martedì 19 ottobre 2010

23 proposizioni sulla posizione del proletariato nei confronti del feticcio culturale

"Quella di «progresso» è soltanto un'idea moderna, vale a dire un'idea falsa." (Nietzsche, L'Anticristo, cap. 4)

1.Il proletariato non legge i giornali

2.Il proletariato non crede nel miglioramento della sua condizione

3.Il proletariato non c'è, deve raccogliersi

4.Il proletariato è ignorante

5.Il proletariato non agisce conformemente ad uno scopo unitario

6.Il proletariato non capisce "l'attimo storico", ne è il soggetto

7.Il proletariato ha una via d'accesso preferenziale allo spirituale

8.Il proletariato non si fa avviluppare nel fascino della merce

9.Il proletariato è al di là del bene e del male

10.Il proletariato non vuole costruire, vuole distruggere

11.Il proletariato non scrive, la sua testimonianza è la muta vita biologica

12.Il proletariato ama i poveri di spirito e diffida dell'originalità

13.Il proletariato diffida del bello

14.Il proletariato vede carcasse spirituali laddove gli altri vedono "sapienti"

15.Il proletariato non ha tempo per fornire un'immagine di sé

16.Il proletariato è malinconico, ha nostalgia di ciò che non ha mai avuto

17.Il proletariato non persegue battaglie per i diritti, semplicemente vive

18.Il proletariato rifiuta ogni godimento estetico in quanto reazionario

19.Il proletariato non cerca l'"eu zen", ma lo "zen" pienamente attinto

20.Il proletariato ha nella gioventù edonista ed intorpidita il suo primo nemico di classe

21.Il proletario rinnega ogni identità, non ha paura di essere frainteso

22.Il proletariato non è raffinato o culturalmente significativo

23.Il proletariato non boicotta lo spettacolo in nome della cultura, vuole l'abolizione integrale di entrambi

domenica 17 ottobre 2010

La mistica in Marx

Nelle Tesi su Feuerbach Marx tenta, e ci riesce, di sfondare la barriera del materialismo accademico incapace, ed impossibilitato ad alzarsi in piedi e camminare. Materialismo, spiega, non è l'affermazione teoretica per cui tutto è materia. E non è questo, non tanto perchè questa proposizione sia falsa, ma per un motivo così semplice che si nasconde, ovvero perchè il materialismo NON è una teoria. C'è chi prova godimento nel ricondurre ogni fenomeno ad un sostrato materiale. Marx, anima buona, li lascia godere. E' un piacere innocuo, nella misura in cui è un piacere della contemplazione e della vista. Finchè ci si limita a formulare teorie, filosofie, a constatare che di fronte ed intorno e sopra e sotto di noi c'è la materia, ma sempre con occhi metaforici o meno, il materialismo resta teoria, idealismo a cui si sostituisce il segno grafico "materia" a quello di "Idea". E vanno fieri persino dell'iniziale minuscola con cui scrivono la parola "matreria", questi materialisti. Ma lasciamoli godere, in fondo il loro vantaggio sugli idealisti (nemico che tra l'altro esiste solo nelle loro teste) si riduce a questa minuscola, a questa sceneggiata di umiltà.
Marx in fondo è uno dei tanti maestri di sapienza orientale che si nascondono tra le scempiaggini della storia della nostra cultura. "Cos'è il materialismo?", si domanda. Prosegue: "Una teoria?". E poi, un attimo di consapevolezza: "Cosa ci sarà mai di materialista in una teoria? E' materialista pubblicare un libro materialista?". Ecco, perchè in fondo quella mamma un po' scema che noi chiamiamo Filosofia, non è che un negozio di libri. Marx non ci sta, abbassa le serrande. Il materialismo è un equivoco! E' solo un'ambiguità del linguaggio. Si scrive un libro sul materialismo e si ritiene di aver fatto del materialismo. Ma non ci si accorge che nel primo caso si è tenuto un atteggiamento teoretico, e quindi idealista (si è scritto solo un libro!), nel secondo si è fatto qualcosa. Già, perchè idealismo e materialismo non sono correnti filosofiche divergenti, ma attività divergenti. Il primo guarda, contempla, considera, articola. Il secondo trasforma, agisce.
"Materialismo", apostrofa Marx, "alzati e cammina!". Il materialismo è risorto, esce dall'accademia e dagli indici, si alza dalle pagine dei libri. Il materialismo ha perso finalmente l'"ismo" che lo rendeva teoria. Il materialismo non è una teoria, è una prassi, un attività. Scrivere di materialismo è una pretesa assurda almeno quanto sarebbe quella di acoltare un odore, o di assaggiare un colore. Il materialismo non cerca ciò che è vero, la verità ce l'ha alle spalle, il materialismo "fa verità".

"La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. E' nell'attività pratica che l'uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica." (Tesi II)

Abbiamo forse noi bisogno di porci la domanda sulla verità del nostro camminare? Certamente no, camminiamo e basta. La categoria di verità è del tutto inadeguata all'agire, ai processi pratici. Se si può parlare di materialismo allora questo è solo un'attività. L'unico campo in cui il materialismo finisce di essere teoria per divenire se stesso, è quello in cui l'uomo trasforma la materia, la tocca. Gli occhiali dello studioso lasciano il posto alle mani del materialista. Egli non si accontenta di vedere, vuole toccare, trasformare ciò che ha di fronte. L'elemento di propagazione del materialismo è solo la storia, il punto di contatto tra l'uomo e le cose. L'inizio del mondo redento si trova laddove l'uomo smette di aver paura di toccare il mondo. Finchè ci vergogneremo di toccare le cose, di essere liberi per il mondo e di trasformarlo, potremo urlara qualsiasi proclama, far qualsivoglia professione di materialismo, ma non saremo mai credibili. E' più materialista un fachiro di qualsiasi Karlo Marx. Egli ha iniziato a trasformare le cose, trasformando se stessi. Non guarda più, non pensa più, non capisce più, egli semplicemente è. Perchè si è solo facendo.

"Il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che l'oggetto, il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto o di intuizione; ma non come attività umana sensibile, come attività pratica, non soggettivamente. E' accaduto quindi che il lato attivo è stato sviluppato dall'idealismo in contrasto col materialismo, ma solo in modo astratto, poiché naturalmente l'idealismo ignora l'attività reale, sensibile come tale. Feuerbach vuole oggetti sensibili realmente distinti dagli oggetti del pensiero; ma egli non concepisce l'attività umana stessa come attività oggettiva. " (Tesi I)

Non solo il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, ma il vincolo originario, l'handicap fondamentale dell'uomo. La perdita totale dell'essere, il nichilismo. Se ci si accosta ad un'attività artigianale, ci si può fare un'idea di cosa si è perso perdendo l'essere. L'arte è l'eden attingibile nel presente che Dio ha lasciato all'uomo. E' esattamente questo trasformare trasformandosi. E' la progettazione e l'accrescimento dell'essere, della potenza. Non c'è bisogno di cercare l'essere alzando la testa verso chissà quali mondi, o nelle speculazioni sulla sofferenza umana o su Dio. C' è solo un modo per "inspessire" l'essere, per ritrovarsi. Ed è quanto di più umile e meno trascendentale possibile, anche se proprio per questo più difficile: volere, costruire, dispiegare la propria volontà nel mondo, in armonia con il mondo. L'hanno detto tutti: Nietzsche l'ha chiamata volontà di potenza, Hegel divenire se stessi in altro, Marx attività umana oggettiva nell'umanità socializzata, Gesù redenzione, e non sarebbe così difficile accorgersene se solo si togliessero questi personaggi dai libri di filosofia per inquadrarli piuttosto in un'intuizione spirituale profonda, un esigenza di compiutezza e di armonia da ricercare nella attività concreta, di cui l'uomo non potrà mai fare a meno. E tutto consiste in cose semplicissime e quotidiane, di cui modificare solo di pochissimo la prospettiva da cui si guardano. Semplici e per questo esposte quanto mai allo sguardo degli originali ad oltranza e dei nemici numero uno del banale, cui manca proprio quella luce per illuminare il "banale". Tutto comincia dal montare le sorprese degli ovetti kinder.
Nonostante ciò che afferma la Tesi VIII:

"La vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nella attività pratica umana e nella comprensione di questa attività pratica."

non è poi così assurdo affermare che l'attività pratica umana sia una forma di mistica. Ma naturalmente ciò che qui Marx intende per "misticismo"è la presunzione filosofica dell'astrazione dei concetti dalla storia e dall'attività umana. Ed in questo egli ha pienamente ragione. Il passo successivo che dobbiamo compiere però è proprio quello di non confondere questa presunzione con l'autentica ricerca di perfezione, con la vera mistica, che nonostante le rappresentazioni improbabili che il nome potrebbe evocare, si può provvisoriamente ricondurre all'esercizio e alla prassi.

