quello in cui si adora l'occasione ghiotta che questo qualcosa ci offre.

Che cos'è d'altra parte la nostalgia? E' il ricordo in fuga rivissuto con lo sguardo del grafico pubblicitario. Il contenuto di quel ricordo ci è del tutto indifferente; esso potrebbe restituirci alla memoria i ceffoni della nostra vecchia maestra, così come il viale percorso con la nostra ultima verginità. Ciò che si offre all'occhio nostalgico è piuttosto il "che" di quel momento, l'etichetta "ceffoni di vecchia maestra" o "verginità perduta" che si può applicare sopra il ricordo.

L'etichetta non è qualcosa di morto, statico, arbitrario. Nella sua potenza riconduttrice ad archetipi, o comunque a situazioni typiche o tipi (typos), raccoglie il senso procurando un sentimento piacevole del flusso di vita. Si pensi alla potenza nel marchio che tanto ruolo gioca nella soddisfazione del consumo; oppure a quanto spesso ci sorprendiamo a ripeterci, anche in mente: "lo sto facendo, io sto davvero facendo questo", mentre facciamo qualcosa di cui ci interessa non tanto la realizzazione, quanto il "che"-l'abbiamo-fatto, il prestigio che quella effettuazione ci apporta di fronte a noi stessi o agli altri. Non in senso egoistico-psicologista o utilitaristico, ma estetico e fisiologico.

Il difficile non sarebbe tanto nel credere nell'incarnazione o nella resurrezione. Davvero, non iperbolicamente, in materia di relazioni sociali crediamo a cose decisamente più assurde ed inverosimili. La difficoltà è nel capire cosa ci sia poi di così importante.

venerdì 22 aprile 2011

Meine historischer Materialismus: estemporanei quanto provvisori chiarimenti sul concetto

Considerato che più volte ho fatto riferimento ad un certo significato di materialismo storico, sembra ormai opportuno chiarire quale esso sia, affinché non si misticizzi a sua volta.
Sgombrando il campo da ogni equivoco, non solo non è il mio caso, ma credo che nessun pensatore che si sia interrogato sui fondamenti metodologici del materialismo storico ne abbia mai abbracciato la versione radicalmente meccanicistica (indicata dagli intellettuali snob come "materialismo storico volgare"), secondo cui i rapporti tra struttura e sovrastruttura sarebbero di natura rigidamente causale. A questa riccorrono piuttosto alcuni storici, quando ad esempio affermano che la tale rivoluzione presupponeva determinate condizioni socio-economiche, ma per amplificare i suoi effetti, oltre che per nascondere la nuda effettualità, si ammanta ideologicamente di tale giustificazione teologica. La rivoluzione dei salariati e degli artigiani delle arti minori inglesi nell'ultima porzione del XIV secolo avrebbe ideologicamente fatto appello alla corruzione del clero e dei vescovi in particolare. Possiamo dircelo senza problemi, questa spiegazione è cretina. Oltre a proiettare un utilitarismo, un macchiavellismo, e una razionalità strategica (ed anche un po' meschina) che appartiene più al nostro secolo che a quello, ignora la complessità e la problematicità del rapporto tra struttura e sovrastruttura.
Con il concetto di materialismo storico, faccio piuttosto riferimento ad un rapporto tra le due di tipo analogico. Tra attesa escatologica od utopia pauperistica (sovrastruttura) ed indebolimento dell'influenza di Roma sul clero tedesco (struttura) che rifiuta i sacramenti da parte di preti "corrotti", intercorre un rapporto di analogia. La sovrastruttura infatti non esiste separatamente, ma neanche è legata alla struttura solo da un rapporto causale. Essa non viene dopo, come effetto della struttura separato da essa e ad essa legato solo da un rapporto causale, con una formula: la sovrastruttura nasce nella struttura e non da essa. Quando uno spirituale francescano radicale annuncia l'avvento del regno escatologico, la terza era gioachimita, egli sa che questa era andrà a svuotare di potere proprio la struttura ecclesiastica la cui aria egli respira, di cui il suo gioachimismo è intriso. O ancora, quando Gesù annuncia l'avvento del regno, egli è perfettamente consapevole che l'avvento del regno significherà la distruzione del tempio, di quel tempio, edificato nella Gerusalemme della cui bigotteria era così disgustato.
La sovrastruttura si autonomizza, si separa solo in un momento successivo, sotto lo sguardo dello storico, e neanche di ogni storico, ma solo di quello la cui società ha raggiunto un livello estremo di divisione del lavoro. Al contrario, essa è originariamente espressione della struttura, più che il suo effetto, allo stesso modo in cui il pallore è espressione della malattia. Si può parlare di essa come di un sistema di segni. Il segno-pallore non sarà effetto della malattia, quanto piùttosto la esprime, nella misura in cui affonda le radici e si nutre di una certa malattia.
Ciò significa che nessun intellettuale (neanche il più ideologico) edifica la sua teoria come una conseguenza della sua condizione socio-economica. Una teoria è sempre irriducibile, naturalmente, all'economia; tutta via essa è come il prolungamento di un certo assetto economico, come l'efflorescenza del fiore è il prolungamento del gambo che lo nutre, in un rapporto organico. Nessuno direbbe che l'efflorescenza non sia qualcosa di diverso dal gambo; tuttavia nessuna efflorescenza sussiste senza gambo.
In un'ipotetica società primitiva fondata sulla guerra, la difesa del territorio e la conquista, in un villaggio sottoposto quotidianamente a rapine e scorrerie dei nemici, il pacifismo non avrebbe alcun senso, e ancor prima di emergere nelle menti dei membri di quella società resterebbe per sempre sempolto dai colpi di spada da cui essi sono circondati. Sarebbe un'opzione assolutamente non contempleta, ancor prima di essere scartata. Ciò non significa tuttavia che il pacifismo sia effetto di società meno aggressive, come ci mostrano schiere di individui non aggressivi e non pacifisti. Tuttavia il pacifismo diviene possibile solo ad un certo grado di sviluppo delle forze economiche, e si sviluppa in esse come in un utero. Così come da una patata si diramano molteplici radici, senza che si possa mai dipanare un tronco di quercia, allo stesso modo da un determinato assetto storico-economico si producono svariati ed imprevedibili effetti sovrastrutturali, che non potranno però mai eccederne la struttura senza che si sia prima abbattuta su di esso una rivoluzione.

