Ci si interroga su come cambiare il corso del mondo, le sorti dell'italia, su come dirigere le nostre vite seguendo un presunto ordinamento più etico ed umano. Ma raramente ci si interroga sulle minuzie, sulle cellule infinitesimali dell'esistenza, sui bordi microfisici del potere. Perchè? Risposta amara, quanto semplice: perchè sono le uniche cose che accadono e realmente e potrebbero essere cambiate, con un lavoro costante e con serietà, da ciascuno di noi.
Ad esempio mi interrogo su qualcosa che, come tutte le particelle infinitesimali, ha tutta l'apparenza di essere innocuo, solo per il suo carattere locale. Che cosa presuppone la possibilità di una donna di poter dire: "io da un uomo voglio sentirmi protetta, con lui voglio sentirmi sicura"? Qual'è l'economia del discorso che la rende intelligibile? Vale a dire: cosa la rende comprensibile, e successivamente efficace? Secondo quale economia del discorso questa proposizione può articolarsi con gli altri discorsi e con i rapporti di forze che li sorreggono?
Provo a darmi delle risposte. Escludo fin da principio la spiegazione naturalista, secondo la quale la donna, più debole dell'uomo per natura, deve ricevere protezione dal maschio della propria specie. Questa è puro positivismo fascista, e già il ricorso a categorie naturali deve farci insospettire, così come Rousseau (che solo per questo meriterebbe la sommità dell'olimpo della riflessione politica, antesignano in questo dei Marx o dei Foucault) - come Rousseau sospetava di proiezione nel passato di condizioni sociali presenti le teorie di Hobbes sullo stato di natura. Da rifiutare sono anche le teorie storico-naturalistiche, semplicemente un raffinamento che prolunga le prime, che imputerebbe il bisogno di protezione della donna al corso naturale della storia, vale a dire al peculiare adattamento che l'organismo della donna ha subito nel corso della sua evoluzione. "La donna non è debole per essenza naturale, ma è la sua storia naturale ad averla resa debole".
La risposta che ritengo più adeguata, lo si sarà intuito, è quella che riconduce l'intelligibilità della proposizione: "voglio sentirmi protetta", ad una economia di ripartizione dei poteri tra uomo e donna, fondata in primo luogo sulla divisione del lavoro. La donna relegata per millenni in condizioni di subordinazione sociale, nella casa, nella cascina, nella cucina, o come dama (il che fa lo stesso, sempre marginalizzata), è stata privata di qualsiasi autonomia di deliberazione, di pensiero, di azione. Questo è il primo passo di ogni regime totalitario, ovvero rendere quanto più possibile insicuri, instabili, dipendenti, i soggetti da dominare. La vita per la donna è presto divenuto qualcosa di impensabile da affrontare senza la protezione e la guida di qualcuno. Quel qualcuno ovviamente è l'uomo, che sulla subordinazione della donna ha trovato un appiglio per esercitare il proprio potere. Se volete farvi degli schiavi, privateli di ogni mezzo di sussistenza autonomo e rendetevi indispensabili a loro. La protezione è solo la parola buona per "dominazione". Siete protette o sorvegliate?
Un'intelligente obiezione a ciò che vado dicendo, sarebbe quella che farebbe notare come il "bisogno di protezione" sia qualcosa che persiste tenacemente anche in un'epoca, come la nostra, che sta fornendo alla donna, finalmente, ma gradualmente, tutti i mezzi per poter vivere autonomamente ed assicurarsi delle condizioni socio-economiche decisamente migliori. Credo tuttavia che questa permanenza sia da attribuire ad un processo analogo a quello della liberazione di uno schiavo: egli, liberato dalle proprie catene, non vedrà l'ora di ritornarvi, disorientato e confuso com'è dalla varietà di un mondo che a lungo gli era stato precluso.
Vertice sublime e struggente del nostro tempo, sono le tecniche di fecondazione artificiale, e le altre che garantiscono persino possibilità di riproduzione, almeno in linea di principio, senza un rapporto di tipo "naturale" (quindi di forza) con un uomo. Solo attraverso l'emancipazione dai rapporti naturali di dominazione, corroborata impetuosamente dai progressi della tecnica, la donna potrà essere completamente liberata. Anche piccoli e divertenti accorgimenti tecnici, come i vibratori, le mutande con le protesi del fallo etc. sono edificanti e divertenti esempi di come la tecnica, anche la più rudimentale, può rendere libero l'uomo dai vincoli naturali e più spesso sociali.
L'autonomia economica delle donne è l'unico fondamento, e lentamente si sta affermando, sulla quale può sorgere la sua libertà morale, intellettuale, e spirituale. Certo, la tecnica e l'emancipazione economica non significano liberazione automatica; potrebbero pur sempre prendere strade e percorsi imprevedibili. Così come l'"emancipazione" del corpo della donna, non condotto fin alle sue ultime conseguenze, ha prodotto una sua ulteriore mercificazione alla mercé del più forte che può procurarselo. Ciò probabilmente perchè l'emancipazione culturale non corrispondeva ancora pienamente ad un sostrato sociale, economico, strutturale. Allo stesso modo, la tecnica e l'apertura delle carriere potrebbe lasciare incompiuta l'emancipazione della donna, se tutto, dagli spazi alle abitudini, dal diritto alle consuetudini, non accompagnerà armonicamente lo sviluppo delle prime.
