Tra le poche cose intelligenti che Heidegger riesce a dire senza che riescano anche fastidiose, ce ne è una che mi ha sempre colpito e, per così dire, mi ha sempre accompagnato come il basso l'orchestra, senza aver mai avuto l'occasione di darle espressione razinale, ed è una breve riflessione che sviluppa nell'ambito della discussione del rapporto tra la sua ossessione Holderling e la filosofia. Egli sostiene, ed è tutt'altro che che ovvio quanto può apparire in un primo momento, che la filosofia e la letteratura, per quanto sembrino travalicare spesso i rispettivi ambiti, per quanto talvolta appaiano contaminarsi reciprocamente, per quanto una letteratura possa essere filosofica, ed una filosofia sia letteraria, la prima rimane letteratura e la seconda filosofia, se sono filosofia e letterature genuine.
La lettura, di cui per tanti motivi dovrei vergognarmi, non da ultimo averla intrapresa se non altro per mettere alla prova questo rapporto problematico tra le due discipline, di "Delitto e Castigo" di Dostoevskij, ha ormai consolidato ai miei occhi la teoria heideggeriana, e mi ha condotto a ricercare due principi ben distinti e sicuri cui ricondurre da una parte la filosofia, dall'altra la letteratura, per evitare ogni futura confusione ed equivoco riguardo questa questione.
Si parla molto delle affinità a volte soprendenti tra le dottrine di Nietzsche e l'opera di Dostoevskij, e per giunta si fa spesso un gran baccano, ed indecoroso, intorno a presunti plagi (curiosità sensazionalistiche più adatte a riviste scandalistiche che a saggi di una seria critica filosofica), ispirazioni neanche troppo dissimulate, ci si spinge fino ad affermazioni degne solo di menti del tutto prive di senno, come: "Nietzsche non è altro che una traduzione filosofica di Dostoevskij". Ma è proprio lo statuto ed il significato di questa traduzione che qui si discute. Non c'è alcun rischio di interferenza sostanziale tra i due, se non altro perchè l'uno è un autentico artista, l'altro un rigoroso filosofo. Non che si escluda l'influenza, la suggestione puramente psicologica e biografica che Nietzsche ha indubbiamente subito, che può giungere fino all'ossessione, di cui il fatto che nell'episodio del romanzo della cavalla bastonata a morte si intrecciano numerosi temi nietzschiani, e che lo stesso Nietzsche abbia dato i primi sintomi di squilibrio psichico assistendo ad un cavallo percosso, potrebbe essere un segno. Ma l'elaborazione dei contenuti in laboratorio specificamente filosofico, anche se per assurdo quei contenuti fossero realmente esattamente gli stessi, sottrae all'opera dell'uno e dell'altro a qualsiasi comunicazione, se non apparente e di superficie; ciascuna resta chiusa monadicamente in se stessa, perchè sorgono rispettivamente dalle sorgenti vivissime e del tutto differenti della più pura arte e della più pura filosofia. Ciò che infatti conferisce dignità e identità alle opere dei rispettivi autori e in generale di ogni autore, non è infatti tanto l'originalità del messaggio, della mera informazione veicolata, che oltre ad essere in realtà impossibile come dimostra un rapido sguardo alla storia della filosofia, in cui in fondo le mere "opinioni" e le dottrine sono in numero limitato e si ripetono ciclicamente di filosofo in filosofo, e così anche per la letteratura-oltre ad essere del tutto inesistente, superflua ed impotente spesso la ricerca ad ogni costo dell'originalità dei contenuti è propria delle più mediocri filosofie e letterature; a conferire una potenza essenziale e feconda alle opere sono la profondità e nella purezza con cui si immergono l'una nella sorgente dell'arte, l'altra in quella della filosofia. E queste scaturiscono da principi affatto differenti.
L'arte scaturisce dal principio dell'esibizione. D'altronde è manifesto che l'ambito di riferimento dell'arte sia quello dei sensi. Fondamentale in Dostoevskij è che la logica del risentimento, il desiderio di chi soffre di infliggere a sua volta sofferenze ad altri, senza badare a chi o al perchè, si facciano visibili, si rendano sensibili nel romanzo. Delitto e castigo in primo luogo esibisce un qualcosa di sensibile, si rivolge alla percezione; quei temi sono solo il travestimento accidentale ma necessario per cui l'oggetto si faccia percepibile e sensibile.
La filosofia scaturisce invece dal principio trinitario di pensiero, linguaggio ed essere. In Nietzsche la volontà di potenza, le strategie del risentimento, il segreto desiderio di dominio del debole e del sofferente, la malattia, si presentano come altrettanti modi di essere dell'essere, come manifestazioni della realtà nel linguaggio accolte nel ricettacolo del pensiero. Importante è qui che l'essere venga pensato; anche qui quei contenuti sono soltanto travestimenti accidentali e necessari attraverso i quali è necessario che l'essere passi per divenire pensabile.
Pensare che filosofia e letteratura possano usurpare l'una il trono dell'altra, equivale a porre sullo stesso piano il dipinto di un cavallo ed il pensiero di un cavallo. Solo un bambino potrebbe farsi fuorviare dal fatto che in entrambi i casi compaia la parola "cavallo", trascurando che nel primo caso si tratta di un'immagine, nel secondo di pensiero.
mercoledì 22 settembre 2010
domenica 19 settembre 2010
Martina - Quattro istantanee di un'adolescenza di provincia
Il Vampiro
Tra le scalinate traforate dalle chiazze nere dei chewin-gum incrostati, il suo corpicino minaccioso ciondola con le cavità prive di sangue. Pallore sbiadito sulla carne mobile del suo volto decadente, che sembra lanciare una testarda provocazione alla salute crudele delle abbronzature che lo circondano. Il vampiro non ha sangue ad arrossire le sue guance lisce, perchè per qualche oscuro motivo che tiene nascosto a tutti proprio accennandolo a tutti in modo diverso, non va a mare, ma vive sotto la luce. Ho parlato al vampiro; gli spietati metodi della sua sopravvivenza mi sono da allora noti, ma sono sotto gli occhi di tutti da sempre: divorare l'altro, essere l'altro, berlo, bere ciascun altro. Il vampiro abbandona il suo castello, oramai ridotto a cripta del ricordo sbiadito di qualche ricco avo, per venire ad abitare, provocatorio ed in una rumorosa solitudine, le coste affollate della provincia di mare. Il nuovo vampiro è una gatta. Felino fatale e divoratore, odia l'acqua.