sabato 16 aprile 2011

L'infanzia

L'infanzia è una malattia tristissima. Lo si riconosce dall'occhio catatonico dei bambini, che fruga nel vuoto e non trova nulla se non l'assurda assenza di giustificazione dell'esistenza. Negli asili l'aria è più irrespirabile delle saturazioni d'incenso delle cattedrali medievali; gli angoli degli asili non sono come tutti gli altri - le fuge del pavimento sono fughe malinconiche verso l'infinito "alcunché". Anche se non ce lo confessiamo, lo sappiamo: cerchiamo in ogni modo di curare le torbide turbe psichiche dell'infanzia. Gli stessi asili sono luoghi di gestione della follia, non molto diversi da istituti psichiatriche, dove guardandosi intorno non ci si offrono che brandine anonime, gente che si caga addosso, urla disperate per l'abbandono dei genitori, architettura dozzinale e scabrosa, violenza dell'uomo sull'uomo per un insignificante giocattolo. In mezzo a tanta rovina, è commovente vedere come il sistema educativo abbia nella storia cercato di nascondere questa malattia ai bambini, di fargliela dimenticare, al prezzo però di deminticarla essi stessi nei secoli. Si circondano i bambini di un mondo di colori, giochi, infrazioni delle ordinarie leggi fisico-psichiche, giostre, musiche. Vi assicuro che tutto ciò non è molto dissimile da una clinica psichiatrica. Lo stesso aspetto materiale del suono del pianto dei bambini, il suo timbro, ha qualcosa di ancestrale, che si perde nella lontananza dei tempi. E' questo il segreto della melancolia infantile. I fenomeni di deliquio, catatonia, malinconia, euforia, ossessione maniaco-compulsive, non sono che manifestazioni di un archetipico non-senso originario, della malinconia paleolitica che l'ominide doveva sentir scorrere sulla sua pelle sudata, nel suo respire bestiale, nella fibrillazione del muscolo, sulle secrezioni corporee come lo sperma, in quei rari ma regolari attimi in cui assiso sulla rupe si imbatteva nell'eccedenza di senso (o di non-senso) dell'esistenza rispetto ai tempi di riproduzione dell'esistenza. In una parola: quando l'uomo-scimmia aveva lo stomaco pieno, e si era appena lasciato alle spalle lo scopo immediato della caccia della preda o della raccolta dei frutti, sperimentava un assenza di scopi, appena prima di addormentarsi nel respiro lavico di una terra paradossale.
Il bambino e l'ominide. Allora non è una malattia quella del primo, ma un ancestralismo. Se è così, si tratta di un primitivismo comunque malato, ma nello stesso determinatissimo senso in cui si dicono malati gli stati allucinatori della febbre. Una malattia calda, irritante, che scorre sulla superficie biologica, è quella che affetta l'infante. Si osservino i suoi escrementi: caldi, vischiosi, irritanti...
Nei confronti di questa anomalia biologica la civiltà, con i felici rimedi-camuffamento di cui sopra, ha dato la sua più alta prova di delicatezza, di sensibilità nei confronti dell'umanità sconvolta. Costruendo con gli stessi materiali della follia (colori, danze, musica, gioco) un mondo felice per i bimbi, si comporta come quella dolcissima madre che al capezzale del suo bimbo irrimediabilmente malato di cancro, gli racconti un'ultima favola, quella sullo splendido mondo domenicale che si trova oltre il suo ultimo sonno.