Certo il tema sembra ridursi ad una trascurabile minuzia, ad un dettaglio privo di importanza. Tuttavia se non ci insinuiamo nei dettagli per scardinare i grandi dispositivi di potere, dove potremmo inserirci? Non certo nell'economia, non certo votando ai referendum, non certo esercitando il "diritto" di voto, non certo puntando ai massimi sistemi, che sono impossibili da impugnare, ed anche se lo si potesse fare, darebbero luogo ad un mutamento talmente astratto e generale da non cambiare nulla (es. la condizione della donna può mutare di pochissimo anche in grandi passaggi istituzionali, come dall'impero allo stato etc.). Perciò cominciate da ciò che vi sembra ridicolo, infinitesimale, trascurabile. Smettete di cercare protezione dal "vostro uomo", pechè non è un "uomo", ma un prodotto di storia, carne e tecnica, tanto quanto voi.
Vi lascio, a riguardo, con alcune parole di Foucault:
"Piccole astuzie dotate di grande potere di diffusione, disposizioni sottili, d'apparenza innocente, ma profondamente insinuanti, dispositivi che obbediscono a inconfessabili economie o perseguono coercizioni senza grandezza...Astuzie, non tanto della grande ragione che lavora perdino durante il proprio sonno e da un senso all'insignificante, quanto dell'attenta "malevolenza" che fa di ogni cosa il suo seme. Per ammonire gli impazienti, ricordiamo il maresciallo di Saxe: "Benchè coloro che si occupano dei dettagli passino per persone limitate, mi sembra tuttavia che questa parte sia essenziale, poichè è il fondamento ed è impossibile costruire alcun edificio né stabilire alcun metodo senza averne i principi. Non basta avere il gusto dell'architettura. Bisogna conoscere il taglio delle pietre"
venerdì 24 giugno 2011
domenica 19 giugno 2011
Il punto di raccordo
Ciò che a lungo, molto a lungo, la modernità andava inseguendo, dal divorzio delle due sostanze sottoscritto da Cartesio, vale a dire la riconciliazione tra soggetto ed oggetto, è stato cercato per troppo tempo in un luogo inadeguato. Questione che in Fichte diverrebbe addirittura decisiva, e comunque ad un altissimo grado di chiarezza e consapevolezza. Come concatenare l'innegabile "libertà" della coscienza, alla "necessità" dell'accadere fenomenico? Non cade forse anche la coscienza sotto le leggi fondamentali dell'accadere naturale? E non esistono i fenomeni naturali con tutte le loro leggi, solo per la coscienza conoscente e libera dal suo contenuto? Ma, come dicevamo, la risposta a questi problemi è stata cercata laddove mai poteva esserci anche solo una speranza di trovarla, vale a dire in un luogo teoretico-speculativo, nell'università, per esprimerci in termini storici. In modo perspicuo ciò lo esprimeva già Marx nelle Tesi su Feuerbach, o meglio ne rappresenta il contenuto in senso eminente. Per Marx, la risposta a questo problema speculativo non è affatto di natura speculativa, ma pratica, in senso essenziale. Quello dell'unità di soggetto ed oggetto ha ricevuto finora, dice marx, solo risposte idealistiche, tanto più "volgari" quanto camuffate da materialismo, come affermazione che la cosa in sé sia la materia, mentre la sua autentica soluzione sta nel concepire l'oggetto come attività, che egli determina come attività umana sensibile, vale addire che questà attività è da ricondurre ad una sfera storico (umana) - materialistica (sensibile).
Ma l'inadeguatezza della via di ricerca contrassegna già la posizione del problema così come, attraverso Fichte, l'abbiamo posto poco sopra. Perciò questo ha bisogno di una riformulazione. Come connettere l'attività rappresentativa soggettiva, il mondo delle immagini interne, delle percezioni esterne, delle emozioni, delle volontà, al mondo delle cose, della materia, degli oggetti che urtano e si separano meccanicamente, alle formule della fisica? In quale rapporto sono l'organico e l'inorganico, il vivo ed il morto, interno ed esterno?
