La presunzione della volontà di sapere, lo sappiamo, va di pari passo con l'irresponsabilità del voler a tutti i costicorreggere. Gettando uno sguardo sulla cataratta della psichiatria ci si spalanca il tremendo pericolo del permanente assunto che la specie umana portà ostinatamente con sé: la necessità del proprio intervento. E' grottesco il contrasto tra l'assoluta insignificanza medica di ciò che viene definito "psicopatologico" da un lato, e la sua significatività sociale dall'altro. Tuttavia il medico si sente in dovere di dover intervenire su quelli che non sono altro che atteggiamenti anti-sociali. Per scambiare merci, gameti, pensieri, per costruire strade e ponti, anche solo per vivere, l'uomo non può permettersi il lusso di una mente obliqua, dell'afasia o della logorrea, dell'iperattività o della depressione. E' qui che interviene il medico, per il bene del paziente naturalmente, e riconduce le pecorelle smarrite al lurido ovile del suo mondo, della sua società. Ma, riflettiamoci, chi ha decretato che dobbiamo scambiare merci, gameti, pensieri? Chi che dobbiamo lavorare? E chi che dobbiamo restare necesariamente in vita? Ma, soprattutto, perché chi non fosse in grado di garantire queste prestazioni sarebbe malato? Disabile, forse. Diversamente abile, sicuramente. Non trovo affatto ipocrite queste due definizioni attuali ma, al contrario, molto più intelligenti e profonde, oltre che meno fasciste di quella di "malato".
In un impeto di imbecillità, una qualche scuola, non ricordo quale, né sinceramente credo abbia una qualche pregnanza ricordarne il nome, ha stabilito, al culmine della follia umanitaristica (questa si, ipocrita) come criterio della patologia la "sofferenza soggettiva" del malato. Cioè, un folle è folle nel momento in cui comincia a soffrire della propria "malattia". Si conosce criterio più demenziale, meschino, privo di acume di questo? E cosa, vorremmo forse che l'uomo non soffrisse più? Siamo così ciechi da fantasticare un'esistenza completamente o parzialmente priva di sofferenza? E magari senza la morte...L'uomo deve cominciare a mettersi in testa che la sofferenza non è qualcosa di accidentale, che, per così dire, capiti alla sua vita. Lo dimostra la morte, e spero che nessun ebete, malgrado essa rappresenti il più grande tabu del XXI secolo, speri di annientarla, o di negarla. La vita è vita solo quando la si osserva solo in unsenso, quello che va dalla vagina alla terra. Ma dall'altro, quello dalla terra alla tomba, essa è un essere trascinati dal risucchio delvento della morte. La nostra essenza è il limite. Ergo, a fortiori, il dolore è essenziale, cioè ci costituisce, non ci capita.
Ma no l'uomo vorrebbe mettere le mani ovunque, si sente responsabile, coinvolto, chiamato in causa ora dal senso etico, ora dall'utilitarismo, a volte dall'egoismo; ma, a prescindere dalla causa, egli vuol sempre correggere, far divenire vera la verità e naturale la natura. Gli eventi di questo inverno 2012 ne sono la clamorosa ed ormai delirante conferma. Il ghiaccio, la neve, il vento, vengono trattati come puri ostacoli alla nostra capacità produttiva. Fenomeni che ci daio noia, che intralciano il corso della nostra storia, dimentica del fatto di essere solo unaparte della storia naturale. Come se l'intera natura dovesse inginocchiarsi di fronte alle minuscole esigenze dell'uomo. Ho paura di immaginare che un giorno l'uomo avrà gli strumenti tecnici per controllare i fenomeni atmosferici, perché, possiamo starne certi, li userà. E allora sarà sempre giorno, sempre tiepido, sempre domenica, sempre sorrisi. "Sempre", in realtà per pochi istanti. Perché in quell'ipotetica situazione la terra brucerebbe per metà, l'uomo prima di morire sarebbe già diventato una larva e, quando forse avrà capito l'importanza dei cicli, sarà troppo tardi.
Ma perché dico "importanza dei cicli"? Conosco forse qualcos'altro? C'è qualcosa, a parte la fantasticheria dell'uomo e l'istanza di Dio, che si muove in linea retta? C'è bisogno di un prete come me che ne decanti le virtù? In realtà i cicli non sono importanti, da salvare, da mantenere, perché essi sono TUTTO ciò che è. La felicità è un dolore cessato e viceversa, il giorno è l'inspirazione della notte, lavita la sistole della morte. E' semplice, lo capisc anche un bambino (o forse, lo capiscono solitamente SOLO i bambini).