mercoledì 22 settembre 2010

Filosofia e Letteratura

Tra le poche cose intelligenti che Heidegger riesce a dire senza che riescano anche fastidiose, ce ne è una che mi ha sempre colpito e, per così dire, mi ha sempre accompagnato come il basso l'orchestra, senza aver mai avuto l'occasione di darle espressione razinale, ed è una breve riflessione che sviluppa nell'ambito della discussione del rapporto tra la sua ossessione Holderling e la filosofia. Egli sostiene, ed è tutt'altro che che ovvio quanto può apparire in un primo momento, che la filosofia e la letteratura, per quanto sembrino travalicare spesso i rispettivi ambiti, per quanto talvolta appaiano contaminarsi reciprocamente, per quanto una letteratura possa essere filosofica, ed una filosofia sia letteraria, la prima rimane letteratura e la seconda filosofia, se sono filosofia e letterature genuine.
La lettura, di cui per tanti motivi dovrei vergognarmi, non da ultimo averla intrapresa se non altro per mettere alla prova questo rapporto problematico tra le due discipline, di "Delitto e Castigo" di Dostoevskij, ha ormai consolidato ai miei occhi la teoria heideggeriana, e mi ha condotto a ricercare due principi ben distinti e sicuri cui ricondurre da una parte la filosofia, dall'altra la letteratura, per evitare ogni futura confusione ed equivoco riguardo questa questione.
Si parla molto delle affinità a volte soprendenti tra le dottrine di Nietzsche e l'opera di Dostoevskij, e per giunta si fa spesso un gran baccano, ed indecoroso, intorno a presunti plagi (curiosità sensazionalistiche più adatte a riviste scandalistiche che a saggi di una seria critica filosofica), ispirazioni neanche troppo dissimulate, ci si spinge fino ad affermazioni degne solo di menti del tutto prive di senno, come: "Nietzsche non è altro che una traduzione filosofica di Dostoevskij". Ma è proprio lo statuto ed il significato di questa traduzione che qui si discute. Non c'è alcun rischio di interferenza sostanziale tra i due, se non altro perchè l'uno è un autentico artista, l'altro un rigoroso filosofo. Non che si escluda l'influenza, la suggestione puramente psicologica e biografica che Nietzsche ha indubbiamente subito, che può giungere fino all'ossessione, di cui il fatto che nell'episodio del romanzo della cavalla bastonata a morte si intrecciano numerosi temi nietzschiani, e che lo stesso Nietzsche abbia dato i primi sintomi di squilibrio psichico assistendo ad un cavallo percosso, potrebbe essere un segno. Ma l'elaborazione dei contenuti in laboratorio specificamente filosofico, anche se per assurdo quei contenuti fossero realmente esattamente gli stessi, sottrae all'opera dell'uno e dell'altro a qualsiasi comunicazione, se non apparente e di superficie; ciascuna resta chiusa monadicamente in se stessa, perchè sorgono rispettivamente dalle sorgenti vivissime e del tutto differenti della più pura arte e della più pura filosofia. Ciò che infatti conferisce dignità e identità alle opere dei rispettivi autori e in generale di ogni autore, non è infatti tanto l'originalità del messaggio, della mera informazione veicolata, che oltre ad essere in realtà impossibile come dimostra un rapido sguardo alla storia della filosofia, in cui in fondo le mere "opinioni" e le dottrine sono in numero limitato e si ripetono ciclicamente di filosofo in filosofo, e così anche per la letteratura-oltre ad essere del tutto inesistente, superflua ed impotente spesso la ricerca ad ogni costo dell'originalità dei contenuti è propria delle più mediocri filosofie e letterature; a conferire una potenza essenziale e feconda alle opere sono la profondità e nella purezza con cui si immergono l'una nella sorgente dell'arte, l'altra in quella della filosofia. E queste scaturiscono da principi affatto differenti.
L'arte scaturisce dal principio dell'esibizione. D'altronde è manifesto che l'ambito di riferimento dell'arte sia quello dei sensi. Fondamentale in Dostoevskij è che la logica del risentimento, il desiderio di chi soffre di infliggere a sua volta sofferenze ad altri, senza badare a chi o al perchè, si facciano visibili, si rendano sensibili nel romanzo. Delitto e castigo in primo luogo esibisce un qualcosa di sensibile, si rivolge alla percezione; quei temi sono solo il travestimento accidentale ma necessario per cui l'oggetto si faccia percepibile e sensibile.
La filosofia scaturisce invece dal principio trinitario di pensiero, linguaggio ed essere. In Nietzsche la volontà di potenza, le strategie del risentimento, il segreto desiderio di dominio del debole e del sofferente, la malattia, si presentano come altrettanti modi di essere dell'essere, come manifestazioni della realtà nel linguaggio accolte nel ricettacolo del pensiero. Importante è qui che l'essere venga pensato; anche qui quei contenuti sono soltanto travestimenti accidentali e necessari attraverso i quali è necessario che l'essere passi per divenire pensabile.
Pensare che filosofia e letteratura possano usurpare l'una il trono dell'altra, equivale a porre sullo stesso piano il dipinto di un cavallo ed il pensiero di un cavallo. Solo un bambino potrebbe farsi fuorviare dal fatto che in entrambi i casi compaia la parola "cavallo", trascurando che nel primo caso si tratta di un'immagine, nel secondo di pensiero.

domenica 19 settembre 2010

Martina - Quattro istantanee di un'adolescenza di provincia

Il Vampiro

Tra le scalinate traforate dalle chiazze nere dei chewin-gum incrostati, il suo corpicino minaccioso ciondola con le cavità prive di sangue. Pallore sbiadito sulla carne mobile del suo volto decadente, che sembra lanciare una testarda provocazione alla salute crudele delle abbronzature che lo circondano. Il vampiro non ha sangue ad arrossire le sue guance lisce, perchè per qualche oscuro motivo che tiene nascosto a tutti proprio accennandolo a tutti in modo diverso, non va a mare, ma vive sotto la luce. Ho parlato al vampiro; gli spietati metodi della sua sopravvivenza mi sono da allora noti, ma sono sotto gli occhi di tutti da sempre: divorare l'altro, essere l'altro, berlo, bere ciascun altro. Il vampiro abbandona il suo castello, oramai ridotto a cripta del ricordo sbiadito di qualche ricco avo, per venire ad abitare, provocatorio ed in una rumorosa solitudine, le coste affollate della provincia di mare. Il nuovo vampiro è una gatta. Felino fatale e divoratore, odia l'acqua.



Gang-Bang

"Mi da una strana sensazione di esaltazione uscire con tutti voi ragazzi, essere la sola tra di voi mi fa sentire al sicuro, so che nessuno potrà farmi del male", diceva in preda all'estasi la cui sincerità chiunque la guardi negli occhi potrebbe garantire.
Le camicie di pile dei suoi affetti sono intrise di allucinazioni sessuali di gruppo. Ama essere circondata, costretta, messa alle strette da forze potenti che la schiaccino. Ma non solo il suo corpo; anche il suo spirito trae sempre nuove energie dalla pressione di robusti stimoli psicologici che la penetrino da ogni lato. Anche la ragazza che veniva dal disastro industriale, con i genitori separati ed il padre che la batteva, reclamava le squadre di calcio ed era molto impaziente. In psicologicis si tratta di una reazione compensatoria di numerosi vuoti affettivi da colmare. Gli strappi, a volte persino gli choc, dell'infanzia sfatta, la continua disattesa delle naturali fiducie puerili hanno generato un desiderio di rivalsa, che spinge in direzione di un riscatto emotivo frenetico, morboso, feroce, urgente. Impaziente. L'intensità e l'esigenza quantitativa di questo impulso si diffrangono distribuendosi in due modalità del sogno di sottomissione erotica di massa: l'una, sadica, che esprime il desiderio di onnipotenza e rivalsa nei confronti del proprio frustrante passato o presente doloroso; l'altra, masochistica, perchè quel corpo non può non ripetere il rituale sotto il quale si è forgiato, quello della sofferenza e dell'autolesionismo.
Ma l'impazienza dello stimolo e dell'appagamento istantaneo è anche ciò che più l'avvicina, anche se solo in lei emerge con potente bellezza nella forma di nuda malattia maniacale, del morbo, escoriata da qualsiasi correttivo o apologismo che la legittimi nel consumo, nel progresso o in qualche tendenza estetizzante - l'avvicina alla cifra caratteristica delle masse. L'ansia del prossimo stimolo sempre uguale è una convulsione che pulsa nei ritmi circolari delle vacanze, delle ferie, e che si fanno via via più serati e ravvicinati nelle serate, nelle scopate, nei palinsesti, negli hobbie, nelle modalità di fruizione "artistica" e musicale, nel caffè. Di questa griglia d'organizzazione degli stimoli, lei incarna l'espressione individuale deviante. Ne è l'instabile correlato soggettivo.



Caustica Provincia

Il gognometro solare si apre misurando la piazza intera. In un suo vertice umido ridacchi e gracchi spegnendo il fuoco nei polmoni di troppe sigarette accese dalla noia. Il primo corvo passa sulla minorenne sedotta dal catechista. Tonfo, una porta pesante si richiude dietro la chiesa. Racconti di ragazzi in acne di anni più piccoli di te nella tua classe, la cui adolescenza puerile a te ignota ti da noia. La porta meccanica dell'autobus Cotral si spalanca mostrando la tua sagoma tediata, come da un enorme carro imperiale blu. Zip, dentro la borsetta i libri e gli assorbenti. Il secondo corvo passa sulle sagome mestruate svogliatamente in pomeriggi soffocanti d'apatia. Teina, caffè, marijuana consumate ai tavolini tra pecorari di vocazione in gel e faticate scarpe firmate, sudate in lavori da manovale. "Cosa fai?" "Niente". Quel niente che assorbe persino l'eccitante eccezionalità dei lavoretti da barista, o distributice di volantini per il locale dell'amico dell'amico. E' la terza volta che molti qui provano a passare il quarto anno dell'istituto tecnico. Sulla pagina degli auguri c'è quella scema che quando avevate dodici anni ti chiedeva se il sesso orale potesse mai ingravidare qualcuno, ed in fondo lo avrebbe voluto. La tua pelle si ingrassa ed unge dei fumi caldi delle scarse marmitte modificate che ammorbano la piazza. Il terzo corvo passa sulla carogna del ragazzo spericolato finito in un fossato. Chi sarà mai, una modella russa? !Non fidarti quella è perfida e calcolatrice". Le amiche si rinviano a vicenda gli opportunismi. Tra quelle tette enormi c'è il posto per parecchi opportunismi. Chissà perchè dai tuoi auricolari esce sempre musica colma di testosterone e mediocrità. Si girano tutti a guardarti il culo. "Lo so, guardino pure, in quel bar anche il caffè fa schifo, hanno solo me". "Cos'è ti stai sciogliendo?" "No è solo una malattia della pelle, tra verruche ed eczemi, tra l'altro". Tosse, tifo, tisi. Troppe tette tronfie. Tuo timido torello. Le tue lenzuola hanno abbracciato tutti i tossicodipendenti della zona, ed un riciclatore di auto rubate. Eh si che eri felice allattando i figli smarriti della provincia. Grattini tra amici ne avevi, per te tutti sono vigliacchi, e solo per questo tutti sono buoni e mansueti. E ne sai approfittare. L'overdose del tuo amico è già in avanzato stato di decomposizione, nello scantinato. Hai più freddo di quanto ne abbia senza l'abbraccio della penetrazione. Una volta a stagione vai pure al cinema, senza badare a ciò che vedi. Tutto lo spettacolo sta per te nel prendere la macchina e nel piccolo choc del prezzo del biglietto. Che in fondo è sempre aumentato, come la benzina che per ottenerne un goccio queste splendide eroine provinciali non esitano a sgomitare tra il sudiciome unto delle lavastoviglie rotte delle trattorie di famiglia. Il quarto corvo ti becca e ti porta lontano lontano sui cataloghi della collezione primavera-estate.