Se ciò che funge da mediatore tra due sfere differenti ed in un primo momento separate, deve possedere qualcosa che appartenga alla prima, così come qualcos'altro che spetta alla seconda, allora una possibile risposta comincia a profilarsi all'interno della prassi sociale. Quando si scopre che le parole che ci sono state dette, le promesse che ci sono state fatte, le corrispondenti reazioni emotive che esse hanno scatenato, i luoghi che frequentavamo con una ragazza, le nostre piccole abitudini e filastrocche della frugale quotidianità, quando tutto ciò si rivela come ripetibile con qualcun altro, vale a dire come riproducibile (occhio a Benjamin), allora il nostro mondo di spirito, il mondo soggettivo, cade sotto la legislazione del mondo materiale-oggettivo, della statistica e dei grandi numeri, rivelando il suo volto mortifero e cosale, mostrando la facies "hyppocratica della storia" (Benjamin, Il dramma barocco tedesco). A dire il vero la prassi sociale, che costituisce la sostanza prima ed ultima di ogni nostra rappresentazione mentale od evento emotivo, non è propriamente un mediatore, perchè non si ripartisce equamente trai due membri (soggetto-oggetto), ma è piuttosto sbilanciato dalla parte del secondo. Esso non articola, rivela. Infatti, quando un attività soggettiva, "libera", viene a collocarsi nel mondo degli oggetti, è sempre troppo tardi per ritrovare in quest'ultimo un segno di vita, dello "spirito". Alla mondializzazione dell'uomo non corrisponde un'umanizzazione del mondo. Non c'è più niente di vivo nelle stesse labbra che baciano, sulla stessa panchina, di fronte lo stesso bar, che baciano milioni di altri uomini dopo aver baciato te. Ciò che permane invece è solo il contenuto sociale dell'azione, che mostra il fenomeno sub specie aeternitatis (un'eternità però del mutare delle forme storiche). Nell'esempio che abbiamo fatto, ciò che permane è l'assetto economico che accoglie il bar e afferma la relazione umana come mediata dalle cose (il caffè, il gelato...) all'interno del "tempo libero" che configura l'uomo come consumatore, e questa condizione di homo consumans marchia le sue relazioni, anzi è le sue relazioni, è quello stesso bacio e quella stessa relazione umana; ciò che permane è il rapporto sociale che su quei rapporti storico-economici si edifica, la stessa forma dell'incontro a due è un prodotto dell'individualismo romantico di stampo borghese, in cui le sfere dell'esistenza si sono rese autonome (arte, pensiero, amore, lavoro); è la stessa consuetudine sociale, determinata da un'infinità di elementi, come la ripartizione dei tempi di lavoro, le forme della proprietà, i mezzi di comunicazione, la situazione giuridica, le tecniche d'urbanizzazione etc., per cui il rapporto con l'altro diviene una prosecuzione biologica della cura del proprio corpo, vale a dire per cui non c'è alcuna differenza tra l'avere una ragazza e aver cura della propria igiene orale. Entrambe fanno parte di un'economia della cura del corpo. Ed, in ultimo, rende completamente intercambiabili gli individui tra di loro (la mia NUOVA ragazza), ritraducendo la "storia" (ovvero i contenuti propriamente spirituali del divenire) in natura (le funzioni biologiche che questo mondo di illusioni serve a garantire). Il rapporto tra soggetto e oggetto è quello benjaminiano tra fantasmagoria onirica e risveglio, feticismo della merce e riproduzione tecnica, tra il mondo multicolore del sogno e la sua fodera grigia e noiosa, osservabile solo da chi è sveglio. Oppure è quello dell'astuzia della natura, che garantisce la riproduzione della specie umana, in fondo l'unico orizzonte di senso umano, attraverso l'esca del piacere fisico ed intellettuale e della vita storica.
Non un mediatore che articola, dicevamo, ma un rivelatore. Questa apocalissi, questa improvviso trapelare del teschio al di sotto della carne florida, questa traduzione della coscienza in storia materiale, e di quest'ultima di nuovo in "storia naturale" (vale a dire una storia che non accompagna l'evoluzione delle forme umane d'esistenza, ma che in varie configurazioni ne garantisce il sempre uguale delle forme di sussistenza) è ciò che dovremmo cercare di afferrare saldamente, cercare di trattenere pur nel suo sguisciare rapidamente via, e ricadere nel sonno permanente di una vita interiore e soggettiva. La consapevolezza della natura pratico-sociale della verità, del carattere storico-materiale del cordone ombelicale che garantisce lo scambio tra soggetto ed oggetto, interno ed esterno, o meglio che vanifica questo stesso problema in quanto rivela il soggetto come giocato dalle forze materiali (storiche), offre sorprendenti similitudini, del tutto inaspettatamente, con il pensiero orientale ed il modo indiano di fare filosofia. Il nostro costante sonno, il nostro stato di ipnosi permanente, che ci chiude nell'illusione di poter pensare qualcosa, di avere una vita interiore, di essere un soggetto, che cala sulle nostre palpebre le cataratte del velo di Maya, che ci illude di essere individui ed in ultimo di essere punto, ha uno straordinario sapore esoterico. Non so se spetti a noi indagare il senso di questo legame problematico.
Ma l'inadeguatezza della via di ricerca contrassegna già la posizione del problema così come, attraverso Fichte, l'abbiamo posto poco sopra. Perciò questo ha bisogno di una riformulazione. Come connettere l'attività rappresentativa soggettiva, il mondo delle immagini interne, delle percezioni esterne, delle emozioni, delle volontà, al mondo delle cose, della materia, degli oggetti che urtano e si separano meccanicamente, alle formule della fisica? In quale rapporto sono l'organico e l'inorganico, il vivo ed il morto, interno ed esterno?