Lo scandalo della preferenza

Si lascia correre la preferenza nel campo degli oggetti inanimati. Nulla di orrendo nel preferire un sapore, un gioco, un canto. Ma non è forse vero che ci rifiutiamo di guardare in faccia la realtà delle preferenze umane? Volentieri metteremmo a tacere tutto ciò che ci ricorda che il campo delle relazioni umane è attraversato dalle preferenze.
Non chiediamo mai ad un amico, e raramente ci viene in mente la sola possibilità di domandarlo, di quale dei suoi altri amici preferisca la compagnia; occultiamo persino a noi stessi il meccanismo delle preferenze che pure sorregge l'intero processo delle relazioni uomo-donna, quello dell'essere preferiti e del preferire. C'è qualcosa di estremamente doloroso nell'enunciarsi tale verità.

(Dinamica n. 1: Una coppia sfoglia una rivista patinata. In una pagina campeggia il modello-esemplare-maschio-perfetto della specie umana, che posa per una pubblicità di Dolce e Gabbana. Lei: "Magari tu fossi come lui". Lui: (ride) "E magari tu fossi come [inserisci nome di qualsiasi donna-corpo]". Loro: (Ridendo si danno un bacio).
Che cazzo ridete?! Non vi accorgete che state dispiegando una dialettica violenta in tutta serenità grazie alla mistificazione che ve la nasconde? Visto che non sapete cosa dite, ve lo spiego io. Se prima di andare con te lei fosse andata a letto col modello, si sarebbe "innamorata di lui", se non avesse incontrato particolari incompatibilità. Lo stesso vale per te, ciccino. Ciò significa che la vostra relazione si regge sul caso, e quindi in certa misura sul nulla. Significa che voi non esistete. Che avete molta più cura nella scelta di ciò con cui fare merenda che in quella della persona con cui fondervi. La risata leggera con cui di solito queste cose si coprono in una coppia dovrebbe acuire il sospetto. Quella risata nasce dalla distanza dal modello-uomo di spettacolo-attore-attrice etc. che gli conferisce un'aura quasi mitica di paradossale irraggiungibilità. Nella sua distanza e irraggiungibilità il modello sessuale ideale non rappresenta una minaccia immediata per la coppia, anzi sentirlo come una minaccia sarebbe sintomo di una patologica mancanza di realismo nella considerazione degli eventi (chi dei nostri padri avrà avuto l'opportunità di conoscere Barbara Bouchet e lasciare nostra madre?). Tuttavia che cos'è questa distanza? Nient'altro che un fattore casuale, una coincidenza fortuita, una combinatoria felice.Se la Bouchet non fosse stata così irraggiungibile nostro padre avrebbe abbandonato nostra madre, e se avesse conosciuto qualcuno di più attraente di lei, avrebbe abbandonato anche'essa e così via all'infinito. Il significato di questa porno-progressione demoniaca è che tutte le nostre storie che non hanno un fine, si fondano sul nulla, sul male, su una volontà appropriativa dell'altro.
Tutto ciò smaschera gli "spazi di libertà" di una coppia come l'occultamento ideologico di quegli spazi di manovra che i soggetti possono utilizzare per mantenere aperte tutte le possibilità sessuali, e piantare in asso l'altro, più o meno gradualmente, solitamente seguendo queste fasi: a) "Spazi di libertà, la coppia non deve soffocare, io ho molti amici del sesso opposto, mantengo la mia autonomia" b) Necessariamente vi sarà un amico del sesso opposto più bello e simpatico di te. La tua ragazza ti "amerà" sempre di più, ma sarà "interessata" a te sempre meno c) La ragazza si accorge, "per onestà nei confronti di se stessa", che forse il suo amore è retto solo dall'abitudine d)...e poi, tra tutti quegli amici che "la fanno stare bene", e la ristorano dalla noia per la sua storia sentimentale, ce ne sarà uno che sarà disposto ad "amarla"... e) Abbandono, lacerazione, rottura, elisione di un'intera economia biologica edificata nell'interazione con l'altro, il gioco ricomincia...)

