lunedì 6 giugno 2011

Significato sociale della nostalgia: un esempio marginale

Uno degli svariati lati del decisivo prisma dell'analitica della nostalgia, punto intorno al quale il pensiero oggi è innestato e deve pensarsi come tale, e con il quale il confronto è fatale. A dire il veri quello trattato qui sotto ne costituisce un aspetto decisamente esteriore e marginale.


Fin quando, di colpo, oggi pomeriggio, non ho potuto osservare questo fenomeno nello specchio caleidoscopico della socialità materiale, vale a dire dell'"uomo osservato sotto la prospettiva della cosa", ovvero attraverso un'analitica della società che difalca le individualità apparenti per afferrarne il contenuto materiale che le attraversa mettendole in relazione - quello dell'invidia per la vita piena dell'animale sano, e di conseguenza il senso di nostalgia scaturente da una vaga sensazione che qualcosa ci sia stato tolto, portato via, precluso per sempre, dopo un'infanzia che al contrario offre a tutti un'idea di cosa possa significare una società senza classi, rappresentava per me un'enigma più gravoso per la sua difficile comprensione che per il suo peso esistenziale. Ma oggi mi è passata davanti una coppia di dodicenni, già bellissimi ed accattivanti, disinvolti nel loro farsi strada attraverso le costanti richieste di prestazione che ci si richiedono. Ho pensato che di sicuro l'amica grassa di lei non avrebbe camminato a testa altrettanto alta.
Ciò mi ha permesso di afferrare più storicamente qualcosa cui prima guardavo per lo più antropologicamente. In un'epoca in cui nelle pubblicità in cui si allude all'amore i protagonisti coinvilti sono sempre modelli o comunque bellissimi, è facile comprendere quanto ci sia di storico e di attuale in tutto ciò. La nostra epoca è quella in cui l'amore ci è definitivamente portato via, precluso attraverso un sistema di immagini spettacolari che ce lo presenta come diritto esclusivo della classe dei fortunati. Il Titanic è per i belli, l'atollo paradisiaco di Dolce e Gabbana è per i perfetti, i tramonti malinconici sono per i sani. Di qui la nostalgia, che altro non è che un indefinito senso di perdita, il senso di allontanamento di qualcosa di inafferrabile, il risvolto mistico e non ancora portato alla coscienza di una civiltà che esclude fin da principio la fruizione della felicità da parte dei malati, un sentimento che impropriamente estendiamo fin nelle radici del nostro essere e spingiamo indietro fin alle origini del tempo (nostalgia di un'origine perduta). Questa origine perduta è in realtà un presente perduto di cui siamo stati sfacciatamente derubati.
Ma invece di aumentare l'oppressione angosciosa nel mio petto, questo risveglio mi ha permesso di scorgere le possibilità anarchiche di un paradiso attinto attualmente. Le condizioni per la fruizione della felicità infatti sono poste insieme alla linea divisoria che ne esclude un gruppo dal suo uso; né prima né dopo. Sia un determinato concetto di salute che l'esclusione di alcuni considerati brutti e malati fanno parte di un identico dispositivo storico, infallibile e ben oliato, il quale ripartisce l'umanità per biforcazioni che non cessano mai di dividere sdoppiare ed assegnare territori, senza che però si riesca a tener vivo nella memoria (ogni verità parziale fa dimenticare presto il suo essere parziale)) che si tratta solo di una ripartizione possibile, e non dell'unica necessaria. Ad esempio: da un lato si pone l'escursione nella natura come immagine della felicità, dall'altro, insieme, si escludono automaticamente gli uomini sulla sedia a rotelle, che difficilmente potrebbero attraversare la natura selvaggia. Ora, sta a questi ultimi mettere in discussione non l'uno o l'altro lato, ma la linea stessa, mostrarne l'assoluta arbitrarietà che, dissimulata, costituisce la violenza nella sua forma elementare. Di certo gli storpi non compiranno l'errore di prospettare l'istaurazione di una società futura interamente fondata sul privilegio dei mutilati e dei deformi; ciò significherebbe la semplice sostituzione di una linea divisoria con un'altra. Ma poichè non c'è società senza linea di esclusione e di separazione, se l'utopia di una futura città giusta crolla e non può più essere sognata dagli esclusi, i quali devono essere onsapevoli che tutta la loro speranza e tutte le loro sofferenze derivano da un desiderio di vendetta, cosa resta loro? Il pensiero più estremo che è stato pensato sull'argomento lo si trova nell'opera di Benjamin. Lucidamente scorge nell'odio una forza indispensabile affinché la voce degli oppressi non venga sommersa dal corso inarrestabile della "catastrofe permanente" della storia universale, ma insieme esclude radicalmente qualsiasi pianificazione rivoluzionaria del futuro. In partcolare si legga la XII tesi sul concetto di storia:

"Il soggetto della conoscenza storica è di per se la classe oppressa che lotta. In Marx essa figura come l'ultima classe resa schiava, come la classe vendicatrice, che porta a termine l'opera di liberazione in nome di generazioni di sconfitti. Questa coscienza...fu sempre scandalosa per la socialdemocrazia...Essa si compiacque di assegnare alla classe operaia il ruolo di redentrice delle generazioni future. E recise così il nerbo della sua forza migliore. La classe disapprese, a questa scuola, tanto l'odio quanto la volontà del sacrificio. Entrambi infatti si alimentano all'immagine degli antenati asserviti, non all'ideale dei discendenti liberati."

Si tratta di una contestazione invisibile, esplosiva, silenziosa, puntuale. Il raccoglimento di tutte le speranze di restitutio ad integrum degli oppressi. Ma esiste o è mai esistito nella storia un agire politico siffatto? "Pensieri che avanzano con passi di colomba, muovono il mondo"; si può star sicuri infatti che, ammesso che sia mai esistito, difficilmente esso può aver assunto uno spazio di visibilità facilmente circoscrivibile e concettualizzabile. Ogni politica visibile si muove infatti sul tracciato della "socialdemocrazia", vale a dire secondo progetti, agire secondo mezzi-fini, quando sarebbe esattamente la distruzione di quest'ultimi a liberare l'uomo dal fardello del lavoro e da ogni altra schiavitù. Concepire ogni evento come innocente e irresponsabile, far saltare le linee divisorie mostrandone i margini di contingenza - queste sono pratiche quotidiane di cui si nutrono la spiritualità buddista e cristiana, più che la politica nel senso amministrativo e gestionale in cui la si intende correntemente. Il fatto non è fatto, il passato non è passato, esso è pur sempre ed ancora...incompiuto.

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