mercoledì 22 settembre 2010

Filosofia e Letteratura

Tra le poche cose intelligenti che Heidegger riesce a dire senza che riescano anche fastidiose, ce ne è una che mi ha sempre colpito e, per così dire, mi ha sempre accompagnato come il basso l'orchestra, senza aver mai avuto l'occasione di darle espressione razinale, ed è una breve riflessione che sviluppa nell'ambito della discussione del rapporto tra la sua ossessione Holderling e la filosofia. Egli sostiene, ed è tutt'altro che che ovvio quanto può apparire in un primo momento, che la filosofia e la letteratura, per quanto sembrino travalicare spesso i rispettivi ambiti, per quanto talvolta appaiano contaminarsi reciprocamente, per quanto una letteratura possa essere filosofica, ed una filosofia sia letteraria, la prima rimane letteratura e la seconda filosofia, se sono filosofia e letterature genuine.
La lettura, di cui per tanti motivi dovrei vergognarmi, non da ultimo averla intrapresa se non altro per mettere alla prova questo rapporto problematico tra le due discipline, di "Delitto e Castigo" di Dostoevskij, ha ormai consolidato ai miei occhi la teoria heideggeriana, e mi ha condotto a ricercare due principi ben distinti e sicuri cui ricondurre da una parte la filosofia, dall'altra la letteratura, per evitare ogni futura confusione ed equivoco riguardo questa questione.
Si parla molto delle affinità a volte soprendenti tra le dottrine di Nietzsche e l'opera di Dostoevskij, e per giunta si fa spesso un gran baccano, ed indecoroso, intorno a presunti plagi (curiosità sensazionalistiche più adatte a riviste scandalistiche che a saggi di una seria critica filosofica), ispirazioni neanche troppo dissimulate, ci si spinge fino ad affermazioni degne solo di menti del tutto prive di senno, come: "Nietzsche non è altro che una traduzione filosofica di Dostoevskij". Ma è proprio lo statuto ed il significato di questa traduzione che qui si discute. Non c'è alcun rischio di interferenza sostanziale tra i due, se non altro perchè l'uno è un autentico artista, l'altro un rigoroso filosofo. Non che si escluda l'influenza, la suggestione puramente psicologica e biografica che Nietzsche ha indubbiamente subito, che può giungere fino all'ossessione, di cui il fatto che nell'episodio del romanzo della cavalla bastonata a morte si intrecciano numerosi temi nietzschiani, e che lo stesso Nietzsche abbia dato i primi sintomi di squilibrio psichico assistendo ad un cavallo percosso, potrebbe essere un segno. Ma l'elaborazione dei contenuti in laboratorio specificamente filosofico, anche se per assurdo quei contenuti fossero realmente esattamente gli stessi, sottrae all'opera dell'uno e dell'altro a qualsiasi comunicazione, se non apparente e di superficie; ciascuna resta chiusa monadicamente in se stessa, perchè sorgono rispettivamente dalle sorgenti vivissime e del tutto differenti della più pura arte e della più pura filosofia. Ciò che infatti conferisce dignità e identità alle opere dei rispettivi autori e in generale di ogni autore, non è infatti tanto l'originalità del messaggio, della mera informazione veicolata, che oltre ad essere in realtà impossibile come dimostra un rapido sguardo alla storia della filosofia, in cui in fondo le mere "opinioni" e le dottrine sono in numero limitato e si ripetono ciclicamente di filosofo in filosofo, e così anche per la letteratura-oltre ad essere del tutto inesistente, superflua ed impotente spesso la ricerca ad ogni costo dell'originalità dei contenuti è propria delle più mediocri filosofie e letterature; a conferire una potenza essenziale e feconda alle opere sono la profondità e nella purezza con cui si immergono l'una nella sorgente dell'arte, l'altra in quella della filosofia. E queste scaturiscono da principi affatto differenti.
L'arte scaturisce dal principio dell'esibizione. D'altronde è manifesto che l'ambito di riferimento dell'arte sia quello dei sensi. Fondamentale in Dostoevskij è che la logica del risentimento, il desiderio di chi soffre di infliggere a sua volta sofferenze ad altri, senza badare a chi o al perchè, si facciano visibili, si rendano sensibili nel romanzo. Delitto e castigo in primo luogo esibisce un qualcosa di sensibile, si rivolge alla percezione; quei temi sono solo il travestimento accidentale ma necessario per cui l'oggetto si faccia percepibile e sensibile.
La filosofia scaturisce invece dal principio trinitario di pensiero, linguaggio ed essere. In Nietzsche la volontà di potenza, le strategie del risentimento, il segreto desiderio di dominio del debole e del sofferente, la malattia, si presentano come altrettanti modi di essere dell'essere, come manifestazioni della realtà nel linguaggio accolte nel ricettacolo del pensiero. Importante è qui che l'essere venga pensato; anche qui quei contenuti sono soltanto travestimenti accidentali e necessari attraverso i quali è necessario che l'essere passi per divenire pensabile.
Pensare che filosofia e letteratura possano usurpare l'una il trono dell'altra, equivale a porre sullo stesso piano il dipinto di un cavallo ed il pensiero di un cavallo. Solo un bambino potrebbe farsi fuorviare dal fatto che in entrambi i casi compaia la parola "cavallo", trascurando che nel primo caso si tratta di un'immagine, nel secondo di pensiero.

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