lunedì 15 ottobre 2012
Un'impossibile convergenza? Note su Heidegger e Benjamin
I due convergono sul pensiero storico, sul pensiero della storia, di cui pure il secondo riteneva aver fornito non solo una riflessione differente, ma antitetica nel fondamento rispetto al primo (materiali del passagen-werk). E' il saggio su Anassimandro che invece fornisce le indicazioni più chiare sulla contiguità dei due pensieri. La storicità di heidegger emerge in tutt'altro modo che una mera re-ontologizzazione della storia consumatasi nell'utero della "storicità". Il Greco viene portato al presente non attraverso un processo di immedesimazione emotiva, né mediante un approfondimento teso a far emergere dal frammento di Anassimandro, attraverso una traduzione ontologicamente fondata, un senso più fedele alla "grecità", o all'Essere, come se quest'ultimo fosse afferrabile, per così dire, semplicemente scavalcando la storia insieme allo storicismo. Il saggio di Heidegger è invece tutto proteso a far emergere l'attimo escatologico dell'Essere attraverso l'interruzione del frammento, approfondendo il solco tra morte e natura per far emergere dalla parola il significato, ponendosi in ascolto di ciò che ancora oggi canta attraverso le parole del milesio. //////////////////////////////
Un pensiero della rivoluzione che non si attenga strettamente alle coordinate marxiane del materialismo storico, può dirsi tale solo problematicamente. Appare dunque quantomai avventato ed imprudente predicare -al di fuori di alcune convergenze esistenziali- un'ispirazione genuinamente marxista del pensiero di Benjamin. Perciò sarebbe opportuno usare estrema cautela nel contrapporre il pensiero di quest'ultimo come rivoluzionario senz'altro a quello reazionario del germanico Heidegger. Chi conosce anche solo superficialmente l'opera heideggeriana, in tutta la sua ampiezza diacronica, sa bene che, soprattutto in "Saggi e Discorsi", nel suo pensiero l'ossessiva sottolineatura della minaccia totalitaria-tecnocratica, l'attenzione alla "corrispondenza" critica al proprio presente (critica perché interrompe il presente alla luce dell'Ereignis) e persino un genuino ecologismo sono più che semplici suggestioni del suo pensiero. Certo, sia per il pensiero di Benjamin che per quello di Heidegger, un marxismo coerente resta fuori portata. Non è sufficiente attestare nel pensiero di Benjamin un'autocoscienza marxista e un continuo appello al materialismo storico per introdurlo di diritto in quella corrente. Per configurare conseguentemente il rapporto di questi due pensatori con la sfera storico-politica sarebbe piuttosto opportuno rinviare entrambi alla sfera teologico-politica, tipica della filosofia novecentesca, dell'irruzione dell'evento, della manifestazione dell'inatteso all'interno dello spazio devastato e senza redenzione della storia. Il pensiero di Heidegger è altrettanto messianico di quello di Benjamin. Il suo ascolto dell'Essere che risuona nel linguaggio, nella storia, sin nel più profondo erramento dell'epoca della "tecnica", è proteso a cogliere il logorio dell'Altro all'interno della creazione "sofferente per le doglie del parto". Entrambi si rimettono all'indisponibile eventuarsi della grazia. Sfera questa che, certamente, può rivelarsi estremamente critica nei confronti del presente, e dunque in un certo senso "rivoluzionaria", ma che cade al di fuori (sembra ovvio per Heidegger, ma a quanto pare meno perspicuo per Benjamin) del materialismo storico autenticamente marxista, il cui nucleo filosofico pregnante consiste nello svuotamento radicale di ogni contenuto di coscienza in favore di una ricostruzione della figura (trans-)umana a partire dai rapporti sociali storici e materiali. Benjamin potrà far risalire a Marx il proprio pensiero proprio grazie alla ripresa strategica dell concetto di interruzione della soggettività e della coscienza, il quale può funzionare egregiamente anche in ambito messianico-escatologico. /////////
Sull'uso antitetico del concetto di "attualità" in Benjamin e in Heidegger, sebbene i dibattiti in materia permettano di nutrire abbondantemente le discussioni del salotto storiografico, è evidente che ci troviamo di fronte ad un semplice caso di confusione tra concetti omonimi, ma radicalmente differenti. Heidegger indica con questo termine l'inautentico, la quotidianità media appiattita sull'informazione e sul dispotismo della banalità. Benjamin al contrario indica con esso un attimo presente carico di senso, non una modernità media e neutrale, ma un approfondimento essenziale dell'istante in cui convergono le forze silenziose e sepolte del passato, schiudendo sia quel presente che quel passato all'alterità rispetto a se stessi. Si tratta dunque, in entrambi i casi, di pensatori radicalmente inattuali, al di là di ogni viziosa e verbosa disputa terminologica che fraintende e manca volutamente e sempre di nuovo il fondamento autentico di entrambi i pensieri, per continuare ad opporli in cronachistiche e sensazionalistiche antitesi, fondandosi più su una cieca fatticità storica (adesione al comunismo di Benjamin contro la tessera del partito nazista di Heidegger) che sul terreno fecondo di un'analisi strutturale del loro pensiero.
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