Gang-Bang
"Mi da una strana sensazione di esaltazione uscire con tutti voi ragazzi, essere la sola tra di voi mi fa sentire al sicuro, so che nessuno potrà farmi del male", diceva in preda all'estasi la cui sincerità chiunque la guardi negli occhi potrebbe garantire.
Le camicie di pile dei suoi affetti sono intrise di allucinazioni sessuali di gruppo. Ama essere circondata, costretta, messa alle strette da forze potenti che la schiaccino. Ma non solo il suo corpo; anche il suo spirito trae sempre nuove energie dalla pressione di robusti stimoli psicologici che la penetrino da ogni lato. Anche la ragazza che veniva dal disastro industriale, con i genitori separati ed il padre che la batteva, reclamava le squadre di calcio ed era molto impaziente. In psicologicis si tratta di una reazione compensatoria di numerosi vuoti affettivi da colmare. Gli strappi, a volte persino gli choc, dell'infanzia sfatta, la continua disattesa delle naturali fiducie puerili hanno generato un desiderio di rivalsa, che spinge in direzione di un riscatto emotivo frenetico, morboso, feroce, urgente. Impaziente. L'intensità e l'esigenza quantitativa di questo impulso si diffrangono distribuendosi in due modalità del sogno di sottomissione erotica di massa: l'una, sadica, che esprime il desiderio di onnipotenza e rivalsa nei confronti del proprio frustrante passato o presente doloroso; l'altra, masochistica, perchè quel corpo non può non ripetere il rituale sotto il quale si è forgiato, quello della sofferenza e dell'autolesionismo.
Ma l'impazienza dello stimolo e dell'appagamento istantaneo è anche ciò che più l'avvicina, anche se solo in lei emerge con potente bellezza nella forma di nuda malattia maniacale, del morbo, escoriata da qualsiasi correttivo o apologismo che la legittimi nel consumo, nel progresso o in qualche tendenza estetizzante - l'avvicina alla cifra caratteristica delle masse. L'ansia del prossimo stimolo sempre uguale è una convulsione che pulsa nei ritmi circolari delle vacanze, delle ferie, e che si fanno via via più serati e ravvicinati nelle serate, nelle scopate, nei palinsesti, negli hobbie, nelle modalità di fruizione "artistica" e musicale, nel caffè. Di questa griglia d'organizzazione degli stimoli, lei incarna l'espressione individuale deviante. Ne è l'instabile correlato soggettivo.
Caustica Provincia
Il gognometro solare si apre misurando la piazza intera. In un suo vertice umido ridacchi e gracchi spegnendo il fuoco nei polmoni di troppe sigarette accese dalla noia. Il primo corvo passa sulla minorenne sedotta dal catechista. Tonfo, una porta pesante si richiude dietro la chiesa. Racconti di ragazzi in acne di anni più piccoli di te nella tua classe, la cui adolescenza puerile a te ignota ti da noia. La porta meccanica dell'autobus Cotral si spalanca mostrando la tua sagoma tediata, come da un enorme carro imperiale blu. Zip, dentro la borsetta i libri e gli assorbenti. Il secondo corvo passa sulle sagome mestruate svogliatamente in pomeriggi soffocanti d'apatia. Teina, caffè, marijuana consumate ai tavolini tra pecorari di vocazione in gel e faticate scarpe firmate, sudate in lavori da manovale. "Cosa fai?" "Niente". Quel niente che assorbe persino l'eccitante eccezionalità dei lavoretti da barista, o distributice di volantini per il locale dell'amico dell'amico. E' la terza volta che molti qui provano a passare il quarto anno dell'istituto tecnico. Sulla pagina degli auguri c'è quella scema che quando avevate dodici anni ti chiedeva se il sesso orale potesse mai ingravidare qualcuno, ed in fondo lo avrebbe voluto. La tua pelle si ingrassa ed unge dei fumi caldi delle scarse marmitte modificate che ammorbano la piazza. Il terzo corvo passa sulla carogna del ragazzo spericolato finito in un fossato. Chi sarà mai, una modella russa? !Non fidarti quella è perfida e calcolatrice". Le amiche si rinviano a vicenda gli opportunismi. Tra quelle tette enormi c'è il posto per parecchi opportunismi. Chissà perchè dai tuoi auricolari esce sempre musica colma di testosterone e mediocrità. Si girano tutti a guardarti il culo. "Lo so, guardino pure, in quel bar anche il caffè fa schifo, hanno solo me". "Cos'è ti stai sciogliendo?" "No è solo una malattia della pelle, tra verruche ed eczemi, tra l'altro". Tosse, tifo, tisi. Troppe tette tronfie. Tuo timido torello. Le tue lenzuola hanno abbracciato tutti i tossicodipendenti della zona, ed un riciclatore di auto rubate. Eh si che eri felice allattando i figli smarriti della provincia. Grattini tra amici ne avevi, per te tutti sono vigliacchi, e solo per questo tutti sono buoni e mansueti. E ne sai approfittare. L'overdose del tuo amico è già in avanzato stato di decomposizione, nello scantinato. Hai più freddo di quanto ne abbia senza l'abbraccio della penetrazione. Una volta a stagione vai pure al cinema, senza badare a ciò che vedi. Tutto lo spettacolo sta per te nel prendere la macchina e nel piccolo choc del prezzo del biglietto. Che in fondo è sempre aumentato, come la benzina che per ottenerne un goccio queste splendide eroine provinciali non esitano a sgomitare tra il sudiciome unto delle lavastoviglie rotte delle trattorie di famiglia. Il quarto corvo ti becca e ti porta lontano lontano sui cataloghi della collezione primavera-estate.
Bambina del Tramonto
Ti sei spogliata e hai dato tutto, perchè per te era morte
Hai costruito la tua Chiesa sulle viscere marce dei martiri
Hai mantenuto tra molti un verginale ed orgoglioso silenzio.
Fiore sfatto dalla putredine delle vermiglie alghe marine
sussurri ora i tuoi segreti di pubertà a tutti gli estranei
di cui puoi riempire il tuo tempo vuoto.