Da dove nasce questo qualcosa di doloroso? Che cosa rende così orribile, obbrobbiosa la preferenza? Dal lato soggettivo, in primo luogo, il fatto che ne soffriamo in prima persona. Il dolore è reale, ripeta pure Nietzsche quanto voglia che la denuncia della violenza si fonda sul risentimento dei deboli, del loro odio contro tutto ciò che è potenza e forza; ciò non squalifica, anzi legittima ancor di più la brama di riscatto del "debole", nella misura in cui la sua sofferenza è reale, egli la sente su di sé, egli aspira alla potenza come il forte, e non c'è niente di più doloroso di quando questa viene umiliata, ferita, afflitta.
Dal lato oggettivo, l'incoscio avvertimento di un principio più profndo, più radicale, antropologico. Nelle dinamiche della preferenza, noi abbiamo il presentimento, anche se ne diventiamo pienamente consapevoli solo con difficoltà, che agisca un principio di violenza universale. Questo è il principio dell'eugenetica, della selezione dell'esemplare migliore, di colui le cui qualità dipendono in tutto e per tutto dalla nascita, dalla natura, dal caso quindi. E, complementare a quello dell'eugenetica, si profila il motivo dell'esclusione fondante. Solo attraverso l'esclusione si fonda una comunità, un vincolo ristretto, un'identità. Noi scorgiamo in esso, a ragione, il Male assoluto, anche se per qualche misterioso motivo rifiutiamo di ammetterlo, e continuiamo a professare i principi di libertà sessuale,autonomia del soggetto, debolezza dei vincoli di qualsiasi tipo. Per un oscuro masochismo preferiamo reagire simmetricamente ad un abbandono, ovvero con una rivincita, con una riscossa personale, piuttosto che soffermarci a denunciare la violenza di ogni abbandono e preferenza. Gli stessi che più sono vittime, per deformazioni fisiche, minorità cerebrali, anche semplice inferiorità di livello culturale, difetto di simpatia e affabilità, mancanza di carisma e charmes- le stesse vittime dell'esclusione preferenziale, sono i primi a non denunciarne la presuntuosa crudeltà. Ho visto schiere di impotenti inneggiare al principio orgiastico.

lunedì 21 marzo 2011

Modalità violente ed appropriative di relazione al sesso femminile

Ebbene si, il potere circola tra i sessi anche e soprattutto per queste vie, che gradualmente riconducono la donna in strutture d'assoggettamento preparate, anticipate e propiziate attraverso il suo addomesticamento, indocilimento. A questo, ed esclusivamente a questo, deve essere ricondotto il processo di "spiritualizzazione" del sesso femminile, il suo assottigliarsi in una figura sempre più serafica. Ogni teoria che tenti invece di spiegarlo mediante il ricorso a caratteristiche fisiologiche o psicologiche può a buon diritto definirsi violenta e appropriativa; prescindendo poi dal fatto che un baratro che possa infinitamente ingoiare può essere considerato molto più potente di un pugnale che può trafiggere solo per un tempo limitato. L'addomesticamento della donna non può, come ogni addomesticamento, che passare per una certa compiacenza dello stesso sesso assoggettatto: come le più efficaci, durature, ed esiziali schiavitù, essa viene amata prima di tutto dal soggetto sottomesso.

