Non è vero che parlare in pubblico con una donna che non sia la tua fu scandaloso solo nel passato dell'occidente, o lo sia oggi solo nel mondo islamico. Fino a quando la donna apparirà nella figura fenomenologica del corpo esposto a razzie sarà sempre scandaloso parlare con lei, condividere con lei l'orizzonte del dialogo, del gioco, dello scherzo invece che quello della mattanza venatoria, in cui lei è sempre inevitabilmente selvaggina, e l'uomo falcone.
Non c'è bisogno di paramenti iper-casti affinchè la donna sia ridotta al silenzio. Metto sullo stesso identico piano il mutismo generato dalla minaccia orientale della lapidazione, e quello per cui il contatto non sessuale con una donna si riduce, in fondo, ad un preludio occidentale della penetrazione. Ovvero quello per cui la donna non è un interlocutore alla pari, se non nel primo punto di una successione che conduce inarrestabilmente ai genitali.
Giocare e parlare con le donne aldilà di uno sfondo sessuale è scandaloso.Si stenta a credere che un rapporto ludico o dialogico tra un uomo ed una donna non siano i primi vagiti di un contatto sessuale, di una seduzione, anche solo di un invaghimento. Sempre che non si sia omosessuali, ma a quel punto il sospetto ricadrà su ogni relazione tra individui dello stesso sesso. "Che cosa si potrà mai dire ad una donna, che cosa si potrà mai fare con una donna, se non brutalizzare il suo corpo od investirlo di significati sessuali?". Queste possibilità sono completamente sconosciute in occidente. E così come nel momento in cui si suppone che la notte sotto il cielo scuro non ci sia niente da fare, allora chi si muove sotto di esso sarà un ladro o un criminale, allo stesso modo sarà tale colui che parla e gioca con una donna su di un piano de-sessualizzato. Chi stende relazioni con la donna è oggi il sospettato n. 1, il criminale, il potenziale terrorista, l'anormale, il malato latente e latitante. Sguascia tra i corpi delle donne come se non fosse nulla, come se fossero corpi, come se nessuna Legge tribale imponesse la carnalizzazione ancor prima di ogni rapporto, come se anche le donna avessero qualcosa da dirgli degno di essere ascoltato. Ma non è forse proprio così? Non come se fosse nulla, ma qui non c'è proprio nulla! Nulla, se si toglie il bando della tribù che si fonda sul sacrificio di uno dei due sessi, la cui privazione di ogni attributo che lo renda interlocutore razionale è il presupposto senza il quale non si da civiltà. Ma purtroppo questo nulla appare come un tutto a coloro che detengono il potere di ripetere ogni volta questo sacrificio, vale a dire: ai belli e ai ragazzi scaltri.
Ogni società ha relegato la donna nell'ambito dell'oscuro, dello spettro, delle potenze nascoste, turpi e minacciose della natura. Si pensi ad Antigone custode del mondo femmineo e sotterraneo, errante tra il verme del cadavere di suo fratello, le mobili figure della morte, e gli spiriti dei numi familiari, contrapposta a Creonte, garante della legge e dello spazio pubblico della polis, che risplende sotto la luce del sole che ricopre le forme nette del virile mondo superiore. Oppure si vada con la mente all'impurità sacrale di cui la donna mestruata viene rivestita in moltissime tribù, non escluso il popolo ebraico.
L'odierna civiltà occidentale non si è affatto emancipata da questo schema tribale, nonostante tutti i suoi grandiosi proclama in nome dei diritti della donna, la sua rumorosa indignazione intorno ai paramenti islamici e alle violenze sessuali, la sua disgustosa compassione nell'affrontare ogni questione concernente la violenza perpetrata a danno delle donne. L'arroganza e la presunzione senza pari dello status della donna nel mondo occidentale, deriva dall'illusione che essa possa parlare. Meglio che venga ridotta al silenzio, se questo viene fatto passare per libertà di espressione. La violenza sulle donne in occidente è infatti divenuta ineludibile, proprio perchè la donna può dire tutto ciò che vuole, ma solo nello stesso senso in cui il condannato a morte può esprimere qualsiasi desiderio nel suo attimo estremo. L'occidente è la civiltà in cui la violenza sulle donne raggiunge il suo culmine indiscusso, perchè agisce invisibile, impunita, e prima di ogni sua manifestazione concreta, pur sfociando spessisimo in essa. Se il discorso della donna nei "paesi civili" è permesso, se in essi la donna è civettuola, suocera, chiacchierona, pettegola, logorroica, è proprio perchè il suo discorso è innocuo, non produce effetti reali, è puro flatus vocis, l'interlocutore della donna non è toccato dalle sue parole, ma parla con lei così come parla col suo cane, ovvero unilateralmente e sicuro di non venirne contaminato. Questo si inserisce nel più ampio contesto dei dispositivi di potere più raffinati che agiscono nelle società capitalistiche, in cui ogni discorso, ogni espressione e descrizione della propria individualità, ogni proposizione di verità è permessa ed anzi anche incoraggiata, nella misura in cui ciò provoca un assoggettamento più economico e meno plateale, più subdolo, ma anche in quanto tutti i discorsi sono sin dal primo momento squalificati ed impotenti.
