martedì 20 dicembre 2011

Per fare a meno della violenza sacra nell'arte

Una teoria materialistico messianica dell'arte

Ogni prodotto culturale che non voglia trasformarsi in feticcio deve portare su di se i segni evidenti della sua produzione. L'oggetto d'arte deve divenire l'oggetto tecnico per eccellenza. Ciò non implica, naturalmente, la consapevolezza soggettiva, da parte del produttore o del fruitore di questa tecnicità. I segni della produzione che l'oggetto reca su di sé rappresentano, diversamente, la promessa che la tecnica ricada nelle mani dell'uomo; ché il prodotto, per quanto "finito", deve almeno alludere alla possibilità della sua reversibilità, vale a dire alla possibilità che esso sia sempre ancora manipolabile dal lavoro umano, per abbatterlo dal cielo della sua lontananza sacrale. Ciò si oppone diametralmente all'idea di creazione definitiva, di un Dio che crea le leggi eterne ed immanenti di una natura immodificabile, che appartiene alla degenerata tradizione teologica occidentale, vale a dire ad un'idea assicurativa e sostanzialistica di Dio che dalla perfida Grecia mosse un tempo guerra a Gerusalemme. Ripercorrere al contrario il cammino della creazione: questo è il compito di un'arte definitivamente strappata via dalla sfera del pagano cultuale e sacrificale. Kant afferma che un prodotto del genio deve esibire, nella sua originalità, talmente libero ed insieme guidato da una legalità immanente, da apparire un prodotto spontaneo della natura, come se lanatura avesse raggiunto un suo scopo mediante l'artista. Ciò è esatamente il concetto di arte, il cui carattere inguaribilmente borghese è tradito dal riferimento al genio, con cui le possibilità di un uso sfrontato ed anti-estetizzante della tecnica devono rompere. Nel prodotto deve al contrario emergere l'intima disarmonia e discontinuità che caratterizza la produzione eminentemente tecnica e razionale. In questo modo il fruitore non viene trascinato nel prodotto, scomparendo in esso, fondendosi con esso in una barbarie mistica, ma alcontrario resta di fronte ad esso libero tanto più quanto gli spetta la possibilità di smontarlo e di decostruirlo. Il contenuto dell'opera non deve mai saturare completamente lo spazio della fruizione, dal quale devono al contrario emergere le tracce del prototipo, del tentativo, delle fasi di produzione. Per questo Benjamin ha scorto nel cinema un modello eminente di arte "proletaria": la tecnica del montaggio è l'arte di elevarsi al di sopra della natura smontandone e rimontandone i prodotti, invertendo le determinazioni di tempo, abbattendo la servitù del piacere estetico. Dziga Vertov mostra, con il semplice espediente di un reverse della pellicola, come una mucca condotta al macello possa rinascere e tornare a pascolare infinite volte.