- Imposizione e assecondamento di assurdi canoni estetici fondati sulla mollezza, la morbidezza, la pulizia, la debolezza e l'esotismo

- Interdetto linguistico. Esclusione della donna da discorsi considerati troppo coloriti od espliciti per le loro celesti orecchie, di cui l'uomo è il solo emissario e destinatario, quali: volgarità sessuali, secrezioni corporee come sudore, muco, pus, discorsi riguardanti dettagliate informazioni coproree come deformità, brufoli, verruche, peli etc.

- Limitazione del movimento. Generalmente, ancora oggi, in una coppia sarà lei ad attendere la fatale domanda: "Ti passo a prendere?". E perchè non il contrario? Forse i motori sono qualcosa di troppo maschio e al di sopra della sua portata?

- Delicatezza per disabili. La condotta affettuosa, dolce, tenera che si riserva alle donne denuncia a chiare lettere quanto la si consideri inferiore, malferma, incapace di desiderare e volere autonomamente, facile alla ruffianeria e all'inganno, vulnerabile alla carezza come un cane da compagnia. La donna è un essere "speciale", nello stesso sendo in cui si dice tale un disabile.

- Protezione. Protego ergo obligo. Quella investita sul corpo femminile è una tutela permanente, che mira a stornarlo dai colpi troppo duri del mondo esterno, rivelandosi in tal modo pregiudiziale e razzista, ed insieme prevenendo la formazione di un carattere completo la quale può essere garantita solo dallo scontro con il mondo.

- Iper-sessualizzazione. Per quanto la sessualizzazione sia ormai un processo che abbia investito la globalità dei sessi, il corpo femminile resta quello sessualizzato per eccellenza. Ogni relazione tra uomo e donna è sempre accompagnata, nella mente di chi osserva tale relazione, da un involuto sfondo sessuale, provocando un'attesa tesa che si risolve solo se, e nel momento in cui, la relazione abbia un esito sessuale. Mentre il corpo dell'uomo è sempre moralizzato (nei concetti di forza, armonia, efficienza, nobiltà), quello della donna è sempre nudo.

- Tutela economica. "Stai ferma! Offro io". Ciò sia detto per ogni altra regola del subdolo galateo erotico occidentale.

- Confino nella landa dell'irrazionale. Il grado di tolleranza degli uomini nei confronti di atteggiamenti e manifestazioni della donna al limite del surreale e dell'insensato (ciò non è solo un luogo comune), ha un che di sorprendente, in particolar modo se lo si osserva nel suo contrasto con il generale processo di razionalizzazione dell'occidinte capitalista. Tuttavia lo sbigottimento viene attenuato se si considera questa tolleranza come un sottoprodotto dell'assoggettamento della donna. Il materialismo storico impone infatti che nessuna caratteristica umana può essere confusa con una qualitas occulta, mistica, sovrastorica, naturale, innata. La cosiddetta irrazionalità della donna non è affatto un tratto naturale, ma la mistificazione sovrastrutturale, il distillato emotivo della strutturale schiavitù in cui versa la sua condizione, e delle vie traverse, dei silenzi, dei sotterfugi, dell'ostinata ottusità, della lateralità, in cui è costretta a rifugiarsi di fronte al sesso dominante. Chiamiamo "irrazionalità" la strategia creativa di reazione della donna all'arrogante e sfacciato dominio dell'uomo, che così può permettersi di essere "razionale", diretto, frontale. Non c'è nulla di irrazionale e insensato nella donna, se non la condizione di manifesta subordinazione etica e antropologica in cui si trova. Ciò significa che non esiste nulla come il sesto senso, l'intuito femminile, un'estrema sensibilità, la grazia, la delicatezza femminili; sono pura mistificazione ideologica di un rapporto di forza.

venerdì 18 marzo 2011

Noi, macchine che si muovono da sé

L'affermazione di un estremo positivismo, secondo cui bisogna "studiare i sistemi di interazione tra uomini come se si trattasse di cose", che da Durkheim perviene a Marx, fino a giungere a Weber, e ad affascinare, più o meno ideologicamente, figure centrali della politica rivoluzionaria del novecento, come Lenin o il presidente Mao, non è un semplice motto di cinismo da bandiera, o uno slogan che diviene incandescente sulla bocca di freddi teorici della rivoluzione, bensì un principio epistemologico che conserva una potenza euristica, oltre che ermeneutica, incalcolabile, devastante. Ma adesso facciamo un po' di silenzio, ascoltiamo il profeta.