Se ciò che funge da mediatore tra due sfere differenti ed in un primo momento separate, deve possedere qualcosa che appartenga alla prima, così come qualcos'altro che spetta alla seconda, allora una possibile risposta comincia a profilarsi all'interno della prassi sociale. Quando si scopre che le parole che ci sono state dette, le promesse che ci sono state fatte, le corrispondenti reazioni emotive che esse hanno scatenato, i luoghi che frequentavamo con una ragazza, le nostre piccole abitudini e filastrocche della frugale quotidianità, quando tutto ciò si rivela come ripetibile con qualcun altro, vale a dire come riproducibile (occhio a Benjamin), allora il nostro mondo di spirito, il mondo soggettivo, cade sotto la legislazione del mondo materiale-oggettivo, della statistica e dei grandi numeri, rivelando il suo volto mortifero e cosale, mostrando la facies "hyppocratica della storia" (Benjamin, Il dramma barocco tedesco). A dire il vero la prassi sociale, che costituisce la sostanza prima ed ultima di ogni nostra rappresentazione mentale od evento emotivo, non è propriamente un mediatore, perchè non si ripartisce equamente trai due membri (soggetto-oggetto), ma è piuttosto sbilanciato dalla parte del secondo. Esso non articola, rivela. Infatti, quando un attività soggettiva, "libera", viene a collocarsi nel mondo degli oggetti, è sempre troppo tardi per ritrovare in quest'ultimo un segno di vita, dello "spirito". Alla mondializzazione dell'uomo non corrisponde un'umanizzazione del mondo. Non c'è più niente di vivo nelle stesse labbra che baciano, sulla stessa panchina, di fronte lo stesso bar, che baciano milioni di altri uomini dopo aver baciato te. Ciò che permane invece è solo il contenuto sociale dell'azione, che mostra il fenomeno sub specie aeternitatis (un'eternità però del mutare delle forme storiche). Nell'esempio che abbiamo fatto, ciò che permane è l'assetto economico che accoglie il bar e afferma la relazione umana come mediata dalle cose (il caffè, il gelato...) all'interno del "tempo libero" che configura l'uomo come consumatore, e questa condizione di homo consumans marchia le sue relazioni, anzi è le sue relazioni, è quello stesso bacio e quella stessa relazione umana; ciò che permane è il rapporto sociale che su quei rapporti storico-economici si edifica, la stessa forma dell'incontro a due è un prodotto dell'individualismo romantico di stampo borghese, in cui le sfere dell'esistenza si sono rese autonome (arte, pensiero, amore, lavoro); è la stessa consuetudine sociale, determinata da un'infinità di elementi, come la ripartizione dei tempi di lavoro, le forme della proprietà, i mezzi di comunicazione, la situazione giuridica, le tecniche d'urbanizzazione etc., per cui il rapporto con l'altro diviene una prosecuzione biologica della cura del proprio corpo, vale a dire per cui non c'è alcuna differenza tra l'avere una ragazza e aver cura della propria igiene orale. Entrambe fanno parte di un'economia della cura del corpo. Ed, in ultimo, rende completamente intercambiabili gli individui tra di loro (la mia NUOVA ragazza), ritraducendo la "storia" (ovvero i contenuti propriamente spirituali del divenire) in natura (le funzioni biologiche che questo mondo di illusioni serve a garantire). Il rapporto tra soggetto e oggetto è quello benjaminiano tra fantasmagoria onirica e risveglio, feticismo della merce e riproduzione tecnica, tra il mondo multicolore del sogno e la sua fodera grigia e noiosa, osservabile solo da chi è sveglio. Oppure è quello dell'astuzia della natura, che garantisce la riproduzione della specie umana, in fondo l'unico orizzonte di senso umano, attraverso l'esca del piacere fisico ed intellettuale e della vita storica.
Non un mediatore che articola, dicevamo, ma un rivelatore. Questa apocalissi, questa improvviso trapelare del teschio al di sotto della carne florida, questa traduzione della coscienza in storia materiale, e di quest'ultima di nuovo in "storia naturale" (vale a dire una storia che non accompagna l'evoluzione delle forme umane d'esistenza, ma che in varie configurazioni ne garantisce il sempre uguale delle forme di sussistenza) è ciò che dovremmo cercare di afferrare saldamente, cercare di trattenere pur nel suo sguisciare rapidamente via, e ricadere nel sonno permanente di una vita interiore e soggettiva. La consapevolezza della natura pratico-sociale della verità, del carattere storico-materiale del cordone ombelicale che garantisce lo scambio tra soggetto ed oggetto, interno ed esterno, o meglio che vanifica questo stesso problema in quanto rivela il soggetto come giocato dalle forze materiali (storiche), offre sorprendenti similitudini, del tutto inaspettatamente, con il pensiero orientale ed il modo indiano di fare filosofia. Il nostro costante sonno, il nostro stato di ipnosi permanente, che ci chiude nell'illusione di poter pensare qualcosa, di avere una vita interiore, di essere un soggetto, che cala sulle nostre palpebre le cataratte del velo di Maya, che ci illude di essere individui ed in ultimo di essere punto, ha uno straordinario sapore esoterico. Non so se spetti a noi indagare il senso di questo legame problematico.