La sofferenza del paziente è l'ultima barricata di una branca della scienza, la psichiatria, che comincia ormai a intravvedere la sua fine. Il parallelo con la medicina non psichiatrica è fuorviante. Si cura il braccio, il dolore fisico, il tumore, l'ulcera, la gotta di coloro che GIA' sono nella società, e per iquali il dolore è quindi per definizione disabilitante, la società insegna a temere il dolore, perché impedisce il lavoro produttivo. Ma per le cellule centrifughe impazzite, i "malati mentali", che dalla società e dal suo presupposto biologico cominciano a separarsi, coloro per i quali il dolore è al di là del bene e del male, queste tecniche sono al contrario costitutivamente violente.
Come? Il mio sarebbe spiritualismo? "La società non può insegnare a temere il dolore", pensate, "il dolore è dolore e basta, si chiama così perché fa male, è intrinsecamente cattivo"; o ancora "il dolore è unarisposta fisiologica, pensare che il dolore venga inculcato non ha senso, sarebbe come dire che si dovrebbe insegnare ad un neonato a respirare".
Se ancora la pensate così, rivolgete la vostra attenzione agli autolesionisti (caso estremo di un'infinita varietà di gradazioni: dal coraggioso, al temerario, all'incoscente al pazzo irresponsabile, fino al masochista e in ultimo al suicida) ; non fanno parte anche loro, guarda caso, di coloro che chiamate "malati"? Rispondere che essi "amano il dolore" e tuttavia lo sentono come dolore, sarebbe un'ulteriore prova di ristrettezza di vedute, evidente com'è che l'epressione "amare il dolore" è stata elaborata a partire da noi "sani", cioè da coloro che non tollerano che qualcuno ami ciò che essi odiano.
Il dolore è solo l'interpretazione di uno stimolo. Ciò non significa, volgarmente, che "la mente controlla il dolore", ma che il dolore in sé non esiste, ed è piuttosto quello che Nietzsche chiamerebbe un "rapporto di forse". E' cioè una relazione, un collegamento, non qualcosa di puntuale ed inesteso. Relazione tra cosa? Tra infinite cose, tra il corpo, i corpi, l'ambiente, l'attenzione, la cultura. Tutto è di una stessa sostanza, non c'è una sostanza immateriale che agisce su una materiale. Tuttavia ci sono diversi gradi della percezione del dolore, nella quale la nostra libertà dagli schemi sociali gioca una grande parte. Ripeto, non si tratta di "controllare" il dolore, contenerlo, o contrastarlo. Si tratta piuttosto di ciò che chiamerei un particolare disporsi nei confronti dell'ambiente percettivo, una particolare configurazione del campo ricettivo. Naturalmente un camion che ci viene addosso ci farà sempre male; ma solo per il rapporto sbilanciato tra noi e lo stimolo, non perché lo stimolo sia costitutivamente doloroso. (E' la rivoluzione copernicana della percezione, i gravi non vanno "in basso", come se ci fosse un "giù" assoluto, un luogo naturale, ma per il rapporto tra loro. La piuma e l'aria). Così come ilcorpo umano nello spazio va "verso l'alto", e noi potevamo saperlogià in linea di principio sulla base della nostra fisica, senza bisogno degli astronauti americani, così in linea di pincipio, in condizioni virtuali ed ancora non note, si potrebbe immaginare un uomo che calpestato dal camion ridesse. La Luna della gravità non era difficile da trovare, orde di poeti da due soldi l'hanno cantata e chiunque abbia un paio d'occhi la può vedere tutte le sere; ma dov'è la Luna della percezione? Non esiste o semplicemente il suo riconoscimento è un po' meno immediato di quell'altra?
[consiglio per gli acquisti: se vi sembra pazzo chi nega l'esistenza autonoma (cioè metafisica, ovvero "in sé") del dolore e delle sensazioni in genere, andatevi a leggere Wittgestein ("Ricerche filosofiche", Parte II, XI). Qui l'austriaco vi mostrerà, con un'agilità ed una semplicità disarmanti, come in realtà siamo addestrati persino nelle impressioni sensibili della vista, o meglio di quello che lui chiama il "vedere-come". Ad esempio, come mai possiamo vedere la rappresentazione di uno spigolo su di un piano (un foglio di carta) a volte come uno spigolo concavo, altre come convesso?]
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