A tutti ti avvinghi stretta con mille braccia,
come a non volerli più lasciare, noncurante delle loro perverse intenzioni,
che tu sai essere soltanto loro, spettrali e inconsistenti.
E' bello attardarsi qui con te quando tutti tornano a casa dopo la luce
e ti fai più confidente e finalmente non sei più distratta,
a chi puoi rivolegerti infatti se non a me?
Vezzi, scandali, profili, resti, tristezze di te che custodisco nel secondo cassetto,
e l'impagabile ed avida certezza del tempo in cui sarai qui ancora per un po'.
Non guardi ciò che dai da quell'angolino buio che ti sei ritagliata,
poiché nulla senti che t'appartiene. Povertà, Fede, Angoscia,
le tre dee dal cui sangue è sorta per te la grazia,
al tramonto col visetto poggiato su di un muretto scorticato,
tra le memorie di un mediocre video musicale e le icone sacre di tua nonna.
Bambina del tramonto sospirante secondo il ritmo delle onde inquinate,
raccattando in fretta tutte la frustrazione sparsa tra i ricordi smessi,
come una bomba di felicità ad orologeria che esplode inattesa dopo un accumulo di tensione,
parli e canti e balli e urlacchi, e dai scacco ai miei pregiudizi.
Non hai riconosciuto il volto del Redentore su questi volti persi e spauriti
perciò dopo gli allenamenti, alle diciotto e venti in punto,
nove schiere angeliche ti rapiranno conducendoti davanti al suo cospetto
che ti raffiguri molto simile alle immagini del capitolo sul barocco
che hai studiato così bene senza che il professore poi ti interrogasse.
Abbiamo assistito tutti alla trasfigurazione della Madonna del tramonto,
qualcosa a metà tra il Sinai e la festa rionale.
Tra le scalinate traforate dalle chiazze nere dei chewin-gum incrostati, il suo corpicino minaccioso ciondola con le cavità prive di sangue. Pallore sbiadito sulla carne mobile del suo volto decadente, che sembra lanciare una testarda provocazione alla salute crudele delle abbronzature che lo circondano. Il vampiro non ha sangue ad arrossire le sue guance lisce, perchè per qualche oscuro motivo che tiene nascosto a tutti proprio accennandolo a tutti in modo diverso, non va a mare, ma vive sotto la luce. Ho parlato al vampiro; gli spietati metodi della sua sopravvivenza mi sono da allora noti, ma sono sotto gli occhi di tutti da sempre: divorare l'altro, essere l'altro, berlo, bere ciascun altro. Il vampiro abbandona il suo castello, oramai ridotto a cripta del ricordo sbiadito di qualche ricco avo, per venire ad abitare, provocatorio ed in una rumorosa solitudine, le coste affollate della provincia di mare. Il nuovo vampiro è una gatta. Felino fatale e divoratore, odia l'acqua.
Gang-Bang
"Mi da una strana sensazione di esaltazione uscire con tutti voi ragazzi, essere la sola tra di voi mi fa sentire al sicuro, so che nessuno potrà farmi del male", diceva in preda all'estasi la cui sincerità chiunque la guardi negli occhi potrebbe garantire.
Le camicie di pile dei suoi affetti sono intrise di allucinazioni sessuali di gruppo. Ama essere circondata, costretta, messa alle strette da forze potenti che la schiaccino. Ma non solo il suo corpo; anche il suo spirito trae sempre nuove energie dalla pressione di robusti stimoli psicologici che la penetrino da ogni lato. Anche la ragazza che veniva dal disastro industriale, con i genitori separati ed il padre che la batteva, reclamava le squadre di calcio ed era molto impaziente. In psicologicis si tratta di una reazione compensatoria di numerosi vuoti affettivi da colmare. Gli strappi, a volte persino gli choc, dell'infanzia sfatta, la continua disattesa delle naturali fiducie puerili hanno generato un desiderio di rivalsa, che spinge in direzione di un riscatto emotivo frenetico, morboso, feroce, urgente. Impaziente. L'intensità e l'esigenza quantitativa di questo impulso si diffrangono distribuendosi in due modalità del sogno di sottomissione erotica di massa: l'una, sadica, che esprime il desiderio di onnipotenza e rivalsa nei confronti del proprio frustrante passato o presente doloroso; l'altra, masochistica, perchè quel corpo non può non ripetere il rituale sotto il quale si è forgiato, quello della sofferenza e dell'autolesionismo.
Ma l'impazienza dello stimolo e dell'appagamento istantaneo è anche ciò che più l'avvicina, anche se solo in lei emerge con potente bellezza nella forma di nuda malattia maniacale, del morbo, escoriata da qualsiasi correttivo o apologismo che la legittimi nel consumo, nel progresso o in qualche tendenza estetizzante - l'avvicina alla cifra caratteristica delle masse. L'ansia del prossimo stimolo sempre uguale è una convulsione che pulsa nei ritmi circolari delle vacanze, delle ferie, e che si fanno via via più serati e ravvicinati nelle serate, nelle scopate, nei palinsesti, negli hobbie, nelle modalità di fruizione "artistica" e musicale, nel caffè. Di questa griglia d'organizzazione degli stimoli, lei incarna l'espressione individuale deviante. Ne è l'instabile correlato soggettivo.