giovedì 16 giugno 2011
Un solo nome, differenti pratiche: il filosofo
La constatazione che oggi la filosofia abbia un ruolo esclusivamente decorativo, poggia sul riconoscimento dei suoi prodotti come meri prodotti culturali, che si situano accanto ad altri articoli culturali di massa quali film e musica. Non è semplicemente il mercato del libro, e quindi una circostanza esteriore, a renderla tale. Il suo tratto di intrattenimento intellettuale, di puro gioco - in Nietzsche già c'era il presentimento, pur privo di coscienza materialistica, che nel mondo dopo la "morte di Dio", vale a dire, con il dominio dell'uomo medio e del consumo di massa, la filosofia si sarebbe ridotta a gioco di concetti di Dio, e di altri dei creati dall'uomo (Al di là...capitolo sulla religione) -questo carattere è il motore dello stesso filosofare. Si consideri due eminenti esperienze del pensiero francese, il signor Derrida e lo scapestrato Deleuze. La loro è un agone alla creazione del concetto più ricercato ed originale, più peregrino e sottile, più accattivante ed attraente. Le stesse qualità che il consumatore medio, accecato dalla convinzione di avere gusti originali, ricerca in cibi, romanzi, accessori etc. Con ciò non voglio dire che la filosofia contemporanea sia prima di valore di verità, e tantomeno asservita ai sistemi di produzione e al mercato. Semplicemente essa è un prodotto culturale, sul cui rilevamento non è necessario soffermarsi più di tanto con atteggiamento intellettualistico. Ciò non toglie che la verità oggi sia accessibile solo a partire dal profilo modesto del prodotto culturale, dalla semantica dell'intrattenimento...
Nel medioevo la filosofia era teologia. A partire da Dio di filosofava e a Dio si ritornava. Ancilla, serva teologiae. L'ente era indagato in quanto ens creatum, ed il mondo racchiudeva la totalità di essi. Organo di propaganda della santa sede? Può darsi...certamente fu sempre anche questo. Ma prescindendo dall'osservazione di un fondamento cristiano che va ben aldilà del collegio curiale, anche qui è da evitare una fuga intellettualistica. Neanche su Dio, si filosofa a partire dal vuoto dei cieli. Quello della teologia è un linguaggio, una semantica imprescindibile, in quanto nutrita delle condizioni socio (chierici) - economiche (le vaste proprietà vescovili o monastiche) che la formano. Anche in essa sono contenuti riflessi non intenzionabili di verità.
E nella Grecia antica? Cos'era la filosofia nel fulgore delle sue origini? Se anche qui cerco di indagarne i sotterranei materiali, mi imbatto presto in alcune difficili difficoltà. Lo storico ci dice che in età tardo antica il filosofo si avviava verso quella metamorfosi che l'avrebbe trasformato in uno dei fasti delle corti dei grandi re. Oppure: maestri prezzolati, retori assorbiti dal negotium, consiglieri regali, tutto quel grande apparanto insomma che serviva ad alimentare culturalmente le monarchie o le elites cittadine. Ma spingiamoci un po' più indietro. Cosa trovamo nella Grecia classica? sembriamo imbatterci ancora in personaggi politici; certo ora si tratta di figure più austere e vigorose, più indipendenti ed altezzose, propositori od impositori di costituzioni "giuste", nostalgici nel crepuscolo dell'aristocrazia rifugiatisi tra le colonne di un tempio, oppure eroi che inciampano mentre sono impegnati a guardare le stelle; ma soprattutto grandi fondatori di scuole esoteriche (aldilà del carattere mitologico delle scuole ioniche ed eleatiche, ci sono Pitagora o Platone...). Cosa sarebbe in definitiva il filosofo greco? Un politico? Un maestro di pratica civile? Un organizzatore di piccoli centri di resistenza politica nei confronti della polis ormai egemone? E di nuovo, a questo punto, è davvero indelicato cercarne il profilo sociale? Rischia questo di demolirne l'autorevolezza? Non è solo a partire da qualcosa che si filosofa?
Ma cosa ce ne facciamo della filosofia. Fin qui si è parlato di filosofia solo per omonimia. In fondo è solo questione di semantiche e di linguaggi codificati. Che si tratti di industria culturale, della difesa delle due chiavi di Pietro, o di pratica politca - sono queste forse occupazioni nelle quali non è possibile indagare l'"essere"? Un essere che non è qualcosa di estraneo e separato dalle condizioni, ma è lo stesso lavorio di scavo interno ad esse?
Nel medioevo la filosofia era teologia. A partire da Dio di filosofava e a Dio si ritornava. Ancilla, serva teologiae. L'ente era indagato in quanto ens creatum, ed il mondo racchiudeva la totalità di essi. Organo di propaganda della santa sede? Può darsi...certamente fu sempre anche questo. Ma prescindendo dall'osservazione di un fondamento cristiano che va ben aldilà del collegio curiale, anche qui è da evitare una fuga intellettualistica. Neanche su Dio, si filosofa a partire dal vuoto dei cieli. Quello della teologia è un linguaggio, una semantica imprescindibile, in quanto nutrita delle condizioni socio (chierici) - economiche (le vaste proprietà vescovili o monastiche) che la formano. Anche in essa sono contenuti riflessi non intenzionabili di verità.