Mai come oggi dilagò la retorica del rispetto dei genitali femminili, come ad esempio nelle pubblicità dei detergenti intimi, e mai prima d'ora la legge si era sognata di costituire uno scivoloso ed ambiguo campo giuridico di cui la donna è soggetto solo in quanto carne bramata, vale a dire il reato di "stalking". Mai nella politica italiana si era puntato così da vicino l'obiettivo sulla circolazione sessuale del potere, con tutto il suo corredo pasoliniano di orge, sodomia, sottomissione. Tutto ciò può significare solamente una cosa: il processo riduzionistico di corporalizzazione della donna è ormai giunto a compimento. Il corpo della donna è territorio politico su cui impiantare di volta in volta nuovi rapporti di forza.La donna è carne esposta a rapina, razzia, espropriazione, fondo, risorsa biologica. La donna è bottino. E dov'è che si trova al suo posto il bottino? Tra le mani del militare. E allora non sarà difficile scorgere la militarizzazione poliziesca dello stupro, e la consegna della donna al militare. Il militare salverà la donna-corpo dei campi rom, assoggettandola al suo dominio secondo il principio politico del protego ergo obligo, che Carl Schmitt non esitava a definire l'autentico cogito della politca. Il militare soccorre la donna ridotta al mero corpo dal nemico, ottenendone così (anche solo idealmente) il mero corpo come bottino. Il militare tutela, protegge, disinfetta, immunizza il corpo della donna, preparandolo così alla sua penetrazione. "I carabinieri della compagnia di Monterotondo, con la collaborazione dei militari di Latina, hanno arrestato in flagranza di reato C.G. ... con l'accusa di estorsione. Vittima del pregiudicato una donna di 40 anni ... che aveva denunciato di essere minacciata da alcuni giorni da un uomo conosciuto tramite una chat erotica su internet ...". Così un articolo su Leggo del 2008.
La struttura delle prime comunità gesuane nel I secolo d.C. hanno rappresentato una meravigliosa falla all'interno di questa logica dell'arroganza. Le lettere di Paolo sono una splendida e commovente testimonianza di una realtà politica in cui le donne, e con esse gli uomini, e di concerto le relazioni tra i due sessi sono pienamente redente nella gratitudine del dono della grazia divina. Lucidissima in Paolo la consapevolezza degli effetti esiziali e violenti di ogni relazione sessuale tra uomo e donna. Ogni rapporto, anche amoroso, nasconde in sé un irriducibile nucleo di violenza, di sopraffazione. Ma non si tratta qui solo della violenza perpetrata dall'uomo sulla donna. Ma anche degli effetti cancerogeni e corruttivi del sesso concepito come appropriazione del corpo dell'altro, antropofaga, sulla cristallinità dell'animo umano toccato dalla grazia. Il germe della mera corporeità è un infezione purulenta, e Paolo ha misurato tutte le sue pericolose metamorfosi, pseudomorfosi, e infiniti meccanismi attraverso cui agisce. "...è cosa buona per l'uomo non toccare donna; tuttavia, per il pericolo dell'incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito". Già solo questo estratto da 1 Corinzi 7, da l'idea della levatura di Paolo come autentico talento della teoria politico-sessuale. E' manifesto qui come l'importante non sia la castità di per se, ma il cercare di arginare con qualsiasi misura contenitiva il magmatico veleno dell'appropriazione del corpo dell'altro. L'incontinenza non è il peccatuccio da catechismo che si deve evitae affinchè Dio non ci punisca. Essa piuttosto è il dispositivo politico di assoggettamento dell'altro corpo al proprio, di sottomissione, di assimilazione dell'altro (anche letterale, se sipensa al tabù dell'antropofagia). Per fugare ogni dubbio sul progetto sessuo-politico di Paolo: "La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo il marito non èarbitro delproprio copro, ma lo è la moglie.". E' questo il rovesciamento perfetto del protego ergo obligo e della logica di appropriazione autoreferenziale della donna. In barba all'ideologia liberale dell'individuo padrone del proprio corpo, che ne dispone a piacimento, e che in realtà non è che la libertà di asservirsi a chi si vuole, Paolo ci dice che il nostro corpo non è nostro, che il corpo non ci appartiene ma appartiene all'altro, non perchè ne disponga, ma perchè lo riceva gratuitamente in dono provvisorio e a sua volta doni gratuitamente il suo. Affinchè Dio sorrida e benedica le nostre membra, finalmente asciugate dal sangue della violenza appropriatrice.
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