Bambina del Tramonto


Ti sei spogliata e hai dato tutto, perchè per te era morte
Hai costruito la tua Chiesa sulle viscere marce dei martiri
Hai mantenuto tra molti un verginale ed orgoglioso silenzio.

Fiore sfatto dalla putredine delle vermiglie alghe marine
sussurri ora i tuoi segreti di pubertà a tutti gli estranei
di cui puoi riempire il tuo tempo vuoto.
A tutti ti avvinghi stretta con mille braccia,
come a non volerli più lasciare, noncurante delle loro perverse intenzioni,
che tu sai essere soltanto loro, spettrali e inconsistenti.

E' bello attardarsi qui con te quando tutti tornano a casa dopo la luce
e ti fai più confidente e finalmente non sei più distratta,
a chi puoi rivolegerti infatti se non a me?
Vezzi, scandali, profili, resti, tristezze di te che custodisco nel secondo cassetto,
e l'impagabile ed avida certezza del tempo in cui sarai qui ancora per un po'.

Non guardi ciò che dai da quell'angolino buio che ti sei ritagliata,
poiché nulla senti che t'appartiene. Povertà, Fede, Angoscia,
le tre dee dal cui sangue è sorta per te la grazia,
al tramonto col visetto poggiato su di un muretto scorticato,
tra le memorie di un mediocre video musicale e le icone sacre di tua nonna.

Bambina del tramonto sospirante secondo il ritmo delle onde inquinate,
raccattando in fretta tutte la frustrazione sparsa tra i ricordi smessi,
come una bomba di felicità ad orologeria che esplode inattesa dopo un accumulo di tensione,
parli e canti e balli e urlacchi, e dai scacco ai miei pregiudizi.

Non hai riconosciuto il volto del Redentore su questi volti persi e spauriti
perciò dopo gli allenamenti, alle diciotto e venti in punto,
nove schiere angeliche ti rapiranno conducendoti davanti al suo cospetto
che ti raffiguri molto simile alle immagini del capitolo sul barocco
che hai studiato così bene senza che il professore poi ti interrogasse.

Abbiamo assistito tutti alla trasfigurazione della Madonna del tramonto,
qualcosa a metà tra il Sinai e la festa rionale.

mercoledì 15 settembre 2010

Avere Tredici Anni - Omaggio a cinque amici da un'epoca scomparsa

Pochi hanno la fortuna di vivere dei momenti di grazia che non rimangano soffocati solamente nel chiuso dell'individuo o della privatezza. Mi ritengo uno di questi. C'è stato un periodo della mia pubertà in cui potevo sentire chiaramente che tutte le dimensioni della mia esistenza si stavano espandendo. Avevo tredici anni ed insieme ad altri tre o quattro teste matte, individui completamente disadattati lasciavo libero corso alle più eccentriche scorrerie; plasmavamo e concretizzavamo in una comunità reale la nostra personalissima idea di libertà. La cosa davvero notevole è che già allora, proprio in quei precisi momenti, ero del tutto consapevole di cosa stava accadendo; e ciò mi rende certo del fatto che non sia la nostalgia e la distanza del ricordo ad aggiungere un'aura mitica a quell'epoca. La mia era una felicità integrale, attuale, attinta, definitiva. Al mio occhio presente quell'epoca appare piuttosto sminuita, come un tempo di ingenuità un po' pretenziosa ed astratta, un percorso pieno di banalità ed atteggiamenti logori.Tuttavia se fu un'epoca di perfezione lo si deve anche alla totale assenza di dicotomie quali banale-originale, grossolanità-elaborazione che la caratterizzava.
Le nostre coscienze erano completamente storidite da stimoli che solo noi sembravamo conoscere, nel paradossale stato di narcotica ebbrezza con cui attraversavamo, ignorandolo quanto beffeggiandolo, tutto ciò che ci circondava. L'irruenza vorticosa di questo stato dava forma ad ogni singolo gesto e manovra quotidiana, a nostro modo sovversiva. Ed era una furia che investiva proprio tutte quelle fere in cui i nostri coetanei e gli adulti sembravano riporre il senso più arcano della loro esistenza. A partire dalla dimensione del linguaggio. Il linguaggio fu la nostra camera germinale, l'elemento in cui nutrivamo i nostri germi schizoidi. La percezione del linguaggio che ci caratterizzava era quella del puro suono; sapevamo perfettamente che i suoni delle parole, insieme con i contesti di riferimento che evocavano, era uno dei principali strumenti di suggestione, presunzione, e convinzione nell'esistenza di senso che esistevano. E per ciò il linguaggio era per noi oggetto primario di scherno ed insieme strumento di gioco. Tutte le parole dei giornali, tutte, tutte le parole dei nostri coetanei il cui suono sembrava evocare qualche realà come una formula magica, la cui sola pronuncia avrebbe preteso di essere significativa, subiva da parte nostra un trattamento distruttivo, caustico, derisorio, umiliante. Erano parole come: "una segreto inconfessabili", "le cose importanti", "virtus...", "associazione culturale", "il campo di grano", "senso estetico"; tutte quelle parole insomma che da un lato gli adulti utilizzano "per intendersi", e dall'altro, ad un livello più profondo, sono colme di retorica ed in grado di evocare rapidamente tutta una serie di suggestioni intorno alle quali cresce la fiducia degli uomini nell'essere speciali, nel vivere una situazione speciale, in un luogo speciale. Per gli stessi motivi, primeggiavamo nel conio di parole dai suoni più vivaci e scoppiettanti, anch'esse oggetto della più impietosa autoironia, in un interminabile gioco mimetico. Eravamo un teatro vivente.
Alle stesse sorgenti decostruttrici si abbeveravano il resto delle nostre scorribande. La mancanza pressochè totale di qualsiasi senso della convenienza sociale, che affondava le sue radici in parte nel ribellismo adolescenziale che accomuna molti, ma in gran parte nella più schietta ignoranza e menefreghismo nei confronti delle regole che garantivano il minimo di decenza nei rapporti con gli altri, era il demone che sosteneva la nostra pirateria. L'assenza di un pudore per la nostra reputazione ci faceva urlare nei negozi; l'assenza del benchè minimo desiderio di piacere, men che mai al sesso femminile, ci portava ad assumere di fronte a loro atteggiamenti infantili e ad emettere versi bestiali; l'assenza di ogni rispetto per il nostro corpo era la base delle nostre imprese spericolate con le biciclette o di improvvisati tentativi acrobatici; l'assenza di ogni infame sentimento di conformismo sociale ci consentiva di andare in giro ovunque con vestiti dai colori non coordinati da due soldi, in un periodo in cui anche solo la colpa di non aver comprato lo stesso paio di scarpe nello stesso negozio era sufficiante a guadagnarsi l'irrisione e l'umiliazione da tutti.
Ogni cupo timore, ogni ansia febbrile, ogni precauzione era lontana miglia e miglia dal nostro spirito; da parte nostra noi ascoltavamo la musica che volevamo, andavamo in giro a lanciare i sassi con le mazzafionde e soprattutto riflettevamo sui costumi sociali. Non sentivamo neanche di essere liberi; lo volevamo, e per il resto il sentimento era quello di felicità che lo scrollarsi di dosso i pesi può conferire, ma non quello di "libertà". Per conoscere la libertà si deve conoscere la schiavitù. Noi la schiavitù non l'avevamo ancora conosciuta, i codici comportamentali, le reazioni che gli altri si attendevano da noi, le tacite norme che regolano il "convivere civile", i canoni estetici imposti dall'esterno e persino l'arma più balorda, sottile e pericolosa dell'emarginazione e dello scherno, non ci riguardavano assolutamente. A stento le riconoscevamo come pericoli per la nostra libertà. Erano per noi solamente smorfie, pose grottesche ed incomprensibili. Nel nostro animo non erano collegate a sentimenti di oppressione o lugubri. Erano piuttosto parte di una parata carnevalesca, di un gioco per noi completamente incomprensibile, inafferrabile, e perciò stesso, ridicolo. Ridicolo è infatti ciò che si fa comportandosi macchinalmente, indossando abiti trovati a terra senza averli vagliati. Anzi neanche al vaglio di ciò che non era nostro noi facevamo appello; riconoscevamo come realmente esistente solo ciò che scaturiva direttamente dalle nostre vite.

Una riflessione autocritica: se allora ero davvero più felice di quanto lo sia oggi è proprio perchè ancora non si era formata in me la coscienza del nemico. L'alienazione, la separazione e l'estraneazione dell'esistenza non erano ancora il Male, ma solo l'Assurdo. Una condotta conformista non era una condotta contro la quale ci schieravamo, ma molto più lievemente una condotta che non capivamo, incomprensibile. L'ignoranza, lungi dall'essere una colpa, è una posizione privilegiata da cui osservare con lucidità tutti i comportamenti privi di senso che gli uomini assumono ogni giorno senza accorgersene, il più delle volte andandone addirittura orgogliosi. Tanto più si ignorerà la legge, quanto più ci sembrerà assurdo quando ci colpirà. Ora sono invece troppo colto, troppo sapiente, troppo presuntuoso per limitarmi a ridere (non degli altri, ma dei meccanismi incomprensibili), per non fare di ciò che è estraneo all'uomo un nemico, per non rendere colpevole l'imputazione della colpa. Ormai sono sullo stesso piano del resto del mondo, è iniziata la lotta. Non mi limito a non comprenderlo, lo giudico e lo condanno secondo la legge. Certo anche prima quel mondo rappresentava per me una minaccia, ma non come uno schieramento avversario ed agonale, in una battaglia in cui per quanto i nemici sono diversi la posta in gioco è sempre la stessa, ma come vago pericolo e decreto indeterminato e incomprensibile. Sarà anche per questo che all'epoca tutti guardavano con maggior simpatia quei cinque deviati.