E nella Grecia antica? Cos'era la filosofia nel fulgore delle sue origini? Se anche qui cerco di indagarne i sotterranei materiali, mi imbatto presto in alcune difficili difficoltà. Lo storico ci dice che in età tardo antica il filosofo si avviava verso quella metamorfosi che l'avrebbe trasformato in uno dei fasti delle corti dei grandi re. Oppure: maestri prezzolati, retori assorbiti dal negotium, consiglieri regali, tutto quel grande apparanto insomma che serviva ad alimentare culturalmente le monarchie o le elites cittadine. Ma spingiamoci un po' più indietro. Cosa trovamo nella Grecia classica? sembriamo imbatterci ancora in personaggi politici; certo ora si tratta di figure più austere e vigorose, più indipendenti ed altezzose, propositori od impositori di costituzioni "giuste", nostalgici nel crepuscolo dell'aristocrazia rifugiatisi tra le colonne di un tempio, oppure eroi che inciampano mentre sono impegnati a guardare le stelle; ma soprattutto grandi fondatori di scuole esoteriche (aldilà del carattere mitologico delle scuole ioniche ed eleatiche, ci sono Pitagora o Platone...). Cosa sarebbe in definitiva il filosofo greco? Un politico? Un maestro di pratica civile? Un organizzatore di piccoli centri di resistenza politica nei confronti della polis ormai egemone? E di nuovo, a questo punto, è davvero indelicato cercarne il profilo sociale? Rischia questo di demolirne l'autorevolezza? Non è solo a partire da qualcosa che si filosofa?
Ma cosa ce ne facciamo della filosofia. Fin qui si è parlato di filosofia solo per omonimia. In fondo è solo questione di semantiche e di linguaggi codificati. Che si tratti di industria culturale, della difesa delle due chiavi di Pietro, o di pratica politca - sono queste forse occupazioni nelle quali non è possibile indagare l'"essere"? Un essere che non è qualcosa di estraneo e separato dalle condizioni, ma è lo stesso lavorio di scavo interno ad esse?
lunedì 6 giugno 2011
Significato sociale della nostalgia: un esempio marginale
Uno degli svariati lati del decisivo prisma dell'analitica della nostalgia, punto intorno al quale il pensiero oggi è innestato e deve pensarsi come tale, e con il quale il confronto è fatale. A dire il veri quello trattato qui sotto ne costituisce un aspetto decisamente esteriore e marginale.
Fin quando, di colpo, oggi pomeriggio, non ho potuto osservare questo fenomeno nello specchio caleidoscopico della socialità materiale, vale a dire dell'"uomo osservato sotto la prospettiva della cosa", ovvero attraverso un'analitica della società che difalca le individualità apparenti per afferrarne il contenuto materiale che le attraversa mettendole in relazione - quello dell'invidia per la vita piena dell'animale sano, e di conseguenza il senso di nostalgia scaturente da una vaga sensazione che qualcosa ci sia stato tolto, portato via, precluso per sempre, dopo un'infanzia che al contrario offre a tutti un'idea di cosa possa significare una società senza classi, rappresentava per me un'enigma più gravoso per la sua difficile comprensione che per il suo peso esistenziale. Ma oggi mi è passata davanti una coppia di dodicenni, già bellissimi ed accattivanti, disinvolti nel loro farsi strada attraverso le costanti richieste di prestazione che ci si richiedono. Ho pensato che di sicuro l'amica grassa di lei non avrebbe camminato a testa altrettanto alta.
Ciò mi ha permesso di afferrare più storicamente qualcosa cui prima guardavo per lo più antropologicamente. In un'epoca in cui nelle pubblicità in cui si allude all'amore i protagonisti coinvilti sono sempre modelli o comunque bellissimi, è facile comprendere quanto ci sia di storico e di attuale in tutto ciò. La nostra epoca è quella in cui l'amore ci è definitivamente portato via, precluso attraverso un sistema di immagini spettacolari che ce lo presenta come diritto esclusivo della classe dei fortunati. Il Titanic è per i belli, l'atollo paradisiaco di Dolce e Gabbana è per i perfetti, i tramonti malinconici sono per i sani. Di qui la nostalgia, che altro non è che un indefinito senso di perdita, il senso di allontanamento di qualcosa di inafferrabile, il risvolto mistico e non ancora portato alla coscienza di una civiltà che esclude fin da principio la fruizione della felicità da parte dei malati, un sentimento che impropriamente estendiamo fin nelle radici del nostro essere e spingiamo indietro fin alle origini del tempo (nostalgia di un'origine perduta). Questa origine perduta è in realtà un presente perduto di cui siamo stati sfacciatamente derubati.