Caustica Provincia
Il gognometro solare si apre misurando la piazza intera. In un suo vertice umido ridacchi e gracchi spegnendo il fuoco nei polmoni di troppe sigarette accese dalla noia. Il primo corvo passa sulla minorenne sedotta dal catechista. Tonfo, una porta pesante si richiude dietro la chiesa. Racconti di ragazzi in acne di anni più piccoli di te nella tua classe, la cui adolescenza puerile a te ignota ti da noia. La porta meccanica dell'autobus Cotral si spalanca mostrando la tua sagoma tediata, come da un enorme carro imperiale blu. Zip, dentro la borsetta i libri e gli assorbenti. Il secondo corvo passa sulle sagome mestruate svogliatamente in pomeriggi soffocanti d'apatia. Teina, caffè, marijuana consumate ai tavolini tra pecorari di vocazione in gel e faticate scarpe firmate, sudate in lavori da manovale. "Cosa fai?" "Niente". Quel niente che assorbe persino l'eccitante eccezionalità dei lavoretti da barista, o distributice di volantini per il locale dell'amico dell'amico. E' la terza volta che molti qui provano a passare il quarto anno dell'istituto tecnico. Sulla pagina degli auguri c'è quella scema che quando avevate dodici anni ti chiedeva se il sesso orale potesse mai ingravidare qualcuno, ed in fondo lo avrebbe voluto. La tua pelle si ingrassa ed unge dei fumi caldi delle scarse marmitte modificate che ammorbano la piazza. Il terzo corvo passa sulla carogna del ragazzo spericolato finito in un fossato. Chi sarà mai, una modella russa? !Non fidarti quella è perfida e calcolatrice". Le amiche si rinviano a vicenda gli opportunismi. Tra quelle tette enormi c'è il posto per parecchi opportunismi. Chissà perchè dai tuoi auricolari esce sempre musica colma di testosterone e mediocrità. Si girano tutti a guardarti il culo. "Lo so, guardino pure, in quel bar anche il caffè fa schifo, hanno solo me". "Cos'è ti stai sciogliendo?" "No è solo una malattia della pelle, tra verruche ed eczemi, tra l'altro". Tosse, tifo, tisi. Troppe tette tronfie. Tuo timido torello. Le tue lenzuola hanno abbracciato tutti i tossicodipendenti della zona, ed un riciclatore di auto rubate. Eh si che eri felice allattando i figli smarriti della provincia. Grattini tra amici ne avevi, per te tutti sono vigliacchi, e solo per questo tutti sono buoni e mansueti. E ne sai approfittare. L'overdose del tuo amico è già in avanzato stato di decomposizione, nello scantinato. Hai più freddo di quanto ne abbia senza l'abbraccio della penetrazione. Una volta a stagione vai pure al cinema, senza badare a ciò che vedi. Tutto lo spettacolo sta per te nel prendere la macchina e nel piccolo choc del prezzo del biglietto. Che in fondo è sempre aumentato, come la benzina che per ottenerne un goccio queste splendide eroine provinciali non esitano a sgomitare tra il sudiciome unto delle lavastoviglie rotte delle trattorie di famiglia. Il quarto corvo ti becca e ti porta lontano lontano sui cataloghi della collezione primavera-estate.
Bambina del Tramonto
Ti sei spogliata e hai dato tutto, perchè per te era morte
Hai costruito la tua Chiesa sulle viscere marce dei martiri
Hai mantenuto tra molti un verginale ed orgoglioso silenzio.
Fiore sfatto dalla putredine delle vermiglie alghe marine
sussurri ora i tuoi segreti di pubertà a tutti gli estranei
di cui puoi riempire il tuo tempo vuoto.
A tutti ti avvinghi stretta con mille braccia,
come a non volerli più lasciare, noncurante delle loro perverse intenzioni,
che tu sai essere soltanto loro, spettrali e inconsistenti.
E' bello attardarsi qui con te quando tutti tornano a casa dopo la luce
e ti fai più confidente e finalmente non sei più distratta,
a chi puoi rivolegerti infatti se non a me?
Vezzi, scandali, profili, resti, tristezze di te che custodisco nel secondo cassetto,
e l'impagabile ed avida certezza del tempo in cui sarai qui ancora per un po'.
Non guardi ciò che dai da quell'angolino buio che ti sei ritagliata,
poiché nulla senti che t'appartiene. Povertà, Fede, Angoscia,
le tre dee dal cui sangue è sorta per te la grazia,
al tramonto col visetto poggiato su di un muretto scorticato,
tra le memorie di un mediocre video musicale e le icone sacre di tua nonna.
Bambina del tramonto sospirante secondo il ritmo delle onde inquinate,
raccattando in fretta tutte la frustrazione sparsa tra i ricordi smessi,
come una bomba di felicità ad orologeria che esplode inattesa dopo un accumulo di tensione,
parli e canti e balli e urlacchi, e dai scacco ai miei pregiudizi.
Non hai riconosciuto il volto del Redentore su questi volti persi e spauriti
perciò dopo gli allenamenti, alle diciotto e venti in punto,
nove schiere angeliche ti rapiranno conducendoti davanti al suo cospetto
che ti raffiguri molto simile alle immagini del capitolo sul barocco
che hai studiato così bene senza che il professore poi ti interrogasse.
Abbiamo assistito tutti alla trasfigurazione della Madonna del tramonto,
qualcosa a metà tra il Sinai e la festa rionale.
mercoledì 15 settembre 2010
Avere Tredici Anni - Omaggio a cinque amici da un'epoca scomparsa
Pochi hanno la fortuna di vivere dei momenti di grazia che non rimangano soffocati solamente nel chiuso dell'individuo o della privatezza. Mi ritengo uno di questi. C'è stato un periodo della mia pubertà in cui potevo sentire chiaramente che tutte le dimensioni della mia esistenza si stavano espandendo. Avevo tredici anni ed insieme ad altri tre o quattro teste matte, individui completamente disadattati lasciavo libero corso alle più eccentriche scorrerie; plasmavamo e concretizzavamo in una comunità reale la nostra personalissima idea di libertà. La cosa davvero notevole è che già allora, proprio in quei precisi momenti, ero del tutto consapevole di cosa stava accadendo; e ciò mi rende certo del fatto che non sia la nostalgia e la distanza del ricordo ad aggiungere un'aura mitica a quell'epoca. La mia era una felicità integrale, attuale, attinta, definitiva. Al mio occhio presente quell'epoca appare piuttosto sminuita, come un tempo di ingenuità un po' pretenziosa ed astratta, un percorso pieno di banalità ed atteggiamenti logori.Tuttavia se fu un'epoca di perfezione lo si deve anche alla totale assenza di dicotomie quali banale-originale, grossolanità-elaborazione che la caratterizzava.
