L'infanzia è una malattia tristissima. Lo si riconosce dall'occhio catatonico dei bambini, che fruga nel vuoto e non trova nulla se non l'assurda assenza di giustificazione dell'esistenza. Negli asili l'aria è più irrespirabile delle saturazioni d'incenso delle cattedrali medievali; gli angoli degli asili non sono come tutti gli altri - le fuge del pavimento sono fughe malinconiche verso l'infinito "alcunché". Anche se non ce lo confessiamo, lo sappiamo: cerchiamo in ogni modo di curare le torbide turbe psichiche dell'infanzia. Gli stessi asili sono luoghi di gestione della follia, non molto diversi da istituti psichiatriche, dove guardandosi intorno non ci si offrono che brandine anonime, gente che si caga addosso, urla disperate per l'abbandono dei genitori, architettura dozzinale e scabrosa, violenza dell'uomo sull'uomo per un insignificante giocattolo. In mezzo a tanta rovina, è commovente vedere come il sistema educativo abbia nella storia cercato di nascondere questa malattia ai bambini, di fargliela dimenticare, al prezzo però di deminticarla essi stessi nei secoli. Si circondano i bambini di un mondo di colori, giochi, infrazioni delle ordinarie leggi fisico-psichiche, giostre, musiche. Vi assicuro che tutto ciò non è molto dissimile da una clinica psichiatrica. Lo stesso aspetto materiale del suono del pianto dei bambini, il suo timbro, ha qualcosa di ancestrale, che si perde nella lontananza dei tempi. E' questo il segreto della melancolia infantile. I fenomeni di deliquio, catatonia, malinconia, euforia, ossessione maniaco-compulsive, non sono che manifestazioni di un archetipico non-senso originario, della malinconia paleolitica che l'ominide doveva sentir scorrere sulla sua pelle sudata, nel suo respire bestiale, nella fibrillazione del muscolo, sulle secrezioni corporee come lo sperma, in quei rari ma regolari attimi in cui assiso sulla rupe si imbatteva nell'eccedenza di senso (o di non-senso) dell'esistenza rispetto ai tempi di riproduzione dell'esistenza. In una parola: quando l'uomo-scimmia aveva lo stomaco pieno, e si era appena lasciato alle spalle lo scopo immediato della caccia della preda o della raccolta dei frutti, sperimentava un assenza di scopi, appena prima di addormentarsi nel respiro lavico di una terra paradossale.
Il bambino e l'ominide. Allora non è una malattia quella del primo, ma un ancestralismo. Se è così, si tratta di un primitivismo comunque malato, ma nello stesso determinatissimo senso in cui si dicono malati gli stati allucinatori della febbre. Una malattia calda, irritante, che scorre sulla superficie biologica, è quella che affetta l'infante. Si osservino i suoi escrementi: caldi, vischiosi, irritanti...
Nei confronti di questa anomalia biologica la civiltà, con i felici rimedi-camuffamento di cui sopra, ha dato la sua più alta prova di delicatezza, di sensibilità nei confronti dell'umanità sconvolta. Costruendo con gli stessi materiali della follia (colori, danze, musica, gioco) un mondo felice per i bimbi, si comporta come quella dolcissima madre che al capezzale del suo bimbo irrimediabilmente malato di cancro, gli racconti un'ultima favola, quella sullo splendido mondo domenicale che si trova oltre il suo ultimo sonno.
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