Ma invece di aumentare l'oppressione angosciosa nel mio petto, questo risveglio mi ha permesso di scorgere le possibilità anarchiche di un paradiso attinto attualmente. Le condizioni per la fruizione della felicità infatti sono poste insieme alla linea divisoria che ne esclude un gruppo dal suo uso; né prima né dopo. Sia un determinato concetto di salute che l'esclusione di alcuni considerati brutti e malati fanno parte di un identico dispositivo storico, infallibile e ben oliato, il quale ripartisce l'umanità per biforcazioni che non cessano mai di dividere sdoppiare ed assegnare territori, senza che però si riesca a tener vivo nella memoria (ogni verità parziale fa dimenticare presto il suo essere parziale)) che si tratta solo di una ripartizione possibile, e non dell'unica necessaria. Ad esempio: da un lato si pone l'escursione nella natura come immagine della felicità, dall'altro, insieme, si escludono automaticamente gli uomini sulla sedia a rotelle, che difficilmente potrebbero attraversare la natura selvaggia. Ora, sta a questi ultimi mettere in discussione non l'uno o l'altro lato, ma la linea stessa, mostrarne l'assoluta arbitrarietà che, dissimulata, costituisce la violenza nella sua forma elementare. Di certo gli storpi non compiranno l'errore di prospettare l'istaurazione di una società futura interamente fondata sul privilegio dei mutilati e dei deformi; ciò significherebbe la semplice sostituzione di una linea divisoria con un'altra. Ma poichè non c'è società senza linea di esclusione e di separazione, se l'utopia di una futura città giusta crolla e non può più essere sognata dagli esclusi, i quali devono essere onsapevoli che tutta la loro speranza e tutte le loro sofferenze derivano da un desiderio di vendetta, cosa resta loro? Il pensiero più estremo che è stato pensato sull'argomento lo si trova nell'opera di Benjamin. Lucidamente scorge nell'odio una forza indispensabile affinché la voce degli oppressi non venga sommersa dal corso inarrestabile della "catastrofe permanente" della storia universale, ma insieme esclude radicalmente qualsiasi pianificazione rivoluzionaria del futuro. In partcolare si legga la XII tesi sul concetto di storia:
"Il soggetto della conoscenza storica è di per se la classe oppressa che lotta. In Marx essa figura come l'ultima classe resa schiava, come la classe vendicatrice, che porta a termine l'opera di liberazione in nome di generazioni di sconfitti. Questa coscienza...fu sempre scandalosa per la socialdemocrazia...Essa si compiacque di assegnare alla classe operaia il ruolo di redentrice delle generazioni future. E recise così il nerbo della sua forza migliore. La classe disapprese, a questa scuola, tanto l'odio quanto la volontà del sacrificio. Entrambi infatti si alimentano all'immagine degli antenati asserviti, non all'ideale dei discendenti liberati."
Si tratta di una contestazione invisibile, esplosiva, silenziosa, puntuale. Il raccoglimento di tutte le speranze di restitutio ad integrum degli oppressi. Ma esiste o è mai esistito nella storia un agire politico siffatto? "Pensieri che avanzano con passi di colomba, muovono il mondo"; si può star sicuri infatti che, ammesso che sia mai esistito, difficilmente esso può aver assunto uno spazio di visibilità facilmente circoscrivibile e concettualizzabile. Ogni politica visibile si muove infatti sul tracciato della "socialdemocrazia", vale a dire secondo progetti, agire secondo mezzi-fini, quando sarebbe esattamente la distruzione di quest'ultimi a liberare l'uomo dal fardello del lavoro e da ogni altra schiavitù. Concepire ogni evento come innocente e irresponsabile, far saltare le linee divisorie mostrandone i margini di contingenza - queste sono pratiche quotidiane di cui si nutrono la spiritualità buddista e cristiana, più che la politica nel senso amministrativo e gestionale in cui la si intende correntemente. Il fatto non è fatto, il passato non è passato, esso è pur sempre ed ancora...incompiuto.
Fin quando, di colpo, oggi pomeriggio, non ho potuto osservare questo fenomeno nello specchio caleidoscopico della socialità materiale, vale a dire dell'"uomo osservato sotto la prospettiva della cosa", ovvero attraverso un'analitica della società che difalca le individualità apparenti per afferrarne il contenuto materiale che le attraversa mettendole in relazione - quello dell'invidia per la vita piena dell'animale sano, e di conseguenza il senso di nostalgia scaturente da una vaga sensazione che qualcosa ci sia stato tolto, portato via, precluso per sempre, dopo un'infanzia che al contrario offre a tutti un'idea di cosa possa significare una società senza classi, rappresentava per me un'enigma più gravoso per la sua difficile comprensione che per il suo peso esistenziale. Ma oggi mi è passata davanti una coppia di dodicenni, già bellissimi ed accattivanti, disinvolti nel loro farsi strada attraverso le costanti richieste di prestazione che ci si richiedono. Ho pensato che di sicuro l'amica grassa di lei non avrebbe camminato a testa altrettanto alta.