Le nostre coscienze erano completamente storidite da stimoli che solo noi sembravamo conoscere, nel paradossale stato di narcotica ebbrezza con cui attraversavamo, ignorandolo quanto beffeggiandolo, tutto ciò che ci circondava. L'irruenza vorticosa di questo stato dava forma ad ogni singolo gesto e manovra quotidiana, a nostro modo sovversiva. Ed era una furia che investiva proprio tutte quelle fere in cui i nostri coetanei e gli adulti sembravano riporre il senso più arcano della loro esistenza. A partire dalla dimensione del linguaggio. Il linguaggio fu la nostra camera germinale, l'elemento in cui nutrivamo i nostri germi schizoidi. La percezione del linguaggio che ci caratterizzava era quella del puro suono; sapevamo perfettamente che i suoni delle parole, insieme con i contesti di riferimento che evocavano, era uno dei principali strumenti di suggestione, presunzione, e convinzione nell'esistenza di senso che esistevano. E per ciò il linguaggio era per noi oggetto primario di scherno ed insieme strumento di gioco. Tutte le parole dei giornali, tutte, tutte le parole dei nostri coetanei il cui suono sembrava evocare qualche realà come una formula magica, la cui sola pronuncia avrebbe preteso di essere significativa, subiva da parte nostra un trattamento distruttivo, caustico, derisorio, umiliante. Erano parole come: "una segreto inconfessabili", "le cose importanti", "virtus...", "associazione culturale", "il campo di grano", "senso estetico"; tutte quelle parole insomma che da un lato gli adulti utilizzano "per intendersi", e dall'altro, ad un livello più profondo, sono colme di retorica ed in grado di evocare rapidamente tutta una serie di suggestioni intorno alle quali cresce la fiducia degli uomini nell'essere speciali, nel vivere una situazione speciale, in un luogo speciale. Per gli stessi motivi, primeggiavamo nel conio di parole dai suoni più vivaci e scoppiettanti, anch'esse oggetto della più impietosa autoironia, in un interminabile gioco mimetico. Eravamo un teatro vivente.
Alle stesse sorgenti decostruttrici si abbeveravano il resto delle nostre scorribande. La mancanza pressochè totale di qualsiasi senso della convenienza sociale, che affondava le sue radici in parte nel ribellismo adolescenziale che accomuna molti, ma in gran parte nella più schietta ignoranza e menefreghismo nei confronti delle regole che garantivano il minimo di decenza nei rapporti con gli altri, era il demone che sosteneva la nostra pirateria. L'assenza di un pudore per la nostra reputazione ci faceva urlare nei negozi; l'assenza del benchè minimo desiderio di piacere, men che mai al sesso femminile, ci portava ad assumere di fronte a loro atteggiamenti infantili e ad emettere versi bestiali; l'assenza di ogni rispetto per il nostro corpo era la base delle nostre imprese spericolate con le biciclette o di improvvisati tentativi acrobatici; l'assenza di ogni infame sentimento di conformismo sociale ci consentiva di andare in giro ovunque con vestiti dai colori non coordinati da due soldi, in un periodo in cui anche solo la colpa di non aver comprato lo stesso paio di scarpe nello stesso negozio era sufficiante a guadagnarsi l'irrisione e l'umiliazione da tutti.
Ogni cupo timore, ogni ansia febbrile, ogni precauzione era lontana miglia e miglia dal nostro spirito; da parte nostra noi ascoltavamo la musica che volevamo, andavamo in giro a lanciare i sassi con le mazzafionde e soprattutto riflettevamo sui costumi sociali. Non sentivamo neanche di essere liberi; lo volevamo, e per il resto il sentimento era quello di felicità che lo scrollarsi di dosso i pesi può conferire, ma non quello di "libertà". Per conoscere la libertà si deve conoscere la schiavitù. Noi la schiavitù non l'avevamo ancora conosciuta, i codici comportamentali, le reazioni che gli altri si attendevano da noi, le tacite norme che regolano il "convivere civile", i canoni estetici imposti dall'esterno e persino l'arma più balorda, sottile e pericolosa dell'emarginazione e dello scherno, non ci riguardavano assolutamente. A stento le riconoscevamo come pericoli per la nostra libertà. Erano per noi solamente smorfie, pose grottesche ed incomprensibili. Nel nostro animo non erano collegate a sentimenti di oppressione o lugubri. Erano piuttosto parte di una parata carnevalesca, di un gioco per noi completamente incomprensibile, inafferrabile, e perciò stesso, ridicolo. Ridicolo è infatti ciò che si fa comportandosi macchinalmente, indossando abiti trovati a terra senza averli vagliati. Anzi neanche al vaglio di ciò che non era nostro noi facevamo appello; riconoscevamo come realmente esistente solo ciò che scaturiva direttamente dalle nostre vite.
Una riflessione autocritica: se allora ero davvero più felice di quanto lo sia oggi è proprio perchè ancora non si era formata in me la coscienza del nemico. L'alienazione, la separazione e l'estraneazione dell'esistenza non erano ancora il Male, ma solo l'Assurdo. Una condotta conformista non era una condotta contro la quale ci schieravamo, ma molto più lievemente una condotta che non capivamo, incomprensibile. L'ignoranza, lungi dall'essere una colpa, è una posizione privilegiata da cui osservare con lucidità tutti i comportamenti privi di senso che gli uomini assumono ogni giorno senza accorgersene, il più delle volte andandone addirittura orgogliosi. Tanto più si ignorerà la legge, quanto più ci sembrerà assurdo quando ci colpirà. Ora sono invece troppo colto, troppo sapiente, troppo presuntuoso per limitarmi a ridere (non degli altri, ma dei meccanismi incomprensibili), per non fare di ciò che è estraneo all'uomo un nemico, per non rendere colpevole l'imputazione della colpa. Ormai sono sullo stesso piano del resto del mondo, è iniziata la lotta. Non mi limito a non comprenderlo, lo giudico e lo condanno secondo la legge. Certo anche prima quel mondo rappresentava per me una minaccia, ma non come uno schieramento avversario ed agonale, in una battaglia in cui per quanto i nemici sono diversi la posta in gioco è sempre la stessa, ma come vago pericolo e decreto indeterminato e incomprensibile. Sarà anche per questo che all'epoca tutti guardavano con maggior simpatia quei cinque deviati.
