Supera ogni ragionevole comprensibilità l'assoluta mancanza di influenza di ciò che una persona dice o fa, nella decisione sull'interesse che prendiamo nell'ascoltarla od osservarla. Ciò che permane ed agisce è solo la dimensione propagandistica dell'individuo, il suo volto da scaffale.
Ci sono persone che mi ascolterebbero anche se ogni mia parola fosse la confutazione stessa della loro possibilità d'esistenza.
Non è l'esteriorità a comunicare e persuadere. Tantomeno l'interiorità, che non trascinerebbe alcuno all'assenso, né convincerebbe alcuno al silenzio. Ciò che permane è la relazione di forza.
Ciò non è né buono né esecrabile. E' inarrestabile.
Dell'ordinario e prosaico progetto di dominio che ci orienta silenziosamente e con infallibile fiuto verso l'inflizione di sofferenza e la prevaricazione, fanno parte anche le persone che più ci affascinano e volentieri ascoltiamo. I nostri modelli sono gli enormi macigni che trasciniamo a fatica sulla strada del nostro nemico segreto, per ingenerare nel suo animo un senso di fustrazione, da cui traiamo godimento anche se ne siamo responsabili solo parassitariamente, nutrendoci delle carni del nostro idolo.
Ciò spiega agilmente e raccoglie, come un'autentico principio scientifico, un'ampia gamma di fenomeni; da un senso al nostro frequentare persone solo per abitudine o per "piacere", gente di cui ormai ci siamo annoiati ed altra che ci stimola, persone di fronte alle quali rappresentare la nostra commedia (superiori o inferiori che siano), altre da cui impararla, amici da cui farci lisciare il pelo, altri a cui lisciarlo...
"Adoro x, è esilarante". Ma qui c'è un clamoroso equivoco! Cos'è, perdiamo tutta la nostra finezza in logicis? Bisogna tenere rigorosamente separato il caso in cui si adora qualcosa che appartiene ad x, da quello in cui si adora l'occasione ghiotta che questo qualcosa ci offre.
Che cos'è d'altra parte la nostalgia? E' il ricordo in fuga rivissuto con lo sguardo del grafico pubblicitario. Il contenuto di quel ricordo ci è del tutto indifferente; esso potrebbe restituirci alla memoria i ceffoni della nostra vecchia maestra, così come il viale percorso con la nostra ultima verginità. Ciò che si offre all'occhio nostalgico è piuttosto il "che" di quel momento, l'etichetta "ceffoni di vecchia maestra" o "verginità perduta" che si può applicare sopra il ricordo.
L'etichetta non è qualcosa di morto, statico, arbitrario. Nella sua potenza riconduttrice ad archetipi, o comunque a situazioni typiche o tipi (typos), raccoglie il senso procurando un sentimento piacevole del flusso di vita. Si pensi alla potenza nel marchio che tanto ruolo gioca nella soddisfazione del consumo; oppure a quanto spesso ci sorprendiamo a ripeterci, anche in mente: "lo sto facendo, io sto davvero facendo questo", mentre facciamo qualcosa di cui ci interessa non tanto la realizzazione, quanto il "che"-l'abbiamo-fatto, il prestigio che quella effettuazione ci apporta di fronte a noi stessi o agli altri. Non in senso egoistico-psicologista o utilitaristico, ma estetico e fisiologico.
Il difficile non sarebbe tanto nel credere nell'incarnazione o nella resurrezione. Davvero, non iperbolicamente, in materia di relazioni sociali crediamo a cose decisamente più assurde ed inverosimili. La difficoltà è nel capire cosa ci sia poi di così importante.
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