Ho visto promuovere vancanze estive in prodotti chiamati videoclip musicali, dove porche voluttuose si avvinghiavano intorno a palme da villaggio turistico;
giovani distribuiti nelle zone illuminate, abitate, e mercantizzate della città, a godere di quello che forse credono svago;
ho visto un contado senza alcun diritto di cittadinanza.
Due corpi protendersi verso le rispettive bocche, nelle rispettive case, nei rispettivi tempi morti: insomma gente piena di rispetti, chiamata "amanti".
Colletti inamidati a leggere "il Manifesto", immobili, con la schiena appena curvata, gli occhi fissi sulla carta, su un tavolo di un locale da aperitivi, credendo che quello fosse rivoluzione.
Individui cupidi di dominio e sopraffazione, giustificati da un'ideologia della sana competizione che li definisce sportivi.
Ho ascoltato la musica che ascolta il ragazzo qui vicino a me, ma lui non sembrava accorgersi di essere di fronte al computer della sua cameretta.
Ho visto mani stringersi, amici abbracciarsi con pathos dopo tanto tempo, aiutarsi a vicenda, "sostenersi vicendevolmente", la cortesia del tacere gli evidenti cancri che crescono sulla pelle e sull'animo altrui, l'interesse vivo e persino sincero nei confronti delle vicende personali di altri, ed anche rari genii vergognarsi di sentire la propria superiorità rispetto agli altri, di sentire l'abissale distanza
che li separa da tutti gli altri, avvinghiarsi e innamorarsi di una morale da schiavi, sedativa, capace di addomesticare e rendere inoffensivo anche una bestia da preda.
Ho decifrato le rune materiali che compongono questa scrittura cifrata chiamata cultura, alle cui pendici si scorgono ancora materiali da cantiere, ferri attrezzi strumenti, che compongono il reticolo veritativo su cui solo si regge ciò che gli si aggancia a perfezione. Ed atti legislativi chiamati metodi scientifici, e rapporti sociali tra dominante e dominato fatti passare per Maestro ed Allievo.
Emancipazione dei diritti, aumento degli spazi di libertà, desacralizzazione del sesso, a sanzionare ormai una situazione di fatto in cui il caso e l'atomismo di produzione e consumo la fanno da padrone.

martedì 18 gennaio 2011

La parabola della serratura

E' come il prigioniero la cui unica opportunità di interrompere la sua cattività è trovare il complesso codice che apra la serratura digitale della sua cella. Fin quando egli pensa che esser libero consista nel non subire coazioni, magari aspettando che qualcuno paghi per lui la cauzione, egli si muoverà liberamente lungo i bordi delle quattro pareti, senza che il suo corpo e la sua mente avvertano alcuna costrizione, ed egli giungerà forse persino ad amare la sua prigionia. E quando scoprirà che per risolvere l'enigma ed aprire la serratura è necessaria disciplina, applicazione matematica, dedizione, umiltà, sottomissione alla scienza, egli crederà di aver trovato una prigionia ancor più grande. Ma non potrà più fingere che non ci sia modo di uscirne.