L'arte di genere: ovvero una non-arte meravigliosamente de-genere


Terreno fertile per il soddisfacimento di questi parametri sono i prodotti culturali di genere. Le schiere di gialli prodotti in serie, tutti uguali nella loro monotonia da ittero, valgono molto più del miglior romanzo di Dostoevskij. In essi la struttura produttiva assume un ruolo dominante rispetto al contenuto trasmissibile dall'autore, il quale altrimenti soggiogherebbe il lettore con il suo fascino. Lo stesso vale, forse ancor più esemplarmente, per il cinema di genere. Il pugnale che evidentemente non affonda la lama nella carne, la sovrabbondanza surreale di sangue, la povertà dei mezzi in genere, le palesi incoerenze dell'azione o degli elementi della scena e persino la noia delle sceneggiature, impediscono il coinvolgimento emotivo servile ed indignitoso proprio dei molti film detti "d'autore". L'effetto della finzione viene interrotto, vale a dire l'eccitazione morbosa del rito propiziatorio sacrificale si arresta bruscamente: il re-Dio è morto, il Genio è deriso, lo spettatore è libero. Quando un film di Fulci (ma ci sidovrebbe vergognare di nominare qui ancora gli "autori") un occhio viene trapassato grottescamente da un corpo contundente, si avverte chiaramente tutta la plastica, il sangue finto, la vernice impiegata per girare quella scena. L'attrice che un attimo prima, sul set sbadigliava o parlava con il regista di ciò che aveva mangiato la sera prima, ora emette si dimena come una forsennata ed emette urla isteriche. Nessuno, di fronte ad un film di genere, può dimenticare che tutto è stato costruito artificialmente, ad hoc,che tutto è stato portato lì, sulla scena - in una parola che tutto è divenuto e non sarà così per sempre. Se l'immagine cinematografica è intimamente dialettica, ovvero storica, lo è soprattutto per questo. Un prodotto simile rinvia il fruitore alla sua realtà, gli ricorda la sua essenziale capacità dimanipolare, trasformare, modificare. L'arte di genere, tra le mani di un pubblico istruito a non goderne al pari di come per secoli ha goduto l'arte borghese, tra le mani di un pubblico che conosce il suo nemico, è la riappropriazione della storia da parte dell'uomo. In ciò può avere un certo ruolo anche la repulsione che essa a volte genera: ti fa alzare dal divano, ti manda fuori dalla sala di produzione. Ma, già prima di giungerea questa situazione limite, l'arte liberante ci strappa all'ipnosi lobotomizzante dell'usurpazione estetica, della profondità dei contenuti, dell'arroganza autoriale. Mandare in frantumi il caleidoscopio di un romanzo, di un brano, di un film, che si vorrebbe come unità autonoma di senso. L'esperienza vissuta è un intrattenimento per femminelle, l'equivalente estetico di una droga che seda e rende docili i corpi da gestire. Un montaggio disarmonico, sbilanciato, "fatto male", tiene al contrario perennemente all'erta l'osservatore rendendo la sua esperienza discontinua e costringendolo sempre di nuovo a riprendere l'esperienza da capo. Un brutto romanzo ed, ancorpiù, un libro di ricette, dissolve l'illusione della finzione artistica, accentuandone il principio costruttivo. Sono queste le nostre urla in favore di Sade.


L'artista alla forca / la sorca all'artista


Con ciò non propongo un'omelia unilaterale a favore di una certa avanguardia artistica che si presenta esplicitamente come meta-arte, sul modello, per capirci dei pirandelliani "Sei personaggi in cerca d'autore" o dell'""uomo con la macchina da presa vertoviano". L'avanguardia meta-artistica viene spesso impiegata a scopi consolatori, per consolare l'artista ed illuderlo sull'irrimediabile perdita della sua aurea, negandola e creando una nuova arte elitaria ed aristocratica. Solo nei prodotti di massa si esercita realmente il coraggio di chi ha deciso di rompere con le ninne-nanne poetiche dell'arte colta. Farsi cullare ed immergersi nel sentimento di un elevazione della propria individualità non sono certo malattie di cui la meta-arte rappresenti la cura infallibile, pur contribuendo alla consapevolezza che esse siano malattie. La meta-arte è solo uno stadio preliminare ad un tempo in cui l'arte cadrà finalmente per sempre, per lasciare il posto alla trasformazione del mondo. E la via per questa liberazione è lastricata di prodotti di genere e di massa, i quali per la prima volta destituiscono l'arte dallo statuto della contemplazione, restituendola al vissuto pratico dell'uomo. I film di natale, finalmente, sono prodotti in cui l'uomo non deve più perdersi nella riflessione, rispecchiare autisticamente se stesso, estendere romanticamente l'animo o respirare i vapori venefici di un clima liturgicamente poetico. Essi servono al suo divertimento, a rafforzare una tradizione natalizia, a rinvigorire il legame con la propria ragazza, a riempire il proprio tempo. Certo, questo suonerà come un abominio alle orecchie di un apologeta della concezione borghese ed individualistica dell'arte. Si ribatterà che gli effetti di un film di natale siano deplorevoli, volgari, disgustosi. Questi intellettuali è ora che prendino un malox e curino la loro nausea. Perchè se è vero che un cinema del genere produce più effetti livellanti ed omologanti che altro, d'altra parte un istante di vita effettuale, vale a dire una vita che un cinema simile non sovrasta, ma accompagna parallelamente ed interseca, vale infinitamente di più di due ore di adorazione cosmico-filosofico-estetizzante. E forse, quando l'interruzione di ogni violenza, e la riappropriazione di una vita nella prassi, vengano anteposte a qualsiasi culto dell'originalità, della bellezza, dell'innovazione o del potenziamento della propria "esperienza vissuta", anche i film di natale adotteranno contenuti meno idioti, o forse, nella migliore delle ipotesi, di essi non avremo più bisogno.

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