giovedì 9 settembre 2010

Provocazione del dolore/ La volontà di volere

Provocazione del dolore

Non è difficile vedere bambini provocare la madre, in un crescendo di nervosismo che travolge entrambe le parti, fino all'esasperazione, fino alla dolcissima rottura, solamente per godere appieno dell'inesorabile ed onesto abbraccio che segue le grida, le botte, le punizioni. Mi è capitato di vedere l'incarnazione dell'ambiguità della volontà umana, seduta nel sedile di un treno prospicente il mio. Una coppia di madre e figlio di origine slava, il piccolo sui cinque anni scalciava, gridava e graffiava la madre, piangeva; lei, con sguardo materno alternava rimproveri e schiaffi ad abbracci e nenie. Ma era proprio nel momento in cui il sentimento sembrava sciogliersi, che il bambino rilanciava la posta, puntando sempre di più, cercando di apparire sempre più forsennato agli occhi della madre, tornando poi a godere della sua tenerezza con moltiplicato piacere. Entrambi sapevano bene che si trattava di un gioco, e come tale, ma seriamente, lo conducevano. Anche la madre traeva un innegabile soddisfazione dal ritorno del bimbo tra le sue grazie dopo la furia. E con questo ritmo alternato, epilettico, la tensione si contraeva e tornava a sciogliersi, in un circolo in cui scioglimento e tensione si alimentano a vicenda e sono solo l'uno per l'altro.
E' la stessa condizione di molti innamorati, che si tengono il broncio solo per potersi riconciliare, cercando di restare su quella sottile soglia che permette loro di passare in qualsiasi momento dalla preoccupazione alla gioia, dall'ansia all'appagamento, dall'incertezza assoluta dell'altro al possesso esaustivo.
E' il ritmo infine pur del coito, quello del provocare l'assenza dell'altro solo per poterlo ricevere con più soddisfazione; soddisfazione che però viene immediatamente respinta, che da subito a noia, perchè ciò che nel coito si cerca è il movimento del ritorno, e non la compenetrazione statica.



La volontà di volere

Di questo ritmo epilettico, questo circolo perverso che infetta invasivamente tutto il tempo della nostra attività biologica di vita (ed anche quelle assurde rappresentazioni mentali prive di senso che chiamiamo pensiro), si può rompere l'arcano se si destituisce definitivamente, nelle spiegazioni, il paradigma della volontà---------oggetto, per cui ci sarebbe un oggetto di fronte alla volontà, che successivamente, in base alle complesse variabili delle sensazioni corporee, stimolerebbe i suoi appetiti e cagionerebbe il desiderio di impadronirsene. Siamo talmente immersi in questo paradigma che persino chi ha individuato la struttura reale della "volontà" come "provocazione", si è sorpreso incapace di usare altra espressione che quella ridondante e paradossale, circolare e riflessiva di: "volontà di volontà". Ne è esempio eclatante Nietzsche, che ricorre all'espressione: "volontà di potenza", in cui chiaramente "potenza", rigettato ogni truismo che l'interpreta come "dominio, sopraffazione, distruzione", sta per dynamis (la potenza di fare, il divenire, la capacità non ancora determinata di un ente di entrare nell'atto), per cui qui sta per desiderio; l'espressione "volontà i potenza" è quindi parafrasabile senza problemi con "volontà di desiderio", "volontà di volontà", "desiderio di desiderio". [Le interpretazioni triviali non sono propriamente errate, ma i concetti cui ricorrono sono solamente prodotti accidentali della costituzione essenziale della volontà di potenza]
Ma la circolarità e riflessività di queste espressioni, il cortocircuito che generano, sono un chiaro segnale dell'insufficienza esplicativa del paradigma volontà-------oggetto relativamente alla struttura reale della volontà. Non ci si può crogiolare nel suono suggestivo ed ipnotico della circolarità. La volontà è intransitiva. Il soggetto ed il predicato del volere, in una lingua filosofica, aderente al reale, nonsarebbero seguiti da alcun complemento oggetto. La volontà è l'infiammarsi riflessivo, la masturbazione della forza che si accresce sino all'eiaculazione, che produce, scaricando la volontà all'esterno, ciò che noi chiamiamo oggetto, e che in realtà è l'immagine di cui la volontà ha bisogno per emergere alla coscienza. Ad un'essere privo di coscienza, le immagini e le rappresentazioni sarebbero del tutto superflue, perciò le pietre non vogliono nulla. Bisogna immaginare ciò che chiamiamo impropriamente volontà come un'espansione improvvisa e ingiustificata del nostro essere. Vogliamo essere più vasti, più ampi; vogliamo che lo stato del nostro essere attuale di dissolva per ricostituirsi, più ampio e insieme più precario e fragile, e coprire una porzione maggiore di realtà.
Per questo il dolore e la sofferenza sono imprescindibili per l'uomo, fino a far apparire la sua intera esistenza come una ricerca ininterrotta di autodistruzione. Il dolore è la dissoluzione dell'essere che gli permette di volere. Egli non ècapace di volere assolutamente nulla, è totalmente inerte, se prima non viene abbattutto e smantellato. Perciò il bambino vuole la madre solo come l'esito di una provocazione del dolore. Egli in realtà non vuole assolutamente nulla; vuole dibattersi urlare piangere. Questa furia nervosa (analoga a quella del sonno) trova forma nella disubbidienza e nel capriccio; infine investe completamente il regno dell'immagine e si dirige verso la madre, gettando in lei il sostegno, l'appiglio ed il collegamento attraverso cui scaricare l'energia. Tutto ciò che l'uomo vuole è di volere. Egli ha un disperato bisogno di volere, per cui anche nel linguaggio comune si usa dire che "un uomo senza desideri è un uomo finito". Ma il desiderio (di qualcosa) è solo il debole cosmetico applicato sull'inconfessabile vuotezza del contenuto della nostra volontà. In realtà solo un uomo che non vuole volere è "finito", oppure è un semidio, ma questi uomini sono rarissimi e difficilmente riconoscibili. Ma per le ragioni che ho esposto sopra, sarebbe più corretto affermare che l'approccio dell'uomo al "mondo" è la provocazione più che la volontà, il tentare il proprio essere, il minacciare continuamente la propria autodistruzione solo per poterne uscire fuori, proprio come succede nelle provocazioni tra i violenti; ed insieme uscirne fuori solo per poter di nuovo tornare a distruggersi.
Non escludo che dell'essere liberi faccia parte anche la consapevolezza che il mondo di immagini in cui viviamo, tessuto dalla nostra volontà, è solo l'indispensabile ma secondario livello di realtà prodotto da una tensione più originaria del nostro essere.

Nessun commento:

Posta un commento