domenica 19 giugno 2011

Il punto di raccordo

Ciò che a lungo, molto a lungo, la modernità andava inseguendo, dal divorzio delle due sostanze sottoscritto da Cartesio, vale a dire la riconciliazione tra soggetto ed oggetto, è stato cercato per troppo tempo in un luogo inadeguato. Questione che in Fichte diverrebbe addirittura decisiva, e comunque ad un altissimo grado di chiarezza e consapevolezza. Come concatenare l'innegabile "libertà" della coscienza, alla "necessità" dell'accadere fenomenico? Non cade forse anche la coscienza sotto le leggi fondamentali dell'accadere naturale? E non esistono i fenomeni naturali con tutte le loro leggi, solo per la coscienza conoscente e libera dal suo contenuto? Ma, come dicevamo, la risposta a questi problemi è stata cercata laddove mai poteva esserci anche solo una speranza di trovarla, vale a dire in un luogo teoretico-speculativo, nell'università, per esprimerci in termini storici. In modo perspicuo ciò lo esprimeva già Marx nelle Tesi su Feuerbach, o meglio ne rappresenta il contenuto in senso eminente. Per Marx, la risposta a questo problema speculativo non è affatto di natura speculativa, ma pratica, in senso essenziale. Quello dell'unità di soggetto ed oggetto ha ricevuto finora, dice marx, solo risposte idealistiche, tanto più "volgari" quanto camuffate da materialismo, come affermazione che la cosa in sé sia la materia, mentre la sua autentica soluzione sta nel concepire l'oggetto come attività, che egli determina come attività umana sensibile, vale addire che questà attività è da ricondurre ad una sfera storico (umana) - materialistica (sensibile).
Ma l'inadeguatezza della via di ricerca contrassegna già la posizione del problema così come, attraverso Fichte, l'abbiamo posto poco sopra. Perciò questo ha bisogno di una riformulazione. Come connettere l'attività rappresentativa soggettiva, il mondo delle immagini interne, delle percezioni esterne, delle emozioni, delle volontà, al mondo delle cose, della materia, degli oggetti che urtano e si separano meccanicamente, alle formule della fisica? In quale rapporto sono l'organico e l'inorganico, il vivo ed il morto, interno ed esterno?
Se ciò che funge da mediatore tra due sfere differenti ed in un primo momento separate, deve possedere qualcosa che appartenga alla prima, così come qualcos'altro che spetta alla seconda, allora una possibile risposta comincia a profilarsi all'interno della prassi sociale. Quando si scopre che le parole che ci sono state dette, le promesse che ci sono state fatte, le corrispondenti reazioni emotive che esse hanno scatenato, i luoghi che frequentavamo con una ragazza, le nostre piccole abitudini e filastrocche della frugale quotidianità, quando tutto ciò si rivela come ripetibile con qualcun altro, vale a dire come riproducibile (occhio a Benjamin), allora il nostro mondo di spirito, il mondo soggettivo, cade sotto la legislazione del mondo materiale-oggettivo, della statistica e dei grandi numeri, rivelando il suo volto mortifero e cosale, mostrando la facies "hyppocratica della storia" (Benjamin, Il dramma barocco tedesco). A dire il vero la prassi sociale, che costituisce la sostanza prima ed ultima di ogni nostra rappresentazione mentale od evento emotivo, non è propriamente un mediatore, perchè non si ripartisce equamente trai due membri (soggetto-oggetto), ma è piuttosto sbilanciato dalla parte del secondo. Esso non articola, rivela. Infatti, quando un attività soggettiva, "libera", viene a collocarsi nel mondo degli oggetti, è sempre troppo tardi per ritrovare in quest'ultimo un segno di vita, dello "spirito". Alla mondializzazione dell'uomo non corrisponde un'umanizzazione del mondo. Non c'è più niente di vivo nelle stesse labbra che baciano, sulla stessa panchina, di fronte lo stesso bar, che baciano milioni di altri uomini dopo aver baciato te. Ciò che permane invece è solo il contenuto sociale dell'azione, che mostra il fenomeno sub specie aeternitatis (un'eternità però del mutare delle forme storiche). Nell'esempio che abbiamo fatto, ciò che permane è l'assetto economico che accoglie il bar e afferma la relazione umana come mediata dalle cose (il caffè, il gelato...) all'interno del "tempo libero" che configura l'uomo come consumatore, e questa condizione di homo consumans marchia le sue relazioni, anzi è le sue relazioni, è quello stesso bacio e quella stessa relazione umana; ciò che permane è il rapporto sociale che su quei rapporti storico-economici si edifica, la stessa forma dell'incontro a due è un prodotto dell'individualismo romantico di stampo borghese, in cui le sfere dell'esistenza si sono rese autonome (arte, pensiero, amore, lavoro); è la stessa consuetudine sociale, determinata da un'infinità di elementi, come la ripartizione dei tempi di lavoro, le forme della proprietà, i mezzi di comunicazione, la situazione giuridica, le tecniche d'urbanizzazione etc., per cui il rapporto con l'altro diviene una prosecuzione biologica della cura del proprio corpo, vale a dire per cui non c'è alcuna differenza tra l'avere una ragazza e aver cura della propria igiene orale. Entrambe fanno parte di un'economia della cura del corpo. Ed, in ultimo, rende completamente intercambiabili gli individui tra di loro (la mia NUOVA ragazza), ritraducendo la "storia" (ovvero i contenuti propriamente spirituali del divenire) in natura (le funzioni biologiche che questo mondo di illusioni serve a garantire). Il rapporto tra soggetto e oggetto è quello benjaminiano tra fantasmagoria onirica e risveglio, feticismo della merce e riproduzione tecnica, tra il mondo multicolore del sogno e la sua fodera grigia e noiosa, osservabile solo da chi è sveglio. Oppure è quello dell'astuzia della natura, che garantisce la riproduzione della specie umana, in fondo l'unico orizzonte di senso umano, attraverso l'esca del piacere fisico ed intellettuale e della vita storica.
Non un mediatore che articola, dicevamo, ma un rivelatore. Questa apocalissi, questa improvviso trapelare del teschio al di sotto della carne florida, questa traduzione della coscienza in storia materiale, e di quest'ultima di nuovo in "storia naturale" (vale a dire una storia che non accompagna l'evoluzione delle forme umane d'esistenza, ma che in varie configurazioni ne garantisce il sempre uguale delle forme di sussistenza) è ciò che dovremmo cercare di afferrare saldamente, cercare di trattenere pur nel suo sguisciare rapidamente via, e ricadere nel sonno permanente di una vita interiore e soggettiva. La consapevolezza della natura pratico-sociale della verità, del carattere storico-materiale del cordone ombelicale che garantisce lo scambio tra soggetto ed oggetto, interno ed esterno, o meglio che vanifica questo stesso problema in quanto rivela il soggetto come giocato dalle forze materiali (storiche), offre sorprendenti similitudini, del tutto inaspettatamente, con il pensiero orientale ed il modo indiano di fare filosofia. Il nostro costante sonno, il nostro stato di ipnosi permanente, che ci chiude nell'illusione di poter pensare qualcosa, di avere una vita interiore, di essere un soggetto, che cala sulle nostre palpebre le cataratte del velo di Maya, che ci illude di essere individui ed in ultimo di essere punto, ha uno straordinario sapore esoterico. Non so se spetti a noi indagare il senso di questo legame problematico.

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