giovedì 9 settembre 2010

Provocazione del dolore/ La volontà di volere

Provocazione del dolore

Non è difficile vedere bambini provocare la madre, in un crescendo di nervosismo che travolge entrambe le parti, fino all'esasperazione, fino alla dolcissima rottura, solamente per godere appieno dell'inesorabile ed onesto abbraccio che segue le grida, le botte, le punizioni. Mi è capitato di vedere l'incarnazione dell'ambiguità della volontà umana, seduta nel sedile di un treno prospicente il mio. Una coppia di madre e figlio di origine slava, il piccolo sui cinque anni scalciava, gridava e graffiava la madre, piangeva; lei, con sguardo materno alternava rimproveri e schiaffi ad abbracci e nenie. Ma era proprio nel momento in cui il sentimento sembrava sciogliersi, che il bambino rilanciava la posta, puntando sempre di più, cercando di apparire sempre più forsennato agli occhi della madre, tornando poi a godere della sua tenerezza con moltiplicato piacere. Entrambi sapevano bene che si trattava di un gioco, e come tale, ma seriamente, lo conducevano. Anche la madre traeva un innegabile soddisfazione dal ritorno del bimbo tra le sue grazie dopo la furia. E con questo ritmo alternato, epilettico, la tensione si contraeva e tornava a sciogliersi, in un circolo in cui scioglimento e tensione si alimentano a vicenda e sono solo l'uno per l'altro.
E' la stessa condizione di molti innamorati, che si tengono il broncio solo per potersi riconciliare, cercando di restare su quella sottile soglia che permette loro di passare in qualsiasi momento dalla preoccupazione alla gioia, dall'ansia all'appagamento, dall'incertezza assoluta dell'altro al possesso esaustivo.
E' il ritmo infine pur del coito, quello del provocare l'assenza dell'altro solo per poterlo ricevere con più soddisfazione; soddisfazione che però viene immediatamente respinta, che da subito a noia, perchè ciò che nel coito si cerca è il movimento del ritorno, e non la compenetrazione statica.



La volontà di volere

Di questo ritmo epilettico, questo circolo perverso che infetta invasivamente tutto il tempo della nostra attività biologica di vita (ed anche quelle assurde rappresentazioni mentali prive di senso che chiamiamo pensiro), si può rompere l'arcano se si destituisce definitivamente, nelle spiegazioni, il paradigma della volontà---------oggetto, per cui ci sarebbe un oggetto di fronte alla volontà, che successivamente, in base alle complesse variabili delle sensazioni corporee, stimolerebbe i suoi appetiti e cagionerebbe il desiderio di impadronirsene. Siamo talmente immersi in questo paradigma che persino chi ha individuato la struttura reale della "volontà" come "provocazione", si è sorpreso incapace di usare altra espressione che quella ridondante e paradossale, circolare e riflessiva di: "volontà di volontà". Ne è esempio eclatante Nietzsche, che ricorre all'espressione: "volontà di potenza", in cui chiaramente "potenza", rigettato ogni truismo che l'interpreta come "dominio, sopraffazione, distruzione", sta per dynamis (la potenza di fare, il divenire, la capacità non ancora determinata di un ente di entrare nell'atto), per cui qui sta per desiderio; l'espressione "volontà i potenza" è quindi parafrasabile senza problemi con "volontà di desiderio", "volontà di volontà", "desiderio di desiderio". [Le interpretazioni triviali non sono propriamente errate, ma i concetti cui ricorrono sono solamente prodotti accidentali della costituzione essenziale della volontà di potenza]
Ma la circolarità e riflessività di queste espressioni, il cortocircuito che generano, sono un chiaro segnale dell'insufficienza esplicativa del paradigma volontà-------oggetto relativamente alla struttura reale della volontà. Non ci si può crogiolare nel suono suggestivo ed ipnotico della circolarità. La volontà è intransitiva. Il soggetto ed il predicato del volere, in una lingua filosofica, aderente al reale, nonsarebbero seguiti da alcun complemento oggetto. La volontà è l'infiammarsi riflessivo, la masturbazione della forza che si accresce sino all'eiaculazione, che produce, scaricando la volontà all'esterno, ciò che noi chiamiamo oggetto, e che in realtà è l'immagine di cui la volontà ha bisogno per emergere alla coscienza. Ad un'essere privo di coscienza, le immagini e le rappresentazioni sarebbero del tutto superflue, perciò le pietre non vogliono nulla. Bisogna immaginare ciò che chiamiamo impropriamente volontà come un'espansione improvvisa e ingiustificata del nostro essere. Vogliamo essere più vasti, più ampi; vogliamo che lo stato del nostro essere attuale di dissolva per ricostituirsi, più ampio e insieme più precario e fragile, e coprire una porzione maggiore di realtà.
Per questo il dolore e la sofferenza sono imprescindibili per l'uomo, fino a far apparire la sua intera esistenza come una ricerca ininterrotta di autodistruzione. Il dolore è la dissoluzione dell'essere che gli permette di volere. Egli non ècapace di volere assolutamente nulla, è totalmente inerte, se prima non viene abbattutto e smantellato. Perciò il bambino vuole la madre solo come l'esito di una provocazione del dolore. Egli in realtà non vuole assolutamente nulla; vuole dibattersi urlare piangere. Questa furia nervosa (analoga a quella del sonno) trova forma nella disubbidienza e nel capriccio; infine investe completamente il regno dell'immagine e si dirige verso la madre, gettando in lei il sostegno, l'appiglio ed il collegamento attraverso cui scaricare l'energia. Tutto ciò che l'uomo vuole è di volere. Egli ha un disperato bisogno di volere, per cui anche nel linguaggio comune si usa dire che "un uomo senza desideri è un uomo finito". Ma il desiderio (di qualcosa) è solo il debole cosmetico applicato sull'inconfessabile vuotezza del contenuto della nostra volontà. In realtà solo un uomo che non vuole volere è "finito", oppure è un semidio, ma questi uomini sono rarissimi e difficilmente riconoscibili. Ma per le ragioni che ho esposto sopra, sarebbe più corretto affermare che l'approccio dell'uomo al "mondo" è la provocazione più che la volontà, il tentare il proprio essere, il minacciare continuamente la propria autodistruzione solo per poterne uscire fuori, proprio come succede nelle provocazioni tra i violenti; ed insieme uscirne fuori solo per poter di nuovo tornare a distruggersi.
Non escludo che dell'essere liberi faccia parte anche la consapevolezza che il mondo di immagini in cui viviamo, tessuto dalla nostra volontà, è solo l'indispensabile ma secondario livello di realtà prodotto da una tensione più originaria del nostro essere.

domenica 22 agosto 2010

La parabola del sordo ignaro

Per lo più attraversa le schiere delle genti, nelle piazze, nei villaggi, chiamando a gran voce un uomo che ha frenesia d'incontrare; maledice, grida, impreca all'assenza di una risposta che le sue orecchie arse non possono accogliere. L'uomo, che si sente chiamare, impegnato a pulire i secchi del pesce scaricato dalle barche, non può presentarsi di fronte a chi lo appella, e ancor meno si impegnerebbe a farlo pur potendo, infastidito com'è da quelle urla sguaiate, tuttavia risponde con un tono deciso e chiaro. Ma più l'uomo risponde, più il sordo ignaro si agita e perde la pazienza, convinto che il suo appello sia ignorato mentre, tra la folla, è l'unico a
non poter sentire la risposta.

mercoledì 18 agosto 2010

La terra devastata di metà agosto

La malinconia che mi hai lasciato a ferragosto
pari solo a quella della morte
illividisce il mare ogni anno al tempo
in cui si spogliano le figlie del grande pube

Le vagine rasate danzano in cerchio
e rendono l'aria irrespirabile
e stare con i genitori significa stare soli

Nelle piccole tende nere che trafiggono
le spiagge con piccoli puntini intorno alle cupe vampe
qualche esplosione di sangue dai genitali
sfugge ad un rigido controllo

Eppure sembri vegliare il mio pomeriggio
cui nessuna notte seguirà, ancora vegliarlo,
lente grigia sul sole d'agosto (la tua vendetta)
infezione del tempo

Ed ora tra le ceneri del mondo
che gli spensierati chiamano "sabbia"
la Dea del sesso promiscuo resta solo una possibilità colorita
sullo sfondo degli innumerevoli etero-coiti diffusi su tutta la terra
in cui è sufficiente che il duro squarci il morbido a perpetuare il dominio,
solo una possibilità

E tu, tu condannata, pelle grassa e marcia
impalata apologeta del piacere rossa imbrattata di sangue
aggrappata all'enorme pene cui destituisci ogni potere,
tumefatta di follia sacrificale, uccidi e vendi i tuoi fratelli
spartendo il bottino tra l'errore e l'orgoglio

domenica 15 agosto 2010

La parabola dell'intratempo

E' come quell'uomo che ha trovato il suo ultimo amore in una ragazza che non può vivere vicino a lui, ma gli ha promesso di tornare. Ed allora egli lavorerà, studierà sodo, parteciperà ad eventi mondani, parlerà con molte persone ed abbraccerà altre donne. Ma egli sa che in questo intratempo ogni suo gesto nasce solo per finire, si guarda intorno, e non vede che una landa disseminata di oggetti e persone morte, prive di significato, incapaci di parlare al suo orecchio ormai teso solo al suo ritorno. Coltiverà allora un germoglio precario e tenero dentro di sé, che egli ha il compito di proteggere dalle contaminazioni esterne di un'esistenza provvisoria che pur è costretto ad attraversare. E il germoglio, insieme pegno e testimonianza dell'attesa, sarà divenuto una pianta sana e forte quando lei tornerà per adempiere alla sua promessa.