Le nostre coscienze erano completamente storidite da stimoli che solo noi sembravamo conoscere, nel paradossale stato di narcotica ebbrezza con cui attraversavamo, ignorandolo quanto beffeggiandolo, tutto ciò che ci circondava. L'irruenza vorticosa di questo stato dava forma ad ogni singolo gesto e manovra quotidiana, a nostro modo sovversiva. Ed era una furia che investiva proprio tutte quelle fere in cui i nostri coetanei e gli adulti sembravano riporre il senso più arcano della loro esistenza. A partire dalla dimensione del linguaggio. Il linguaggio fu la nostra camera germinale, l'elemento in cui nutrivamo i nostri germi schizoidi. La percezione del linguaggio che ci caratterizzava era quella del puro suono; sapevamo perfettamente che i suoni delle parole, insieme con i contesti di riferimento che evocavano, era uno dei principali strumenti di suggestione, presunzione, e convinzione nell'esistenza di senso che esistevano. E per ciò il linguaggio era per noi oggetto primario di scherno ed insieme strumento di gioco. Tutte le parole dei giornali, tutte, tutte le parole dei nostri coetanei il cui suono sembrava evocare qualche realà come una formula magica, la cui sola pronuncia avrebbe preteso di essere significativa, subiva da parte nostra un trattamento distruttivo, caustico, derisorio, umiliante. Erano parole come: "una segreto inconfessabili", "le cose importanti", "virtus...", "associazione culturale", "il campo di grano", "senso estetico"; tutte quelle parole insomma che da un lato gli adulti utilizzano "per intendersi", e dall'altro, ad un livello più profondo, sono colme di retorica ed in grado di evocare rapidamente tutta una serie di suggestioni intorno alle quali cresce la fiducia degli uomini nell'essere speciali, nel vivere una situazione speciale, in un luogo speciale. Per gli stessi motivi, primeggiavamo nel conio di parole dai suoni più vivaci e scoppiettanti, anch'esse oggetto della più impietosa autoironia, in un interminabile gioco mimetico. Eravamo un teatro vivente.
Alle stesse sorgenti decostruttrici si abbeveravano il resto delle nostre scorribande. La mancanza pressochè totale di qualsiasi senso della convenienza sociale, che affondava le sue radici in parte nel ribellismo adolescenziale che accomuna molti, ma in gran parte nella più schietta ignoranza e menefreghismo nei confronti delle regole che garantivano il minimo di decenza nei rapporti con gli altri, era il demone che sosteneva la nostra pirateria. L'assenza di un pudore per la nostra reputazione ci faceva urlare nei negozi; l'assenza del benchè minimo desiderio di piacere, men che mai al sesso femminile, ci portava ad assumere di fronte a loro atteggiamenti infantili e ad emettere versi bestiali; l'assenza di ogni rispetto per il nostro corpo era la base delle nostre imprese spericolate con le biciclette o di improvvisati tentativi acrobatici; l'assenza di ogni infame sentimento di conformismo sociale ci consentiva di andare in giro ovunque con vestiti dai colori non coordinati da due soldi, in un periodo in cui anche solo la colpa di non aver comprato lo stesso paio di scarpe nello stesso negozio era sufficiante a guadagnarsi l'irrisione e l'umiliazione da tutti.
Ogni cupo timore, ogni ansia febbrile, ogni precauzione era lontana miglia e miglia dal nostro spirito; da parte nostra noi ascoltavamo la musica che volevamo, andavamo in giro a lanciare i sassi con le mazzafionde e soprattutto riflettevamo sui costumi sociali. Non sentivamo neanche di essere liberi; lo volevamo, e per il resto il sentimento era quello di felicità che lo scrollarsi di dosso i pesi può conferire, ma non quello di "libertà". Per conoscere la libertà si deve conoscere la schiavitù. Noi la schiavitù non l'avevamo ancora conosciuta, i codici comportamentali, le reazioni che gli altri si attendevano da noi, le tacite norme che regolano il "convivere civile", i canoni estetici imposti dall'esterno e persino l'arma più balorda, sottile e pericolosa dell'emarginazione e dello scherno, non ci riguardavano assolutamente. A stento le riconoscevamo come pericoli per la nostra libertà. Erano per noi solamente smorfie, pose grottesche ed incomprensibili. Nel nostro animo non erano collegate a sentimenti di oppressione o lugubri. Erano piuttosto parte di una parata carnevalesca, di un gioco per noi completamente incomprensibile, inafferrabile, e perciò stesso, ridicolo. Ridicolo è infatti ciò che si fa comportandosi macchinalmente, indossando abiti trovati a terra senza averli vagliati. Anzi neanche al vaglio di ciò che non era nostro noi facevamo appello; riconoscevamo come realmente esistente solo ciò che scaturiva direttamente dalle nostre vite.
Una riflessione autocritica: se allora ero davvero più felice di quanto lo sia oggi è proprio perchè ancora non si era formata in me la coscienza del nemico. L'alienazione, la separazione e l'estraneazione dell'esistenza non erano ancora il Male, ma solo l'Assurdo. Una condotta conformista non era una condotta contro la quale ci schieravamo, ma molto più lievemente una condotta che non capivamo, incomprensibile. L'ignoranza, lungi dall'essere una colpa, è una posizione privilegiata da cui osservare con lucidità tutti i comportamenti privi di senso che gli uomini assumono ogni giorno senza accorgersene, il più delle volte andandone addirittura orgogliosi. Tanto più si ignorerà la legge, quanto più ci sembrerà assurdo quando ci colpirà. Ora sono invece troppo colto, troppo sapiente, troppo presuntuoso per limitarmi a ridere (non degli altri, ma dei meccanismi incomprensibili), per non fare di ciò che è estraneo all'uomo un nemico, per non rendere colpevole l'imputazione della colpa. Ormai sono sullo stesso piano del resto del mondo, è iniziata la lotta. Non mi limito a non comprenderlo, lo giudico e lo condanno secondo la legge. Certo anche prima quel mondo rappresentava per me una minaccia, ma non come uno schieramento avversario ed agonale, in una battaglia in cui per quanto i nemici sono diversi la posta in gioco è sempre la stessa, ma come vago pericolo e decreto indeterminato e incomprensibile. Sarà anche per questo che all'epoca tutti guardavano con maggior simpatia quei cinque deviati.
giovedì 9 settembre 2010
Provocazione del dolore/ La volontà di volere
Provocazione del dolore
Non è difficile vedere bambini provocare la madre, in un crescendo di nervosismo che travolge entrambe le parti, fino all'esasperazione, fino alla dolcissima rottura, solamente per godere appieno dell'inesorabile ed onesto abbraccio che segue le grida, le botte, le punizioni. Mi è capitato di vedere l'incarnazione dell'ambiguità della volontà umana, seduta nel sedile di un treno prospicente il mio. Una coppia di madre e figlio di origine slava, il piccolo sui cinque anni scalciava, gridava e graffiava la madre, piangeva; lei, con sguardo materno alternava rimproveri e schiaffi ad abbracci e nenie. Ma era proprio nel momento in cui il sentimento sembrava sciogliersi, che il bambino rilanciava la posta, puntando sempre di più, cercando di apparire sempre più forsennato agli occhi della madre, tornando poi a godere della sua tenerezza con moltiplicato piacere. Entrambi sapevano bene che si trattava di un gioco, e come tale, ma seriamente, lo conducevano. Anche la madre traeva un innegabile soddisfazione dal ritorno del bimbo tra le sue grazie dopo la furia. E con questo ritmo alternato, epilettico, la tensione si contraeva e tornava a sciogliersi, in un circolo in cui scioglimento e tensione si alimentano a vicenda e sono solo l'uno per l'altro.
