domenica 8 agosto 2010

Perchè la donna non ha peli sul sedere

In un piccolo paese della Calabria, diviso tra il mare e ed aridi appennini, mio padre era solito ascoltare dai custodi della tradizione racconti il cui bouquet di significati non era predeterminato dal testo stesso, come vorrebbe un assurdo assioma dell'art pour l'art, ma dal tessuto reale in cui di volta in volta venivano tramandati. Allora le case non avevano l'assurdo odore di "pulito", dai soffitti affumicati da braceri privi di cappe pendevano derivati del maiale; l'ordine domestico e la pulizia delle case non si commisuravano in base ai nevrotici criteri di donne la cui folle autonomia mentale si sovrappone all'ambiete vissuto reale. La preparazione del pranzo e della cena era un'operazione estremamente lenta, basti pensare solo al fatto che per portare l'acqua ad ebollizione si doveva precedentemente accendere il fuoco in quelli che erano veri e propri falò domestici, i cui fumi avevano la possibilità di fuggire solo se i braceri venivano costruiti vicino alle rare finestre. Il messia della tecnica ancora non aveva pensato alle cucine a gas per ridurre il tempo che le donne dedicavano al focolare, a vantaggio di quello che dedicano ora allo stato. I bambini non erano corpi teneri da sottoporre a profilassi, ma esperimenti da mettere in atto per le vie del paese. Il tempo non era il luogo della costruzione di un ideale di efficienza, prestazione e tempo libero, ma una tumefazione progressiva dell'esperienza, incicciottita da eventi. E poichè quello che per le vie di questi piccoli intrecci di mattoni, fumo e vie sperticate quello che accadeva aveva ancora un senso, per quanto spesso dettato da inintelligibili decreti, mio padre poteva ascoltare questo ed altri racconti da chi ne aveva ascoltati molti più di lui, mentre andava a raccogliere le ghiande per la pastura per i tacchini e non ci si imbatteva arbitrariamente come il cosmopolita nel racconto di un ragazzo straniero in viaggio di scambio interculturale, o su un'enciclopedia di curiosità. Ciò che accadeva, e perciò anche il modo in cui la tradizione perveniva al singolo, entrava a far parte di una totalità vivente ed organica che costituiva il respiro dell'esperienza, l'aria respirabile, il mezzo fluido in cui i singoli viventi irradiavano la loro esistenza.

Si narra che un giorno la Donna, che con la sua diabolica astuzia era riuscita ormai a rendere suo marito l'esecutore immediato di tutti i suoi più volubili capricci, ed esercitava su di lui un potere più costante ed efficace di quello del marito che la batteva, superò davvero ogni limite e si convinse di poter avere la meglio anche sul Diavolo in persona. Su tutte le furie, perchè il marito aveva ritenuto più opportuno portare le primizie dei suoi alberi di fico prima alla donna che l'aveva allattato che a lei, decise di presentarsi al cospetto del diavolo per rubargli l'oscuro potere di trarre dalla terra, per tutto l'anno, frutti di stagione per ogni stagione. Superata la fonte oltre della Nivera, praticamente invisibile ad un occhio che non fosse stato del posto, appartata tra gli arbusti crespi e odorosi che costellavano lo slargo in cui la sabbia di fiume riposava dopo la piena tumultuosa dell'inverno, la donna si inoltrò nel piccolo boschetto e poco una breve e fresca passeggiata raggiunse la Tana del Diavolo. Il diavolo, imbronciato per la deludente visita, lui che ne aveva conosciute a milioni di donne altrettanto impertinenti, l'accolse comunque accanto a sé sulla sua grande pietra piatta. Nessuno sa quali furono le ragioni che la donna avanzò per ottenere l'abilità magica tanto agognata. Quello che è certo è che qualsiasi cosa il diavolo ribattesse, lei riuscisse in ogni caso a spuntarla. La donna infatti era molto brava ad offrire ragioni, brava più del diabolicissimo diavolo. Il diavolo cominciò a spazientirsi, perchè capì che sul terreno dialettico in cui la donna continuamente lo trascinava, quello delle conciliazioni degli argomenti, delle lusinghe, del compromesso, e dei vantaggi reciproci, proprio non poteva spuntarla. Immerse allora la sua larga pala nella fornace che avvampava ai loro piedi e, minacciata la donna, che sulle prime continuò ad esporre le sue tornite ragioni senza che il fatto che nessuno la ascoltasse la turbasse minimamente, prese e rincorrerla. Ma, proprio quando nella rapida e stridula fuga della donna non riuscì a raggiungerla che nel didietro, sul quale posò tutta la superficie della sua pala pienadi carboni roventi, fu costretto a sostare sulla soglia della sua tana, per evitare gli angeli del signore pronti a proteggere perfino l'impertinente malcapitata. E' inutile dire che la donna non si avventurò più nella tana del diavolo per avanzare qualche sua capricciosa pretesa, e tornò a tormentare l'uomo. Ma i peli sul sedere ustionato non le crebbero più.

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