Storia illuminata e storia degli effetti

La concezione della storia presente nella tesi di fondo di "Dialettica dell' Illuminismo" è ancora troppo semplicistica e miope, perchè guarda la storia da troppo lontano. Stando ad Horkeimer ed Adorno, che qui riprendono ed sviluppano le conseguenze della concezione della storia in Marx, nella storia, le società emancipatesi dal mito e dalla sottomissione del loro sviluppo a condizioni meramente naturale, vedono riprodursi nei loro stadi economicamente e "culturalmente" più avanzate forme mitiche di coesistenza, in cui la totalità sociale sta di fronte agli individui come un ineluttabile destino, una necessità naturale, qualcosa di estraneo. L'Illuminismo, la potenza che dovrebbe liberarci dalle forze del destino e dalle forme naturali di potere che si erigono su di esso, non fa in realtà che riprodurle ad un livello più alto.
Del tutto depurata dal concetto di progresso, questa visione della storia è certamente da accogliere, nelle sue linee generali, e non si potrebbe fare altrimenti, visto che si tratta solo di uno sguardo "generale" sulla storia". Il suo imperdonabile limite è appunto quello di essere troppo dialettica, troppo concettuale. Non che ci sia necessariamente bisogno di un' attenzione maggiore ai "fatti", che non è di questo che qui si sta parlando. Guardare più da vicino significa in questo caso ristoricizzare questa stessa concezione della storia , leggere i segni della sua provenienza dal tempo. Nonostante, come detto poco sopra, la teoria di Horkeimer-Adorno si sottragga completamente a qualsiasi seduzione di tipo progressista, essi irrigidiscono, non storicizzano il loro principale concetto: quello di Illuminismo. Dalla loro concezione sembra come se il ripercuotersi dell'estraniazione mitica, dell'impotenza dell'uomo di fronte al proprio destino (sociale) dipenda da una non identità dell'illuminismo con se stesso, ovvero dall'incarnarsi dell'illuminismo nella storia in modo affatto diverso (opposto) da come il suo concetto indicherebbe; vale a dire, in modo affatto diverso da come si trova nelle teste di Horkeimer e Adorno, o di chi per loro. Nella fuga dell'illuminismo in un assiologico scandalo per ciò che esso "in realtà" rappresenta per l'occidente, si esprime tutta la miopia e la presunzione a-storica dell'occidente che dell'illuminismo reale ha subito gli effetti profondi. I due filosofi possono così liberamente, ma solo implicitamente, commisurare la realtà della logica illuminista, che possiamo accogliere così come è stata tracciata nella loro dialettica, ad un criterio astratto, il più indeterminato e vago. Questo criterio è il concetto di illuminismo come emancipazione dalle occulte ed inintelligibili forze destinali, l'estraneo destino in cui l'uomo si imbatte, invece di riconoscere se stesso e la totalità della dinamica sociale, concetto da cui viene semplicemente reciso come presunto effetto accidentale quello della riproduzione del destino in nuove forme, come se i due lati non fossero, nonostante le loro esplicite dichiarazioni, entrambi parte di un unico processo storico.Sussiste tacitamente l'utopia tanto astratta dal tempo quanto pericolosa, di un possibile illuminismo privo dei suoi effetti "cattivi".
E' qui che bisogna guardare più da vicino, non perdere mai di vsta l'origine storica di un tale concetto di emancipazione, cui è da imputare gran parte del limite dell'opera di Marx. Nonostante si riconoscano gli effetti menzogneri e devastanti dell'illuminismo (nell'accezione estesa non circoscrivibile al XVIII secolo, ma da rilevare piutttosto in tutto il percorso dell'occidente ivilizzato), si continua a concepire la felicità e la liberazione sulla base di questo modello, come annichilimento totale dell'alienazione irrazionale ed estraniante, come trasparenza assoluta (quindi sovra-storica) dell'uomo e del suo destino a se stessi. Inversamente, l'illuminismo nasce nel tempo. Questo ingressonella storia lo rende immediatamente uno schieramento in lotta, un antagonista la cui stessa ragion d'essere è solo l'annientamento di qualcos'altro, la cui esistenza si protrae a detrimento di qualcos'altro. L'illuminismo è un dispositivo di potere tra gli altri, probabilmente il più organizzato e potente, in grado di modellare e compenetrare tutte le sfere dell'esistenza, e l'unico che è riuscito a far dimenticare i suoi nemici quasi definitivamente. La sfera in cui ciò è più flagrante è quella della cultura. Tutto ciò che la scienza ufficiale respinge oggi come pseudo-scientifico ed arretrato, di cui le masse si beffano, che le autorità politiche demonizzano come "settario", l'immensa invisibile massa di ciò che l'illuminismo lascia nell'ombra, le viscere rivoltose dell'illuminismo, è l'insieme dei nemici che esso costantemente mette a tacere, di cui squalifica i discorsi, che lascia a margine e svergogna di fronte al suo magniloquente splendore. Ma esso splende solamente perchè è l'unico che si è appropriato del diritto di compiere le sue scorrerie sotto il sole. E il riconoscimento che dobbiamo a Foucault per averci indicato l'invincibile macchina da guerra con cui esso opera, la squalifica dei discorsi e l'individuazione, che in altre parole sono un'infame messa in ridicolo di ciò che si vuole eliminare, e la cui balorda arroganza emerge ancor più se si pensa all'impotenza in cui sono stati relegati i suoi avversari, non sarà mai abbastanza.
L'emancipazione illuministica dall'"irrazionale" è quindi un'operazione composta e molteplice, bellica, che nulla ha a che fare con la libertà. Articolando questa emancipazione dal punto di vista logico e non cronologico si può distinguere una prima fase di irrazionalizzazione dell'avversario, che consistere nel far apparire come irrazionale, primitivo, arretrato, retrogrado, barbaro, superstizioso, tutto ciò che non si conforma alla sua razionalità o lotta contro di essa. Nella seconda fase la sua ragione comincia ad apparire come LA ragione tout court, scompare come razionalità particolare e strumentale, per apparire come l'universale fine dell'uomo, verso cui l'umanità necessariamente tende, o il fine più desiderabile, verso cui l'uomo deve tendere; questa seconda fase si chiama universalizzazione. Infine, nella terza ed ultima fase, l'"illuminismo" può procedere ormai indisturbata all'eliminazione vera e propria dell'avversario, sviluppare e dispiegare il suo potente apparato bellico di liquidazione del nemico, sapendo di poter agire ormai indisturbato, poichè nessuno protesterà per l'emarginazione di un avversario che nelle due fasi precedenti è stato squalificato fino a non apparire neanche più come nemico contro cui combattere, ma come semplice residuo che non ha posto in un mondo che è ormai l'unico mondo dell'illuminismo.
Chiuderò citando un ampio brano tratto dal "Concetto del Politico" di Carl Schmitt, testo in cui l'apparato bellico dell'universalizzazione "illuministica" che noi abbiamo suddiviso qui in tre fasi, è arricchita attraverso un'analisi condotta sotto un'impietosa luce politica.

"Dal carattere concettuale del 'politico' consegue il pluralismo del mondo degli Stati. L'unità politica presuppone la possibilità reale del nemico e quindi un'altra unità politica, coesistente con la prima. Quindi sulla terra, finché esiste uno Stato, vi saranno sempre più Stati e non può esistere uno "Stato" mondiale che comprenda tutta la terra e tutta l'umanità. Il mondopolitico è un pluriverso non un universo.. Perciò ogni teoria delloStato è pluralistica...L'unità politica non può essere, per sua essenza, universale nel senso di un'unità comprendente l'intera umanità el'intera terra. Se i diversi popoli, religioni, classi e altri gruppi umani della terra fossero così uniti da rendere impossibile ed impensabile una guerra fra di loro, se la stessa guerra civile, anche all'interno di un impero comprendente tutto il mondo,nonvenisse più presa in considerazione, per sempre, neppure quanto a semplice possibilità, se cadesse perfino la distinzione di amico e nemico [che per C.Schmitt è la distinzione che fonda il politico], anche come pura eventualità, allora esisterebbe soltanto una concezione del mondo, una cultura, una civiltà, un'economia, una morale, un diritto, un'arte, uno svago(1)ecc. non contaminate dalla politica ma non vi sarebbe più né politica né Stato. Se e qaundo tale "stato" del mondo e dell'umanità sorgerà, non so. Per ora esso non esiste. Sarebbe solo disonesta finzione assumerlo come esistente e sarebbe una illusione destinata a cadere in fretta ritenere che, poiché oggi una guerra fra grandi potenze diventa facilmente una "guerra mondiale"[la prima versione del saggio risale al 1932], la conclusione di tale guerra dovrebbe conseguentemente rappresentare la "pace mondiale" e costituire quindi quella idilliaca situazione finale della spoliticizzazione completa e definitiva.
L'umanità in quanto tale non può condurre nessuna guerra, poichè essa non ha nemici, quanto meno non su questo pianeta. Il concetto di umanità esclude quello di nemico, poichè anche il nemico non cessa di essere uomo e in ciò non vi è nessuna differenza specifica. Che poi vengano condotte guerre in nome dell'umanità [e questo è il punto decisivo, conduzione di guerre così come legittimazione di processi storici universalizanti, che sono sempre guerre contro le forze divergenti e marginali] non contrasta con questa semplice verità, ma ha solo un significato politico particolarmente intenso. Se uno Stato combatte il suo nemicopolitico in nome dell'umanità, la sua non è una guerra dell'umanità, ma una guerra per la quale un determinato Stato cerca di impadronirsi, contro il suo avversario, di un concetto universale per potersi identificare con esso (a spese del nemico, allo stesso modo come si possono utilizzare a torto i concetti di pace, giustizia, progresso, civiltà, per rivendicarli a sé e sottrarli al nemico. L'umanità è uno strumento particolarmente idoneo alle espansioni imperialistiche ed è, nella sua forma etico-umanitaria, un veicolo specifico dell'imperialismo economico. A questo proposito vale, pur con una modifica necessaria, una massima di Proudhon: chi parla di umanità, vuol trarvi in inganno.
Poclamare il concetto di umanità, riciamarsi all'umanità, monopolizzare questa parola tutto ciò potrebbe manifestare soltanto- visto che non si possono impiegare termini del genere senza conseguenze di un certo tipo - la terribile pretesa che al nemico va tolta la qualità di uomo, che esso dev'essere dichiarato hors-la-loi e hors-l'umanité [fuori-legge e fuori l'umanità, disumano] e quindi che la guerra dev'essere portata fino all'estrema inumanità(2).
...
Il concetto umanitario di umanità del XVIII secolo voleva essere una negazione polemica dell'ordinamento aristocratico-feudale o per ceti allora esistente e dei relativi privilegi[Ecco l'origine particolare dell'"universale. la genesi storica dell'eternità]"

(1) Della nota che segue questo termine, il cui utilizzo definire pionieristico è riduttivo, aggiunta nel 1962, trent'anni dopo ed in tutt'altra situazione politica europea rispetto alla prima pubblicazione del saggio, riporteremo solo un breve passaggio di interesse estrinseco all'argomento di questo scritto, ma di grande portata per le linee guida di questo blog: "Nel termine da me impiegato di svago sono però presenti anche riferimenti allo sport, all'impiego del tempo libero e ai nuovi fenomeni di una "società del superfluo" di cui non avevo ancora preso chiara coscienza nel clima allora dominante della filosofia tedesca del lavoro".