E' la stessa condizione di molti innamorati, che si tengono il broncio solo per potersi riconciliare, cercando di restare su quella sottile soglia che permette loro di passare in qualsiasi momento dalla preoccupazione alla gioia, dall'ansia all'appagamento, dall'incertezza assoluta dell'altro al possesso esaustivo.
E' il ritmo infine pur del coito, quello del provocare l'assenza dell'altro solo per poterlo ricevere con più soddisfazione; soddisfazione che però viene immediatamente respinta, che da subito a noia, perchè ciò che nel coito si cerca è il movimento del ritorno, e non la compenetrazione statica.
La volontà di volere
Di questo ritmo epilettico, questo circolo perverso che infetta invasivamente tutto il tempo della nostra attività biologica di vita (ed anche quelle assurde rappresentazioni mentali prive di senso che chiamiamo pensiro), si può rompere l'arcano se si destituisce definitivamente, nelle spiegazioni, il paradigma della volontà---------oggetto, per cui ci sarebbe un oggetto di fronte alla volontà, che successivamente, in base alle complesse variabili delle sensazioni corporee, stimolerebbe i suoi appetiti e cagionerebbe il desiderio di impadronirsene. Siamo talmente immersi in questo paradigma che persino chi ha individuato la struttura reale della "volontà" come "provocazione", si è sorpreso incapace di usare altra espressione che quella ridondante e paradossale, circolare e riflessiva di: "volontà di volontà". Ne è esempio eclatante Nietzsche, che ricorre all'espressione: "volontà di potenza", in cui chiaramente "potenza", rigettato ogni truismo che l'interpreta come "dominio, sopraffazione, distruzione", sta per dynamis (la potenza di fare, il divenire, la capacità non ancora determinata di un ente di entrare nell'atto), per cui qui sta per desiderio; l'espressione "volontà i potenza" è quindi parafrasabile senza problemi con "volontà di desiderio", "volontà di volontà", "desiderio di desiderio". [Le interpretazioni triviali non sono propriamente errate, ma i concetti cui ricorrono sono solamente prodotti accidentali della costituzione essenziale della volontà di potenza]
Ma la circolarità e riflessività di queste espressioni, il cortocircuito che generano, sono un chiaro segnale dell'insufficienza esplicativa del paradigma volontà-------oggetto relativamente alla struttura reale della volontà. Non ci si può crogiolare nel suono suggestivo ed ipnotico della circolarità. La volontà è intransitiva. Il soggetto ed il predicato del volere, in una lingua filosofica, aderente al reale, nonsarebbero seguiti da alcun complemento oggetto. La volontà è l'infiammarsi riflessivo, la masturbazione della forza che si accresce sino all'eiaculazione, che produce, scaricando la volontà all'esterno, ciò che noi chiamiamo oggetto, e che in realtà è l'immagine di cui la volontà ha bisogno per emergere alla coscienza. Ad un'essere privo di coscienza, le immagini e le rappresentazioni sarebbero del tutto superflue, perciò le pietre non vogliono nulla. Bisogna immaginare ciò che chiamiamo impropriamente volontà come un'espansione improvvisa e ingiustificata del nostro essere. Vogliamo essere più vasti, più ampi; vogliamo che lo stato del nostro essere attuale di dissolva per ricostituirsi, più ampio e insieme più precario e fragile, e coprire una porzione maggiore di realtà.
Per questo il dolore e la sofferenza sono imprescindibili per l'uomo, fino a far apparire la sua intera esistenza come una ricerca ininterrotta di autodistruzione. Il dolore è la dissoluzione dell'essere che gli permette di volere. Egli non ècapace di volere assolutamente nulla, è totalmente inerte, se prima non viene abbattutto e smantellato. Perciò il bambino vuole la madre solo come l'esito di una provocazione del dolore. Egli in realtà non vuole assolutamente nulla; vuole dibattersi urlare piangere. Questa furia nervosa (analoga a quella del sonno) trova forma nella disubbidienza e nel capriccio; infine investe completamente il regno dell'immagine e si dirige verso la madre, gettando in lei il sostegno, l'appiglio ed il collegamento attraverso cui scaricare l'energia. Tutto ciò che l'uomo vuole è di volere. Egli ha un disperato bisogno di volere, per cui anche nel linguaggio comune si usa dire che "un uomo senza desideri è un uomo finito". Ma il desiderio (di qualcosa) è solo il debole cosmetico applicato sull'inconfessabile vuotezza del contenuto della nostra volontà. In realtà solo un uomo che non vuole volere è "finito", oppure è un semidio, ma questi uomini sono rarissimi e difficilmente riconoscibili. Ma per le ragioni che ho esposto sopra, sarebbe più corretto affermare che l'approccio dell'uomo al "mondo" è la provocazione più che la volontà, il tentare il proprio essere, il minacciare continuamente la propria autodistruzione solo per poterne uscire fuori, proprio come succede nelle provocazioni tra i violenti; ed insieme uscirne fuori solo per poter di nuovo tornare a distruggersi.
Non escludo che dell'essere liberi faccia parte anche la consapevolezza che il mondo di immagini in cui viviamo, tessuto dalla nostra volontà, è solo l'indispensabile ma secondario livello di realtà prodotto da una tensione più originaria del nostro essere.
