mercoledì 15 settembre 2010

Avere Tredici Anni - Omaggio a cinque amici da un'epoca scomparsa

Pochi hanno la fortuna di vivere dei momenti di grazia che non rimangano soffocati solamente nel chiuso dell'individuo o della privatezza. Mi ritengo uno di questi. C'è stato un periodo della mia pubertà in cui potevo sentire chiaramente che tutte le dimensioni della mia esistenza si stavano espandendo. Avevo tredici anni ed insieme ad altri tre o quattro teste matte, individui completamente disadattati lasciavo libero corso alle più eccentriche scorrerie; plasmavamo e concretizzavamo in una comunità reale la nostra personalissima idea di libertà. La cosa davvero notevole è che già allora, proprio in quei precisi momenti, ero del tutto consapevole di cosa stava accadendo; e ciò mi rende certo del fatto che non sia la nostalgia e la distanza del ricordo ad aggiungere un'aura mitica a quell'epoca. La mia era una felicità integrale, attuale, attinta, definitiva. Al mio occhio presente quell'epoca appare piuttosto sminuita, come un tempo di ingenuità un po' pretenziosa ed astratta, un percorso pieno di banalità ed atteggiamenti logori.Tuttavia se fu un'epoca di perfezione lo si deve anche alla totale assenza di dicotomie quali banale-originale, grossolanità-elaborazione che la caratterizzava.
Le nostre coscienze erano completamente storidite da stimoli che solo noi sembravamo conoscere, nel paradossale stato di narcotica ebbrezza con cui attraversavamo, ignorandolo quanto beffeggiandolo, tutto ciò che ci circondava. L'irruenza vorticosa di questo stato dava forma ad ogni singolo gesto e manovra quotidiana, a nostro modo sovversiva. Ed era una furia che investiva proprio tutte quelle fere in cui i nostri coetanei e gli adulti sembravano riporre il senso più arcano della loro esistenza. A partire dalla dimensione del linguaggio. Il linguaggio fu la nostra camera germinale, l'elemento in cui nutrivamo i nostri germi schizoidi. La percezione del linguaggio che ci caratterizzava era quella del puro suono; sapevamo perfettamente che i suoni delle parole, insieme con i contesti di riferimento che evocavano, era uno dei principali strumenti di suggestione, presunzione, e convinzione nell'esistenza di senso che esistevano. E per ciò il linguaggio era per noi oggetto primario di scherno ed insieme strumento di gioco. Tutte le parole dei giornali, tutte, tutte le parole dei nostri coetanei il cui suono sembrava evocare qualche realà come una formula magica, la cui sola pronuncia avrebbe preteso di essere significativa, subiva da parte nostra un trattamento distruttivo, caustico, derisorio, umiliante. Erano parole come: "una segreto inconfessabili", "le cose importanti", "virtus...", "associazione culturale", "il campo di grano", "senso estetico"; tutte quelle parole insomma che da un lato gli adulti utilizzano "per intendersi", e dall'altro, ad un livello più profondo, sono colme di retorica ed in grado di evocare rapidamente tutta una serie di suggestioni intorno alle quali cresce la fiducia degli uomini nell'essere speciali, nel vivere una situazione speciale, in un luogo speciale. Per gli stessi motivi, primeggiavamo nel conio di parole dai suoni più vivaci e scoppiettanti, anch'esse oggetto della più impietosa autoironia, in un interminabile gioco mimetico. Eravamo un teatro vivente.
Alle stesse sorgenti decostruttrici si abbeveravano il resto delle nostre scorribande. La mancanza pressochè totale di qualsiasi senso della convenienza sociale, che affondava le sue radici in parte nel ribellismo adolescenziale che accomuna molti, ma in gran parte nella più schietta ignoranza e menefreghismo nei confronti delle regole che garantivano il minimo di decenza nei rapporti con gli altri, era il demone che sosteneva la nostra pirateria. L'assenza di un pudore per la nostra reputazione ci faceva urlare nei negozi; l'assenza del benchè minimo desiderio di piacere, men che mai al sesso femminile, ci portava ad assumere di fronte a loro atteggiamenti infantili e ad emettere versi bestiali; l'assenza di ogni rispetto per il nostro corpo era la base delle nostre imprese spericolate con le biciclette o di improvvisati tentativi acrobatici; l'assenza di ogni infame sentimento di conformismo sociale ci consentiva di andare in giro ovunque con vestiti dai colori non coordinati da due soldi, in un periodo in cui anche solo la colpa di non aver comprato lo stesso paio di scarpe nello stesso negozio era sufficiante a guadagnarsi l'irrisione e l'umiliazione da tutti.
Ogni cupo timore, ogni ansia febbrile, ogni precauzione era lontana miglia e miglia dal nostro spirito; da parte nostra noi ascoltavamo la musica che volevamo, andavamo in giro a lanciare i sassi con le mazzafionde e soprattutto riflettevamo sui costumi sociali. Non sentivamo neanche di essere liberi; lo volevamo, e per il resto il sentimento era quello di felicità che lo scrollarsi di dosso i pesi può conferire, ma non quello di "libertà". Per conoscere la libertà si deve conoscere la schiavitù. Noi la schiavitù non l'avevamo ancora conosciuta, i codici comportamentali, le reazioni che gli altri si attendevano da noi, le tacite norme che regolano il "convivere civile", i canoni estetici imposti dall'esterno e persino l'arma più balorda, sottile e pericolosa dell'emarginazione e dello scherno, non ci riguardavano assolutamente. A stento le riconoscevamo come pericoli per la nostra libertà. Erano per noi solamente smorfie, pose grottesche ed incomprensibili. Nel nostro animo non erano collegate a sentimenti di oppressione o lugubri. Erano piuttosto parte di una parata carnevalesca, di un gioco per noi completamente incomprensibile, inafferrabile, e perciò stesso, ridicolo. Ridicolo è infatti ciò che si fa comportandosi macchinalmente, indossando abiti trovati a terra senza averli vagliati. Anzi neanche al vaglio di ciò che non era nostro noi facevamo appello; riconoscevamo come realmente esistente solo ciò che scaturiva direttamente dalle nostre vite.