(2) Segue una nota di Schmitt che copieremo interamente: "A proposito del 'bando' della guerra, cfr. sopra, S. Pufendorff (De jure Naturae et Gentium, VIII, c VI, cap. 5 cita, aderendovi, l'affermazione di Bacone, secondo cui determinati popoli sarebbero "proscritti già dalla stessa natura" come ad esempio gli indiani, che mangiano carne umana. Gli indiani del Nordamerica sono poi stati realmente sterminati. Con lo sviluppo della civiltà e la crescita della moralità, per farsi proscrivere in quel modo è forse sufficiente qualcosa di più innocui del cannibalismo; forse, un giorno, basterà addirittura che una nazione non possa pagare i suoi debiti.

venerdì 13 agosto 2010

Praticare lo speculativo speculando il pratico

Aldilà di una loro chimerica conciliazione, bisogna praticare la teoria e teorizzare la prassi. Perchè la prassi praticata è ciò che già avviene in ogni istante, e solo se le maglie della prassi saranno dilatate dalla facoltà propria della teoria di esibire l'altro da ciò che meramente sussiste, si creerebbe lo spazio di una prassi realmente trasformatrice. Sull'esigenza di teorizzare laprassi, e la sua fecondità, è superfluo insistere, il marxismo è proprio questa prassi teorizzata. Una teoria che pensi se stessa, che rimanga nell'ambito del pensiero è una teoria reazionaria (ovvero, chi la scrive non soffre).
Tuttavia si ritiene più conveniente praticare il pratico, condividere "interessi" e "passioni", hobbies, fuggendo la discussione non oziosa sull'arte e sul possibile, sull'altro dall'esistente. Ci si appella al proprio presunto diritto di essere felici, spensierati, "liberi". Nella pratica, si è solo praticamente spensierati. L'altra faccia della medaglia di questo atteggiamento consiste nel lasciare l'arte, la cultura, ridotta a mera curiosità, e quindi relegando il proprio rapporto con essa ad un ambito contemplativo, nei libri e nei musei. E così, ciò che si apprezza, elogia ed addirittura invidia in sede teorica, culturale, si misconosce e rinnega recisamente, ma con sfacciata disinvoltura e completa convinzione d'innocenza, quando si parla con le persone in cui quotidianamente ci imbattiamo, o che da lungo tempo frequentiamo. "Il decostruzionismo deve rimanere sulla tela", è questo il motto dei fautori dell'autonomia della cultura.

domenica 8 agosto 2010

Perchè la donna non ha peli sul sedere

In un piccolo paese della Calabria, diviso tra il mare e ed aridi appennini, mio padre era solito ascoltare dai custodi della tradizione racconti il cui bouquet di significati non era predeterminato dal testo stesso, come vorrebbe un assurdo assioma dell'art pour l'art, ma dal tessuto reale in cui di volta in volta venivano tramandati. Allora le case non avevano l'assurdo odore di "pulito", dai soffitti affumicati da braceri privi di cappe pendevano derivati del maiale; l'ordine domestico e la pulizia delle case non si commisuravano in base ai nevrotici criteri di donne la cui folle autonomia mentale si sovrappone all'ambiete vissuto reale. La preparazione del pranzo e della cena era un'operazione estremamente lenta, basti pensare solo al fatto che per portare l'acqua ad ebollizione si doveva precedentemente accendere il fuoco in quelli che erano veri e propri falò domestici, i cui fumi avevano la possibilità di fuggire solo se i braceri venivano costruiti vicino alle rare finestre. Il messia della tecnica ancora non aveva pensato alle cucine a gas per ridurre il tempo che le donne dedicavano al focolare, a vantaggio di quello che dedicano ora allo stato. I bambini non erano corpi teneri da sottoporre a profilassi, ma esperimenti da mettere in atto per le vie del paese. Il tempo non era il luogo della costruzione di un ideale di efficienza, prestazione e tempo libero, ma una tumefazione progressiva dell'esperienza, incicciottita da eventi. E poichè quello che per le vie di questi piccoli intrecci di mattoni, fumo e vie sperticate quello che accadeva aveva ancora un senso, per quanto spesso dettato da inintelligibili decreti, mio padre poteva ascoltare questo ed altri racconti da chi ne aveva ascoltati molti più di lui, mentre andava a raccogliere le ghiande per la pastura per i tacchini e non ci si imbatteva arbitrariamente come il cosmopolita nel racconto di un ragazzo straniero in viaggio di scambio interculturale, o su un'enciclopedia di curiosità. Ciò che accadeva, e perciò anche il modo in cui la tradizione perveniva al singolo, entrava a far parte di una totalità vivente ed organica che costituiva il respiro dell'esperienza, l'aria respirabile, il mezzo fluido in cui i singoli viventi irradiavano la loro esistenza.

Si narra che un giorno la Donna, che con la sua diabolica astuzia era riuscita ormai a rendere suo marito l'esecutore immediato di tutti i suoi più volubili capricci, ed esercitava su di lui un potere più costante ed efficace di quello del marito che la batteva, superò davvero ogni limite e si convinse di poter avere la meglio anche sul Diavolo in persona. Su tutte le furie, perchè il marito aveva ritenuto più opportuno portare le primizie dei suoi alberi di fico prima alla donna che l'aveva allattato che a lei, decise di presentarsi al cospetto del diavolo per rubargli l'oscuro potere di trarre dalla terra, per tutto l'anno, frutti di stagione per ogni stagione. Superata la fonte oltre della Nivera, praticamente invisibile ad un occhio che non fosse stato del posto, appartata tra gli arbusti crespi e odorosi che costellavano lo slargo in cui la sabbia di fiume riposava dopo la piena tumultuosa dell'inverno, la donna si inoltrò nel piccolo boschetto e poco una breve e fresca passeggiata raggiunse la Tana del Diavolo. Il diavolo, imbronciato per la deludente visita, lui che ne aveva conosciute a milioni di donne altrettanto impertinenti, l'accolse comunque accanto a sé sulla sua grande pietra piatta. Nessuno sa quali furono le ragioni che la donna avanzò per ottenere l'abilità magica tanto agognata. Quello che è certo è che qualsiasi cosa il diavolo ribattesse, lei riuscisse in ogni caso a spuntarla. La donna infatti era molto brava ad offrire ragioni, brava più del diabolicissimo diavolo. Il diavolo cominciò a spazientirsi, perchè capì che sul terreno dialettico in cui la donna continuamente lo trascinava, quello delle conciliazioni degli argomenti, delle lusinghe, del compromesso, e dei vantaggi reciproci, proprio non poteva spuntarla. Immerse allora la sua larga pala nella fornace che avvampava ai loro piedi e, minacciata la donna, che sulle prime continuò ad esporre le sue tornite ragioni senza che il fatto che nessuno la ascoltasse la turbasse minimamente, prese e rincorrerla. Ma, proprio quando nella rapida e stridula fuga della donna non riuscì a raggiungerla che nel didietro, sul quale posò tutta la superficie della sua pala pienadi carboni roventi, fu costretto a sostare sulla soglia della sua tana, per evitare gli angeli del signore pronti a proteggere perfino l'impertinente malcapitata. E' inutile dire che la donna non si avventurò più nella tana del diavolo per avanzare qualche sua capricciosa pretesa, e tornò a tormentare l'uomo. Ma i peli sul sedere ustionato non le crebbero più.

mercoledì 4 agosto 2010

Tecnica, progresso e rivoluzione, parte II

Mi è stato rimproverato che il tono utilizzato nelle mie riflessioni sulla tecnica suoni datato e assurdamente reazionario. Nelle mie parole risuonerebbe la nostalgia per condizioni tecniche antecedenti, attraverso la demonizzazione di quelle attuali. Il solo mio rifiuto di categorie di valore per i meri processi tecnologici (vd. supra) avrebbe dovuto fugare ogni dubbio al riguardo. A ben vedere ciò che produce confusione nei miei scritti è la costatazione di fatto che la tecnica attuale atrofizzi le possibilità del corpo (e di conseguenza dello spirito) dell'uomo e che rendendolo mite e malleabile rappresentino un'inedita fonte di potere. In ciò sarebbe inclusa una demonizzazione assoluta della tecnica. Quello che in verità io affermo è invece da una parte che la tecnica ha un posto nelle riflessioni politiche solo in quanto strumento afferrato dalle classi in lotta, e che quindi la sua valutazione deve tenere conto della posizione che si prende all'interno di questa lotta; dall'altra che l'accelerazione quantitativa del processo tecnico nell'ultimo secolo comporta un salto quantitativo, vantaggioso alle nuove forme che il potere ha assunto.