mercoledì 5 gennaio 2011

La donna nell'odierno occidente idolatrico

Non è vero che parlare in pubblico con una donna che non sia la tua fu scandaloso solo nel passato dell'occidente, o lo sia oggi solo nel mondo islamico. Fino a quando la donna apparirà nella figura fenomenologica del corpo esposto a razzie sarà sempre scandaloso parlare con lei, condividere con lei l'orizzonte del dialogo, del gioco, dello scherzo invece che quello della mattanza venatoria, in cui lei è sempre inevitabilmente selvaggina, e l'uomo falcone.
Non c'è bisogno di paramenti iper-casti affinchè la donna sia ridotta al silenzio. Metto sullo stesso identico piano il mutismo generato dalla minaccia orientale della lapidazione, e quello per cui il contatto non sessuale con una donna si riduce, in fondo, ad un preludio occidentale della penetrazione. Ovvero quello per cui la donna non è un interlocutore alla pari, se non nel primo punto di una successione che conduce inarrestabilmente ai genitali.
Giocare e parlare con le donne aldilà di uno sfondo sessuale è scandaloso.Si stenta a credere che un rapporto ludico o dialogico tra un uomo ed una donna non siano i primi vagiti di un contatto sessuale, di una seduzione, anche solo di un invaghimento. Sempre che non si sia omosessuali, ma a quel punto il sospetto ricadrà su ogni relazione tra individui dello stesso sesso. "Che cosa si potrà mai dire ad una donna, che cosa si potrà mai fare con una donna, se non brutalizzare il suo corpo od investirlo di significati sessuali?". Queste possibilità sono completamente sconosciute in occidente. E così come nel momento in cui si suppone che la notte sotto il cielo scuro non ci sia niente da fare, allora chi si muove sotto di esso sarà un ladro o un criminale, allo stesso modo sarà tale colui che parla e gioca con una donna su di un piano de-sessualizzato. Chi stende relazioni con la donna è oggi il sospettato n. 1, il criminale, il potenziale terrorista, l'anormale, il malato latente e latitante. Sguascia tra i corpi delle donne come se non fosse nulla, come se fossero corpi, come se nessuna Legge tribale imponesse la carnalizzazione ancor prima di ogni rapporto, come se anche le donna avessero qualcosa da dirgli degno di essere ascoltato. Ma non è forse proprio così? Non come se fosse nulla, ma qui non c'è proprio nulla! Nulla, se si toglie il bando della tribù che si fonda sul sacrificio di uno dei due sessi, la cui privazione di ogni attributo che lo renda interlocutore razionale è il presupposto senza il quale non si da civiltà. Ma purtroppo questo nulla appare come un tutto a coloro che detengono il potere di ripetere ogni volta questo sacrificio, vale a dire: ai belli e ai ragazzi scaltri.
Ogni società ha relegato la donna nell'ambito dell'oscuro, dello spettro, delle potenze nascoste, turpi e minacciose della natura. Si pensi ad Antigone custode del mondo femmineo e sotterraneo, errante tra il verme del cadavere di suo fratello, le mobili figure della morte, e gli spiriti dei numi familiari, contrapposta a Creonte, garante della legge e dello spazio pubblico della polis, che risplende sotto la luce del sole che ricopre le forme nette del virile mondo superiore. Oppure si vada con la mente all'impurità sacrale di cui la donna mestruata viene rivestita in moltissime tribù, non escluso il popolo ebraico.
L'odierna civiltà occidentale non si è affatto emancipata da questo schema tribale, nonostante tutti i suoi grandiosi proclama in nome dei diritti della donna, la sua rumorosa indignazione intorno ai paramenti islamici e alle violenze sessuali, la sua disgustosa compassione nell'affrontare ogni questione concernente la violenza perpetrata a danno delle donne. L'arroganza e la presunzione senza pari dello status della donna nel mondo occidentale, deriva dall'illusione che essa possa parlare. Meglio che venga ridotta al silenzio, se questo viene fatto passare per libertà di espressione. La violenza sulle donne in occidente è infatti divenuta ineludibile, proprio perchè la donna può dire tutto ciò che vuole, ma solo nello stesso senso in cui il condannato a morte può esprimere qualsiasi desiderio nel suo attimo estremo. L'occidente è la civiltà in cui la violenza sulle donne raggiunge il suo culmine indiscusso, perchè agisce invisibile, impunita, e prima di ogni sua manifestazione concreta, pur sfociando spessisimo in essa. Se il discorso della donna nei "paesi civili" è permesso, se in essi la donna è civettuola, suocera, chiacchierona, pettegola, logorroica, è proprio perchè il suo discorso è innocuo, non produce effetti reali, è puro flatus vocis, l'interlocutore della donna non è toccato dalle sue parole, ma parla con lei così come parla col suo cane, ovvero unilateralmente e sicuro di non venirne contaminato. Questo si inserisce nel più ampio contesto dei dispositivi di potere più raffinati che agiscono nelle società capitalistiche, in cui ogni discorso, ogni espressione e descrizione della propria individualità, ogni proposizione di verità è permessa ed anzi anche incoraggiata, nella misura in cui ciò provoca un assoggettamento più economico e meno plateale, più subdolo, ma anche in quanto tutti i discorsi sono sin dal primo momento squalificati ed impotenti.