Una riflessione autocritica: se allora ero davvero più felice di quanto lo sia oggi è proprio perchè ancora non si era formata in me la coscienza del nemico. L'alienazione, la separazione e l'estraneazione dell'esistenza non erano ancora il Male, ma solo l'Assurdo. Una condotta conformista non era una condotta contro la quale ci schieravamo, ma molto più lievemente una condotta che non capivamo, incomprensibile. L'ignoranza, lungi dall'essere una colpa, è una posizione privilegiata da cui osservare con lucidità tutti i comportamenti privi di senso che gli uomini assumono ogni giorno senza accorgersene, il più delle volte andandone addirittura orgogliosi. Tanto più si ignorerà la legge, quanto più ci sembrerà assurdo quando ci colpirà. Ora sono invece troppo colto, troppo sapiente, troppo presuntuoso per limitarmi a ridere (non degli altri, ma dei meccanismi incomprensibili), per non fare di ciò che è estraneo all'uomo un nemico, per non rendere colpevole l'imputazione della colpa. Ormai sono sullo stesso piano del resto del mondo, è iniziata la lotta. Non mi limito a non comprenderlo, lo giudico e lo condanno secondo la legge. Certo anche prima quel mondo rappresentava per me una minaccia, ma non come uno schieramento avversario ed agonale, in una battaglia in cui per quanto i nemici sono diversi la posta in gioco è sempre la stessa, ma come vago pericolo e decreto indeterminato e incomprensibile. Sarà anche per questo che all'epoca tutti guardavano con maggior simpatia quei cinque deviati.

1 commento:

  1. fortunata oasi, che molti trovavano soltanto sporadicamente nei pomeriggi passati in cameretta a far penzolare i pupazzetti fuori dal davanzale.

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