Ciò mi ha permesso di afferrare più storicamente qualcosa cui prima guardavo per lo più antropologicamente. In un'epoca in cui nelle pubblicità in cui si allude all'amore i protagonisti coinvilti sono sempre modelli o comunque bellissimi, è facile comprendere quanto ci sia di storico e di attuale in tutto ciò. La nostra epoca è quella in cui l'amore ci è definitivamente portato via, precluso attraverso un sistema di immagini spettacolari che ce lo presenta come diritto esclusivo della classe dei fortunati. Il Titanic è per i belli, l'atollo paradisiaco di Dolce e Gabbana è per i perfetti, i tramonti malinconici sono per i sani. Di qui la nostalgia, che altro non è che un indefinito senso di perdita, il senso di allontanamento di qualcosa di inafferrabile, il risvolto mistico e non ancora portato alla coscienza di una civiltà che esclude fin da principio la fruizione della felicità da parte dei malati, un sentimento che impropriamente estendiamo fin nelle radici del nostro essere e spingiamo indietro fin alle origini del tempo (nostalgia di un'origine perduta). Questa origine perduta è in realtà un presente perduto di cui siamo stati sfacciatamente derubati.
Ma invece di aumentare l'oppressione angosciosa nel mio petto, questo risveglio mi ha permesso di scorgere le possibilità anarchiche di un paradiso attinto attualmente. Le condizioni per la fruizione della felicità infatti sono poste insieme alla linea divisoria che ne esclude un gruppo dal suo uso; né prima né dopo. Sia un determinato concetto di salute che l'esclusione di alcuni considerati brutti e malati fanno parte di un identico dispositivo storico, infallibile e ben oliato, il quale ripartisce l'umanità per biforcazioni che non cessano mai di dividere sdoppiare ed assegnare territori, senza che però si riesca a tener vivo nella memoria (ogni verità parziale fa dimenticare presto il suo essere parziale)) che si tratta solo di una ripartizione possibile, e non dell'unica necessaria. Ad esempio: da un lato si pone l'escursione nella natura come immagine della felicità, dall'altro, insieme, si escludono automaticamente gli uomini sulla sedia a rotelle, che difficilmente potrebbero attraversare la natura selvaggia. Ora, sta a questi ultimi mettere in discussione non l'uno o l'altro lato, ma la linea stessa, mostrarne l'assoluta arbitrarietà che, dissimulata, costituisce la violenza nella sua forma elementare. Di certo gli storpi non compiranno l'errore di prospettare l'istaurazione di una società futura interamente fondata sul privilegio dei mutilati e dei deformi; ciò significherebbe la semplice sostituzione di una linea divisoria con un'altra. Ma poichè non c'è società senza linea di esclusione e di separazione, se l'utopia di una futura città giusta crolla e non può più essere sognata dagli esclusi, i quali devono essere onsapevoli che tutta la loro speranza e tutte le loro sofferenze derivano da un desiderio di vendetta, cosa resta loro? Il pensiero più estremo che è stato pensato sull'argomento lo si trova nell'opera di Benjamin. Lucidamente scorge nell'odio una forza indispensabile affinché la voce degli oppressi non venga sommersa dal corso inarrestabile della "catastrofe permanente" della storia universale, ma insieme esclude radicalmente qualsiasi pianificazione rivoluzionaria del futuro. In partcolare si legga la XII tesi sul concetto di storia:
"Il soggetto della conoscenza storica è di per se la classe oppressa che lotta. In Marx essa figura come l'ultima classe resa schiava, come la classe vendicatrice, che porta a termine l'opera di liberazione in nome di generazioni di sconfitti. Questa coscienza...fu sempre scandalosa per la socialdemocrazia...Essa si compiacque di assegnare alla classe operaia il ruolo di redentrice delle generazioni future. E recise così il nerbo della sua forza migliore. La classe disapprese, a questa scuola, tanto l'odio quanto la volontà del sacrificio. Entrambi infatti si alimentano all'immagine degli antenati asserviti, non all'ideale dei discendenti liberati."
Si tratta di una contestazione invisibile, esplosiva, silenziosa, puntuale. Il raccoglimento di tutte le speranze di restitutio ad integrum degli oppressi. Ma esiste o è mai esistito nella storia un agire politico siffatto? "Pensieri che avanzano con passi di colomba, muovono il mondo"; si può star sicuri infatti che, ammesso che sia mai esistito, difficilmente esso può aver assunto uno spazio di visibilità facilmente circoscrivibile e concettualizzabile. Ogni politica visibile si muove infatti sul tracciato della "socialdemocrazia", vale a dire secondo progetti, agire secondo mezzi-fini, quando sarebbe esattamente la distruzione di quest'ultimi a liberare l'uomo dal fardello del lavoro e da ogni altra schiavitù. Concepire ogni evento come innocente e irresponsabile, far saltare le linee divisorie mostrandone i margini di contingenza - queste sono pratiche quotidiane di cui si nutrono la spiritualità buddista e cristiana, più che la politica nel senso amministrativo e gestionale in cui la si intende correntemente. Il fatto non è fatto, il passato non è passato, esso è pur sempre ed ancora...incompiuto.
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