"Inattuale è inoltre questa considerazione, perchè cerca di intendere qui come danno, colpa, e difetto dell'epoca qualcosa di cui l'epoca va a buon diritto fiera..." (Nietzsche, prefazione a Sull'utilità e il danno della storia per la vita)

Appropriandomi di questa locuzione nietzschiana, definirei il mio pensiero riguardo latecnica "inattuale", più che passatista o reazionario. Ovviamente irequisiti minimi per pensare nel modo dell'inattualità sono: che si soffra in prima persone, fin nelle radici del proprio essere, di ciò che è l'appiattita attualità,

"Inoltre a mia discolpa non deve essere taciuto che le esperienze che suscitarono in me quei sentimenti tormentosi, io le ho attinte per lo più da me stesso. e che solo in quanto sono allievo di poche passate, specie della greca, giungo a esperienze così inattuali su di me come figlio dell'epoca odierna." (Nietzsche, prefazione a Sull'utilità e il danno della storia per la vita)

e che si abbandoni la prospettiva meramente biologica dei giudizi di valore sulle epoche, la quale ovviamente fa apparire la nostra epoca di salute diffusa migliore di quelle precedenti. Insomma che ci si occupi di faccende storico-filosofiche, e non biologico-private.
Abbiamo visto come per Marx l'evoluzione delle forze produttive sia la condizione della rivoluzione, non in se stessa, ma solo se sottratta all'attività espropriata. Ora, l'inattuale scorge nel presente il lato negativo, poichè il presunto lato positivo è semplicemente il sonnifero che rende più sopportabile la propria totale assenza di partecipazione, l'espropriazione del proprio prodotto e del proprio agire, ed il conseguente vuoto di senso. La scrittura inizia solo laddove si soffre il presente, non dove si è conciliati con esso. E poichè il futuronon esiste, o è al più modellato sotto le forme presenti dei dispositivi di sapere-potere, la voce della liberazione può provenire solo dal passato. Come per Benjamin, anche per l'inattuale la salvezza sta in ciò che avrebbe potuto essere,non in ciò che potrà essere. In ciò che abbiamo perso, che ci è stato strappato, rubato. La celebrazione dell'avvento del futuro è la celebrazione di chi non soffre il presente, che del futuro prepara inesorabilmente le basi distruttive. Il dolore non sente ragioni, l'ingiustizia e la malinconia di una vita vicaria, vissuta dalle immagini e nelle immagini (vd. Debord, la società dello spettacolo), non potra mai essere riscattato dal premio di consolazione medico che ci prolunga la vita del 50%.
Ciò ovviamente non significa che l'inattuale guardi con nostalgia al passato e ritenga anche solo per un istante desiderabile o verosimile un ritorno alle sue condizioni materiali. Il suo sguardo nutrito di passato, lo rende estremamente consapevole che il presente è qualcosa di divenuto, di sorto, il passato gli serve come strumento differenziale per far esplodere il presente, e combattere ciò che nel presente lo opprime. E' questo il senso della "genealogia", che Foucault, assiduo lettori di Nietzsche, applicava come metodo a tutte le sue opere. Sarebbe assurdo credere che quando egli mette a confronto le tecniche punitive medievali, in resoconti pieni di atrocità barbariche, immagini spettacolari truculente e sanguinose, con le descrizioni deipiù moderni dispositivi penali, il cui esito fu la giurisdizione penale napoleonica, egli rimpianga la brutalità sanguinaria delle prime, ed accusarlo di passatismo. Egli intende piuttosto mettere in luce il modo in cui le forme di potere mutano, si trasformino, trapassino in dispositivi più "spirituali" ed invasivi, nonechè meno visbili, di potere, il loro divenire e trapassare, per minare la loro apparenza di necessità. Ancora più assurdo sarebbe accusare Foucault di passatismo. Se l'ideale su cui Foucault costruisce la sua critica alle procedure penali fosse stata la sofferenza fisica del minor numero di individui, egli non avrebbe scritto Sorvegliare e Punire, e si sarebbe accodato al coro delle voci che esaltano l'"umanità" delle procedure moderne. Ma le sue forze critiche provengono da altrove, egli è insofferente nei confronti di ogni tipo di dominazione. Perciò il pensiero critico si sofferma sull'arroganza totalitaria del potere attuale, non sui suoi "progressi". Mette a nudo in quanto mere configurazioni ed equilibri in cui il potere può esercitarsi più diffusamente ed "economicamente", i progressi umanitari, e così facendo decostruisce il presente minando la sua presunta superiorità e compattezza, nella speranza di una liberazione futura.

"...non saprei infatti che senso avrebbe mai la filologia classica nel nostro tempo, se non quello di agire in esso in modo inattuale - ossia contro il tempo, e in tal modo sul tempo e, speriamolo, a favore di un tempo venturo." (Nietzsche, prefazione a Sull'utilità e il danno della storia per la vita)

Ma l'agire contro il presente non è una semplice finzione strategica del amterialista storico, che "sceglierebbe" di guardare solo il lato negativo del presente. Egli soffre fino in fondo questo presente, gli è indigesto. Ed oppone a questo presente un passato che è in questo senso si strategico, in quanto non è un passato storiograficamente oggettivo, ma un passato che reagisce con il presente in maniera esplosiva, opponendovisi. E' quello che Foucault chiama "uso parodistico e buffonesco della storia" (Nietzsche, la Genealogia, la Storia), che riassumerò con un brevissimo esempio. Presentarsi con una trottola di legno ad un'esposizione videoludica, e giocare con essa fingendo di divertirsi un mondo, sarebbe un uso politico parodistico e buffonesco della storia,da parte di un bambino che soffre particolarmente la lontananza dal suolo e dalla terra originata dalla reclusione tecno-ludica. Non che settant'anni fa, nell'epoca delle trottole sarebbe stato senz'altro felice. Ma quella trottola è per lui oggi un'arma contro il presunto progresso, uno strumento di arresto della storia, quale per Benjamin è la rivoluzione.
Il problema non è quindi tanto la tecnica in sé, quanto i rapporti sociali in cui essa si irradia e che insieme essa sostanzia.

"Questo concetto volgarmarxistico di ciò che è il lavoro, non si sofferma a lungo sulla questione di come il prodotto del lavoro agisca sui lavoratori stessi finchè essi non possono disporne: vuol tenere conto solo dei progressi del dominio della natura, non dei regressi della società. Esso mostra già i tratti tecnocratici che più tardi s'incontreranno nel fascismo...Il lavoro, come ormai viene inteso, ha per sbocco lo sfruttamento della natura, che viene contrapposto, con ingenua soddisfazione, allo sfruttamento del proletariato."(Benjamin, Tesi sul Concetto di Storia, dalla Tesi XI)

L'esempio corrente del telefonino, in cui sono integrate moltissime attività per il cui svolgimento si necessitava precedentemente di numerosi dispositivi differenti (cabina telefonica, computer, connessione ad internet su un computer, consolle videoludica, navigatore satellitare, supporto magnetico o digitale per la riproduzione di musica, registratore analogico o digitale, televisione, epistole e missive, etc.), è quantomai calzante. Sarebbe del tutto insensato rinunciare e considerare come questa integrazione totale ridimensioni considerevolmente le competenze manuali, linguistiche e persino motorie del corpo umano. Ciò però non significa che questa atrofizzazione delle menti vada a vantaggio di un qualche gruppo di potere ben individuato. La direzione del processo è opposta: i rapporti economici, tecnici e sociali, possono oggi sopravvivere solo attraverso una anestetizzazione del corpo umano. Al materialista storico spetta sottolineare come questa anestetizzazione, o per usare i suoi bei nomi, la comodità, il benessere, non siano un progresso dell'umanità, ma l'esito di un potere che si dispiega tecnocraticamente (aldilà della terminologia a tratti rigidamente marxista che Benjamin adotta, ma con piena consapevolezza dell'utilizzo adeguato al presente di quel linguaggio, come "sfruttamento", "dominio" etc.). L'obiettivo del materialista attuale non è quello di riportare in vita condizioni del passato insieme alle tecnologie che da quelle condizioni erano inscindibili (ogni totalità sociale, e quindi ogni economia, consente lo sviluppo di determinati dispositivi tecnici e non di altri, non si possono astrarre gli strumenti tecnologici occidentali, ad esempio, ed impiantarli nella totalità sociale del terzo mondo). Egli sa bene che l'innegabile dispiegamento delle facoltà psico-motorie erano pagate al prezzo di duri rapporti di dominio sociale, ma insieme che il presente non ha abolito quella dominazione, nè attenuato l'alienazione. Il suo interesse è quello di interrompere la celebrazione che canta le lodi della superiorità presente nei confronti del passato (origine di ogni razzismo anche contro popoli contemporanei considerati arretrati). Il presente è solo un'altra configurazione di potere, e se ci si sente a proprio agio e fortunati in esso, è solo perchè si è stati ormai completamente assorbiti dalla sua struttura generale. L'individuo muta insieme alla totalità sociale; quello attuale è completamente pervaso dal terrore della morte e del dolore fisico da cui la totalità sociale tenta ad ogni costo di tenerlo lontano, non per un qualche complotto organizzato da parte di un gruppo privilegiato di potere, ma perchè il potere (che non è altro che l'impalcatura instabile che costituisce il teso rapporto tra tutti gli elementi sociali) può dispiegarsi solo attraverso queste strategie. Nel Capitale Marx descrive la società borghese analiticamente, come se si trattasse di una trattazione di scienza naturale, ed è per questo che egli può e deve, così come ogni materialista critico, utilizzare le categorie astratte di classe, capitale, interesse di classe, dominatori, sfruttamento. La realtà confonde sempre ogni categoria teorica, in essa sfruttatore e sfruttato si confondono. Foucault lo ha messo in luce, descrivendo la struttura fluida del potere. Ma quando il materialista parla, ancora oggi, di classe dominante, non si riferisce ad altro che al presente. Ed è contro di esso che egli agisce.

Tecnica, progresso e rivoluzione, parte I

Battezziamo questo blog con uno scritto che approfondisce tematiche spesso affrontate nel blog di Alceverde e talvolta con Alceverde, con un attenzione particolare ai temi sul quale sembra vertere la divergenza. Il post contiene inoltre alcune linee guida sulle quali si svilupperà questo blog. Divideremo in due parti lo scritto perchè torrenziale, ma in realtà formano un unico, organico scritto.

