giovedì 16 giugno 2011

Un solo nome, differenti pratiche: il filosofo

La constatazione che oggi la filosofia abbia un ruolo esclusivamente decorativo, poggia sul riconoscimento dei suoi prodotti come meri prodotti culturali, che si situano accanto ad altri articoli culturali di massa quali film e musica. Non è semplicemente il mercato del libro, e quindi una circostanza esteriore, a renderla tale. Il suo tratto di intrattenimento intellettuale, di puro gioco - in Nietzsche già c'era il presentimento, pur privo di coscienza materialistica, che nel mondo dopo la "morte di Dio", vale a dire, con il dominio dell'uomo medio e del consumo di massa, la filosofia si sarebbe ridotta a gioco di concetti di Dio, e di altri dei creati dall'uomo (Al di là...capitolo sulla religione) -questo carattere è il motore dello stesso filosofare. Si consideri due eminenti esperienze del pensiero francese, il signor Derrida e lo scapestrato Deleuze. La loro è un agone alla creazione del concetto più ricercato ed originale, più peregrino e sottile, più accattivante ed attraente. Le stesse qualità che il consumatore medio, accecato dalla convinzione di avere gusti originali, ricerca in cibi, romanzi, accessori etc. Con ciò non voglio dire che la filosofia contemporanea sia prima di valore di verità, e tantomeno asservita ai sistemi di produzione e al mercato. Semplicemente essa è un prodotto culturale, sul cui rilevamento non è necessario soffermarsi più di tanto con atteggiamento intellettualistico. Ciò non toglie che la verità oggi sia accessibile solo a partire dal profilo modesto del prodotto culturale, dalla semantica dell'intrattenimento...
Nel medioevo la filosofia era teologia. A partire da Dio di filosofava e a Dio si ritornava. Ancilla, serva teologiae. L'ente era indagato in quanto ens creatum, ed il mondo racchiudeva la totalità di essi. Organo di propaganda della santa sede? Può darsi...certamente fu sempre anche questo. Ma prescindendo dall'osservazione di un fondamento cristiano che va ben aldilà del collegio curiale, anche qui è da evitare una fuga intellettualistica. Neanche su Dio, si filosofa a partire dal vuoto dei cieli. Quello della teologia è un linguaggio, una semantica imprescindibile, in quanto nutrita delle condizioni socio (chierici) - economiche (le vaste proprietà vescovili o monastiche) che la formano. Anche in essa sono contenuti riflessi non intenzionabili di verità.
E nella Grecia antica? Cos'era la filosofia nel fulgore delle sue origini? Se anche qui cerco di indagarne i sotterranei materiali, mi imbatto presto in alcune difficili difficoltà. Lo storico ci dice che in età tardo antica il filosofo si avviava verso quella metamorfosi che l'avrebbe trasformato in uno dei fasti delle corti dei grandi re. Oppure: maestri prezzolati, retori assorbiti dal negotium, consiglieri regali, tutto quel grande apparanto insomma che serviva ad alimentare culturalmente le monarchie o le elites cittadine. Ma spingiamoci un po' più indietro. Cosa trovamo nella Grecia classica? sembriamo imbatterci ancora in personaggi politici; certo ora si tratta di figure più austere e vigorose, più indipendenti ed altezzose, propositori od impositori di costituzioni "giuste", nostalgici nel crepuscolo dell'aristocrazia rifugiatisi tra le colonne di un tempio, oppure eroi che inciampano mentre sono impegnati a guardare le stelle; ma soprattutto grandi fondatori di scuole esoteriche (aldilà del carattere mitologico delle scuole ioniche ed eleatiche, ci sono Pitagora o Platone...). Cosa sarebbe in definitiva il filosofo greco? Un politico? Un maestro di pratica civile? Un organizzatore di piccoli centri di resistenza politica nei confronti della polis ormai egemone? E di nuovo, a questo punto, è davvero indelicato cercarne il profilo sociale? Rischia questo di demolirne l'autorevolezza? Non è solo a partire da qualcosa che si filosofa?
Ma cosa ce ne facciamo della filosofia. Fin qui si è parlato di filosofia solo per omonimia. In fondo è solo questione di semantiche e di linguaggi codificati. Che si tratti di industria culturale, della difesa delle due chiavi di Pietro, o di pratica politca - sono queste forse occupazioni nelle quali non è possibile indagare l'"essere"? Un essere che non è qualcosa di estraneo e separato dalle condizioni, ma è lo stesso lavorio di scavo interno ad esse?

Nessun commento:

Posta un commento