giovedì 24 gennaio 2013

L'ostetrica e la donna timida

C'era una volta in una città dell'epoca post-industriale una donna timida, di nome Diffidenza, ma i più confidenti dicevano che il suo vero nome fosse quello, più intimo, di Diritto-Individuale, altri Proprietà-Privata, oppure Senso-del-limite-e-del-decoro. Essa era così timida che, malgrado fosse investita dal bisogno più impellente di tutti, così impellente che è problematico persino definirlo "bisogno", si vergognava persino di partorire, poiché, così ella diceva, l'ostetrica l'avrebbe osservata nelle parti più ignobili dell'essere umano, vale a dire l'ano e la vagina. Tuttavia il desiderio di generare, di esprimere la vita, di esprimere una vita, di aprire la sua ferita vaginale per aprirla all'alterità, per esporla al rischio della natalità, per entrare in contatto con il resto del mondo, era così grande che ella ne soffriva indicibilmente, lacerata da lancinanti doglie. Ne soffriva così tanto che ormai era giunta ad odiare ogni altra donna che gioisse liberamente della sua creazione, e partorisse, senza vergogna di essere scrutata nelle viscere dall'ostetrica, allargando generosamente le gambe e benedendo ogni nuovo figlio. Ma un giorno giunse in città una delle ostetriche più famose di quel relitto di società, tra l'accoglienza entusiasta di tutte le assistenti al parto, che l'accolsero con gioia e la rinnovata fiducia di poter finalmente convincere la donna timida a partorire. La Grande Ostetrica, checché se ne dica, non utilizzò la dialettica con quella ritrosa. Piuttosto, con un gesto fulmineo, tuffò il suo braccio rapace nel grembo di quella donna sciocca, strappandole dall'utero il frutto santo della sua lunga generazione, che la comunità ostetrica battezzò immediatamente Espressione e custodì al sicuro sino al giorno che essa non tranciò di netto, strappandolo con i denti, il suo cordone ombelicale, gridando di gioia ed intonando sguaiati inni alla ridondante pienezza del creato.

domenica 6 gennaio 2013

La parabola del conto aperto

E' come un conto aperto, che si tenta stupidamente, giorno dopo giorno, di saldare. Veniamo a sapere che questo conto è stato aperto nostro malgrado, tuttavia abbiamo gli sgherri del creditore alle calcagna, che alimentano la nostra ansia di ripararlo. Molto presto però il gioco è scoperto: per ogni porzione di credito che reintegriamo, ce ne sfugge una appena più consistente a nostra insaputa. Tuttavia alcuni di noi non si rendono conto che qualcuno o qualcosa sta sabotando i nostri movimenti finanziari. C'è persino qualcuno che, a volte, è convinto di compiere l'atto definitivo che gli permetta di chiudere il conto una volta per tutte, sostituendosi così alla morte, l'unica che possa veramente estinguerlo.