"Una classe oppressa è la condizione vitale di ogni società fondata sull'antagonismo delle classi. L'affrancamento della classe oppressa implica dunque di necessità la creazione di una società nuova. Perchè la classe oppressa possa affrancarsi, bisogna che le forze produttive già acquisite e i rapporti sociali esistenti non possano più esistere le une a fianco degli altri. Di tutti gli strumenti di produzione, la più grande forza produttiva è la classe rivoluzionaria stessa. L'organizzazione degli elementi rivoluzionari come classe suppone l'esistenza di tutte le forze produttive che potevano generarsi nel seno della società antica.
Ciò vuol dire forse che dopo la caduta dell'antica società ci sarà una nuova dominazione di classe, riassumentesi in un nuovo potere politico? No.
La condizione dell'affrancamento della classe lavoratrice è l'abolizione di tutte le classi, come la condizione dell'affrancamento del "terzo stato", dell'ordine borghese, fu l'abolizione di tutti gli stati [nel senso feudale di stati con privilegi determinati]ie di tutti gli ordini.
La classe lavoratrice sostituirà, nel corso del suo sviluppo, all'antica società civile un'associazione che escluderà le classi e il loro antagonismo, e non vi sarà più potere politico propriamente detto, poichè il potere politico è precisamente il riassunto ufficiale dell'antagonismo della società civile...
E' solo in un ordine di cose in cui non vi saranno più classi nè antagonismo di classi, che le evoluzioni sociali cesseranno d'essere rivoluzioni politiche..." (da Miseria della Filosofia, Marx)

In quest'ultima pagina di Miseria della Filosofia, le stringate linee guida che Marx offre come modello della rivoluzione, mostrano in tutta la sua tragicità le difficili contraddizioni in cui ogni teoria della rivoluzione incorre. Queste contraddizioni nascono dal fatto che ogni pensiero genuino del riscatto, dell'"affrancamento", deve pensarlo come definitivo, seppur nella consapevolezza di un'impossibilità della fine della storia. Ciò di cui non si può in alcun modo dubitare, pur nelle inestricabili aporie in cui ci invischia, è che Marx abbia concepito la rivoluzione come qualcosa di definitivo ("Ciò vuol dire forse che dopo la caduta dell'antica società ci sarà una nuova dominazione di classe, riassumentesi in un nuovo potere politico? No."), come riscatto delle classi oppresse dal loro servaggio, e non come speranza nei confronti di ciò che verrà.

"In Eternité par les astres Blanqui non mostrava alcun astio contro la fede nel progresso, ma fra le righe la sommerge di scherno. Non è affatto detto che egli con ciò divenga infedele al suo credo politico. L'attività di un rivoluizionario di professione, quale fu Blanqui, non presuppone la fede nel progresso, ma solo la ferma risoluzione di spazzare via l'ingiustizia presente. L'insostituibile valore politico dell'odio di classe consiste proprio nel dotare la classe rivoluzionaria di una sana indiferenza rispetto alle speculazioni sul progresso. In effetti, rivoltarsi per indignazione di fronte all'ingiustizia presente è altrettanto degno dell'uomo, e inoltre appare anche più simile all'uomo. Di pari passo con questa indignazione procederà la ferma risoluzione di strappare all'ultimo momento l'umanità dalla catastrofe che di volta in volta la minaccia. Fu questo il caso di Blanqui. Egli si è sempre rifiutato di abbozzare piani per ciò che verrà 'poi'" (Benjamin, frammento J 6, 3a dai materiali preparatori del Passagen-Werk)

"'Su un' idealistica fede assoluta nel progresso Marx ed Engels hanno naturalmente ironizzato (Englels elogia Fourier per aver introdotto nella sua trattazione della storia anche il futuro tramonto dell'umanità. come Kant vi aveva introdotto il futuro tramonto del sistema solare). In questo contesto Engels si fa beffe anche della "vuota chiacchiera circa l'illimitata capacità di perfezionamento dell'uomo"'. Lettera di Duncker a Grete Steffin, 18 luglio 1938" (Benjamin, frammento J 64, 2 dai materiali preparatori del Passagen-Werk)


La classe oppressa sigillerà e porrà la parola fine alla dominazione (in che misura questa fine sia realmente una fine sarà tema di ciò che segue). Qui bisogna fare molta attenzione a non confondere l'interpretazione socialdemocratica del pensiero marxiano, con quella genuina. L'origine di questa confusione è certo una certa ambiguità nello stesso pensiero marxiano. Nel passo citato in apertura dovrebbe risultare tuttavia più chiara la considerazione marxiana del progresso. "L'esistenza di tutte le forse produttive che potevano generarsi nel seno della società antica", quelle che la classe dominante e il gregge al seguito chiama "conquiste", "acquisizioni irreversibili", sono in realtà considerate da Marx il presupposto imprescindibile dell' "organizzazione degli elementi rivoluzionari come classe". L'accrescimento delle forze produttive, l'incremento tecnico sociale, lungi dal rappresentare conquiste e pietre miliari del miglioramento delle condizioni materiali dell'umanità, è in realtà il lavoro che la società antica compie contro se stessa, è la programmazione della sua autodistruzione, se la classe rivoluzionaria deciderà di impugnarle e di utilizzarle esclusivamente come strumento di lotta. L'evoluzione e il dispiegamento tecnico nel lavoro, e le condizioni sociali del lavoro che da esso dipendono, contengono un potenziale distruttivo, che inizialmente coopera con la classe dominante nell'oppressione di quelle subalterne. Di per sé, le comodità, le accelerazioni, e le estensioni dei suoi vantaggi ad un maggior numero di partecipanti non sono assolutamente rilevanti. Spetta alla classe rivoluzionaria, che in fondo resta "la più grande forza produttiva", di volgere questo potenziale distruttivo contro chi la opprime, volgendola con un rovesciamento improvviso a proprio vantaggio. La domanda su cosa ne sarà di noi "dopo" la "rivoluzione", dopo questo rivolgimento, proviene da una prospettiva che è irrimediabilmente conformista (solidale con il presente).
Se Marx ha effettivamente ironizzato su questa "idealistica fede nel progresso", è perchè la sua concezione della rivoluzione prendeva le distanze da quella borghese. Ciò vale a dire che in Marx è del tutto assente l'attesa socialdemocratica di un miglioramento graduale delle condizioni dell'uomo e dei lavoratori mediante gli strumenti delle conquiste legali e tecniche. Ciò è indice di una concezione della liberazione che si libra molto al di sopra del sogno di un mondo che sia del tutto al riparo dalle malattie, dalle morti sul lavoro, dalla fatica del lavoro, dalla morte. Il suo concetto di rivoluzione è nutrito da un desiderio di riscatto, giustizia e lotta. Fin quando le acquisizioni del moderno non vengano impugnate da chi è oppresso, esse restano principalmente un anestetico nelle mani del potere estraniato, come illustrato da Debord nella Società dello Spettacolo. In medicina "anestetico" è ciò che priva del dolore. Ma ciò che priva del dolore, camuffa così facendo le ingiustizie perpetrate, e il sentimento dell'ingiustizia. Poichè il dolore naturale, non è di per sé già un'ingiustizia. Solo un'umanità stanca e timorosa potrebbe partorire una vision così vigliacca del Male dell'umanità. Ingiustizia, quella autenticamente storica, che riguarda i rapporti tra gli uomini, non è che si permetta il morire di malattie ignote alla scienza, ma che la propria attività appartenga ad altri o ad altro. E' questa la teoria marxiana dell'alienazione. "Le forze produttive" che possono generarsi solo "nel seno della civiltà antica [pre-rivoluzionaria]", vale a dire anche la scianza, la medicina, le tecniche mediche ed agricole, assumeranno un autentico significato liberatorio solo se intenzionate all'"organizzazione della classe rivoluzionaria". Il che significa che da sole non sono affatto nulla di positivo, dal punto di vista della liberazione. Per quanto possa essere moralmente edificante la favola che oggi molte più persone vivono in salute e più a lungo, ciò non tocca in alcun modo il pensiero politico. Solo da una prospettiva spoliticizzata, oltre che pavida e vile, ciò significa vivere "meglio". L'ambito puramente naturale della vita biologica, esula dall'agire politico e dalle sue motivazioni che si nutrono peraltro meglio dell'"odio di classe". Bisogna ricordare che è tra i luoghi comuni più cinici e volgari dei peggiori sciovinisti quello per cui "uno che ha fame non protesterebbe mai, diversamente dai perdigiorno comunisti, che non hanno fame e quindi voglia di lavorare, contro il loro suo padrone". Va da sè che l'operaio che scende in piazza abbia prima già mangiato, goda di buona salute, e, naturalmente, sia biologicamente vivo.


Le profezie di Marx, che con l'abolizione delle classi sarebbe cessata ogni dominazione ed ogni potere politico, non si sono avverate. Questa considerazione non invalida però in alcun modo il pensiero marxiano tout court, tantomeno lo rende meno valido come strumento di lettura degli antagonismi attuali. Così come, per sua stessa ammissione, sono scomparsi gli stati medievali con i loro privilegi, nulla ha potuto escludere che le forme di dominio perpetratesi nelle classi, non potesse trasferirsi altrove sotto nuove forme. Queste nuove forme non sono più semplicemente economiche, come ha messo in luce Foucault, ma sono complesse tecnologie di potere-sapere, che investono l'individuo sin nel suo costituirsi in quanto tale. Le categorie di lotta, la supremazia dei rapporti sociali sugli individui, la preminenza delle strutture materiali sul pensiero, sulla legge ed il potere, rimangono perciò centrali. Ed il concetto di "classe oppressa" può continuare ad essere utilizzato come sinonimo di "soggetto investito dal potere", non separato, certo, ma che si sostiene solo su ciò che investe, e in esso si esaurisce.

Inaugurazione

Questo blog nasce esclusivamente dalla secessione da http://michelinofoucault.blogspot.com/, per irriducibili divergenze rispetto al corredattore Alceverde nell'orientamento da assumere nei confronti del presente, nella scelta dei bersagli teorici e nell'atteggiamento
pratico.
Solo di questo scisma, e non di una qualche esigenza espressiva, o finalità divulgativa, queste pagine saranno testimonianza.
La seguente bacheca si atterrà strettamente ad un solo principio teorico: l'ispirazione profondamente Inattuale, nel senso che "cerca di intendere qui come danno, colpa, e difetto dell'epoca qualcosa di cui l'epoca va a buon diritto fiera". Pregno di uno sguardo sulla realtà che rifiuta recisamente qualsiasi nozione filosofico-culturale che rinvii all'ambito di una distinzione tra "passato-presente-futuro" da un punto di vista dello spirito umano (e di tutti i dualismi collaterali quali barbarie-civiltà, regresso-progresso, infanzia del mondo-maturità scientifica del mondo) il suo orizzonte si manterrà entro i confini descritti dalla programmatica dichiarazione d'intenti nietzschiana: "...non saprei infatti che senso avrebbe mai la filologia classica nel nostro tempo, se non quello di agire in esso in modo inattuale - ossia contro il tempo, e in tal modo sul tempo e, speriamolo, a favore di un tempo venturo", dove è sufficiente sostituire a "filologia classica", le parole "filosofia" o "scrittura".