Mai come oggi dilagò la retorica del rispetto dei genitali femminili, come ad esempio nelle pubblicità dei detergenti intimi, e mai prima d'ora la legge si era sognata di costituire uno scivoloso ed ambiguo campo giuridico di cui la donna è soggetto solo in quanto carne bramata, vale a dire il reato di "stalking". Mai nella politica italiana si era puntato così da vicino l'obiettivo sulla circolazione sessuale del potere, con tutto il suo corredo pasoliniano di orge, sodomia, sottomissione. Tutto ciò può significare solamente una cosa: il processo riduzionistico di corporalizzazione della donna è ormai giunto a compimento. Il corpo della donna è territorio politico su cui impiantare di volta in volta nuovi rapporti di forza.La donna è carne esposta a rapina, razzia, espropriazione, fondo, risorsa biologica. La donna è bottino. E dov'è che si trova al suo posto il bottino? Tra le mani del militare. E allora non sarà difficile scorgere la militarizzazione poliziesca dello stupro, e la consegna della donna al militare. Il militare salverà la donna-corpo dei campi rom, assoggettandola al suo dominio secondo il principio politico del protego ergo obligo, che Carl Schmitt non esitava a definire l'autentico cogito della politca. Il militare soccorre la donna ridotta al mero corpo dal nemico, ottenendone così (anche solo idealmente) il mero corpo come bottino. Il militare tutela, protegge, disinfetta, immunizza il corpo della donna, preparandolo così alla sua penetrazione. "I carabinieri della compagnia di Monterotondo, con la collaborazione dei militari di Latina, hanno arrestato in flagranza di reato C.G. ... con l'accusa di estorsione. Vittima del pregiudicato una donna di 40 anni ... che aveva denunciato di essere minacciata da alcuni giorni da un uomo conosciuto tramite una chat erotica su internet ...". Così un articolo su Leggo del 2008.
La struttura delle prime comunità gesuane nel I secolo d.C. hanno rappresentato una meravigliosa falla all'interno di questa logica dell'arroganza. Le lettere di Paolo sono una splendida e commovente testimonianza di una realtà politica in cui le donne, e con esse gli uomini, e di concerto le relazioni tra i due sessi sono pienamente redente nella gratitudine del dono della grazia divina. Lucidissima in Paolo la consapevolezza degli effetti esiziali e violenti di ogni relazione sessuale tra uomo e donna. Ogni rapporto, anche amoroso, nasconde in sé un irriducibile nucleo di violenza, di sopraffazione. Ma non si tratta qui solo della violenza perpetrata dall'uomo sulla donna. Ma anche degli effetti cancerogeni e corruttivi del sesso concepito come appropriazione del corpo dell'altro, antropofaga, sulla cristallinità dell'animo umano toccato dalla grazia. Il germe della mera corporeità è un infezione purulenta, e Paolo ha misurato tutte le sue pericolose metamorfosi, pseudomorfosi, e infiniti meccanismi attraverso cui agisce. "...è cosa buona per l'uomo non toccare donna; tuttavia, per il pericolo dell'incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito". Già solo questo estratto da 1 Corinzi 7, da l'idea della levatura di Paolo come autentico talento della teoria politico-sessuale. E' manifesto qui come l'importante non sia la castità di per se, ma il cercare di arginare con qualsiasi misura contenitiva il magmatico veleno dell'appropriazione del corpo dell'altro. L'incontinenza non è il peccatuccio da catechismo che si deve evitae affinchè Dio non ci punisca. Essa piuttosto è il dispositivo politico di assoggettamento dell'altro corpo al proprio, di sottomissione, di assimilazione dell'altro (anche letterale, se sipensa al tabù dell'antropofagia). Per fugare ogni dubbio sul progetto sessuo-politico di Paolo: "La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo il marito non èarbitro delproprio copro, ma lo è la moglie.". E' questo il rovesciamento perfetto del protego ergo obligo e della logica di appropriazione autoreferenziale della donna. In barba all'ideologia liberale dell'individuo padrone del proprio corpo, che ne dispone a piacimento, e che in realtà non è che la libertà di asservirsi a chi si vuole, Paolo ci dice che il nostro corpo non è nostro, che il corpo non ci appartiene ma appartiene all'altro, non perchè ne disponga, ma perchè lo riceva gratuitamente in dono provvisorio e a sua volta doni gratuitamente il suo. Affinchè Dio sorrida e benedica le nostre membra, finalmente asciugate dal sangue della violenza appropriatrice.