Non è difficile vedere bambini provocare la madre, in un crescendo di nervosismo che travolge entrambe le parti, fino all'esasperazione, fino alla dolcissima rottura, solamente per godere appieno dell'inesorabile ed onesto abbraccio che segue le grida, le botte, le punizioni. Mi è capitato di vedere l'incarnazione dell'ambiguità della volontà umana, seduta nel sedile di un treno prospicente il mio. Una coppia di madre e figlio di origine slava, il piccolo sui cinque anni scalciava, gridava e graffiava la madre, piangeva; lei, con sguardo materno alternava rimproveri e schiaffi ad abbracci e nenie. Ma era proprio nel momento in cui il sentimento sembrava sciogliersi, che il bambino rilanciava la posta, puntando sempre di più, cercando di apparire sempre più forsennato agli occhi della madre, tornando poi a godere della sua tenerezza con moltiplicato piacere. Entrambi sapevano bene che si trattava di un gioco, e come tale, ma seriamente, lo conducevano. Anche la madre traeva un innegabile soddisfazione dal ritorno del bimbo tra le sue grazie dopo la furia. E con questo ritmo alternato, epilettico, la tensione si contraeva e tornava a sciogliersi, in un circolo in cui scioglimento e tensione si alimentano a vicenda e sono solo l'uno per l'altro.
E' la stessa condizione di molti innamorati, che si tengono il broncio solo per potersi riconciliare, cercando di restare su quella sottile soglia che permette loro di passare in qualsiasi momento dalla preoccupazione alla gioia, dall'ansia all'appagamento, dall'incertezza assoluta dell'altro al possesso esaustivo.
E' il ritmo infine pur del coito, quello del provocare l'assenza dell'altro solo per poterlo ricevere con più soddisfazione; soddisfazione che però viene immediatamente respinta, che da subito a noia, perchè ciò che nel coito si cerca è il movimento del ritorno, e non la compenetrazione statica.
La volontà di volere
Di questo ritmo epilettico, questo circolo perverso che infetta invasivamente tutto il tempo della nostra attività biologica di vita (ed anche quelle assurde rappresentazioni mentali prive di senso che chiamiamo pensiro), si può rompere l'arcano se si destituisce definitivamente, nelle spiegazioni, il paradigma della volontà---------oggetto, per cui ci sarebbe un oggetto di fronte alla volontà, che successivamente, in base alle complesse variabili delle sensazioni corporee, stimolerebbe i suoi appetiti e cagionerebbe il desiderio di impadronirsene. Siamo talmente immersi in questo paradigma che persino chi ha individuato la struttura reale della "volontà" come "provocazione", si è sorpreso incapace di usare altra espressione che quella ridondante e paradossale, circolare e riflessiva di: "volontà di volontà". Ne è esempio eclatante Nietzsche, che ricorre all'espressione: "volontà di potenza", in cui chiaramente "potenza", rigettato ogni truismo che l'interpreta come "dominio, sopraffazione, distruzione", sta per dynamis (la potenza di fare, il divenire, la capacità non ancora determinata di un ente di entrare nell'atto), per cui qui sta per desiderio; l'espressione "volontà i potenza" è quindi parafrasabile senza problemi con "volontà di desiderio", "volontà di volontà", "desiderio di desiderio". [Le interpretazioni triviali non sono propriamente errate, ma i concetti cui ricorrono sono solamente prodotti accidentali della costituzione essenziale della volontà di potenza]
Ma la circolarità e riflessività di queste espressioni, il cortocircuito che generano, sono un chiaro segnale dell'insufficienza esplicativa del paradigma volontà-------oggetto relativamente alla struttura reale della volontà. Non ci si può crogiolare nel suono suggestivo ed ipnotico della circolarità. La volontà è intransitiva. Il soggetto ed il predicato del volere, in una lingua filosofica, aderente al reale, nonsarebbero seguiti da alcun complemento oggetto. La volontà è l'infiammarsi riflessivo, la masturbazione della forza che si accresce sino all'eiaculazione, che produce, scaricando la volontà all'esterno, ciò che noi chiamiamo oggetto, e che in realtà è l'immagine di cui la volontà ha bisogno per emergere alla coscienza. Ad un'essere privo di coscienza, le immagini e le rappresentazioni sarebbero del tutto superflue, perciò le pietre non vogliono nulla. Bisogna immaginare ciò che chiamiamo impropriamente volontà come un'espansione improvvisa e ingiustificata del nostro essere. Vogliamo essere più vasti, più ampi; vogliamo che lo stato del nostro essere attuale di dissolva per ricostituirsi, più ampio e insieme più precario e fragile, e coprire una porzione maggiore di realtà.
Per questo il dolore e la sofferenza sono imprescindibili per l'uomo, fino a far apparire la sua intera esistenza come una ricerca ininterrotta di autodistruzione. Il dolore è la dissoluzione dell'essere che gli permette di volere. Egli non ècapace di volere assolutamente nulla, è totalmente inerte, se prima non viene abbattutto e smantellato. Perciò il bambino vuole la madre solo come l'esito di una provocazione del dolore. Egli in realtà non vuole assolutamente nulla; vuole dibattersi urlare piangere. Questa furia nervosa (analoga a quella del sonno) trova forma nella disubbidienza e nel capriccio; infine investe completamente il regno dell'immagine e si dirige verso la madre, gettando in lei il sostegno, l'appiglio ed il collegamento attraverso cui scaricare l'energia. Tutto ciò che l'uomo vuole è di volere. Egli ha un disperato bisogno di volere, per cui anche nel linguaggio comune si usa dire che "un uomo senza desideri è un uomo finito". Ma il desiderio (di qualcosa) è solo il debole cosmetico applicato sull'inconfessabile vuotezza del contenuto della nostra volontà. In realtà solo un uomo che non vuole volere è "finito", oppure è un semidio, ma questi uomini sono rarissimi e difficilmente riconoscibili. Ma per le ragioni che ho esposto sopra, sarebbe più corretto affermare che l'approccio dell'uomo al "mondo" è la provocazione più che la volontà, il tentare il proprio essere, il minacciare continuamente la propria autodistruzione solo per poterne uscire fuori, proprio come succede nelle provocazioni tra i violenti; ed insieme uscirne fuori solo per poter di nuovo tornare a distruggersi.
Non escludo che dell'essere liberi faccia parte anche la consapevolezza che il mondo di immagini in cui viviamo, tessuto dalla nostra volontà, è solo l'indispensabile ma secondario livello di realtà prodotto da una tensione più originaria del nostro essere.
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