domenica 15 agosto 2010

Storia illuminata e storia degli effetti

La concezione della storia presente nella tesi di fondo di "Dialettica dell' Illuminismo" è ancora troppo semplicistica e miope, perchè guarda la storia da troppo lontano. Stando ad Horkeimer ed Adorno, che qui riprendono ed sviluppano le conseguenze della concezione della storia in Marx, nella storia, le società emancipatesi dal mito e dalla sottomissione del loro sviluppo a condizioni meramente naturale, vedono riprodursi nei loro stadi economicamente e "culturalmente" più avanzate forme mitiche di coesistenza, in cui la totalità sociale sta di fronte agli individui come un ineluttabile destino, una necessità naturale, qualcosa di estraneo. L'Illuminismo, la potenza che dovrebbe liberarci dalle forze del destino e dalle forme naturali di potere che si erigono su di esso, non fa in realtà che riprodurle ad un livello più alto.
Del tutto depurata dal concetto di progresso, questa visione della storia è certamente da accogliere, nelle sue linee generali, e non si potrebbe fare altrimenti, visto che si tratta solo di uno sguardo "generale" sulla storia". Il suo imperdonabile limite è appunto quello di essere troppo dialettica, troppo concettuale. Non che ci sia necessariamente bisogno di un' attenzione maggiore ai "fatti", che non è di questo che qui si sta parlando. Guardare più da vicino significa in questo caso ristoricizzare questa stessa concezione della storia , leggere i segni della sua provenienza dal tempo. Nonostante, come detto poco sopra, la teoria di Horkeimer-Adorno si sottragga completamente a qualsiasi seduzione di tipo progressista, essi irrigidiscono, non storicizzano il loro principale concetto: quello di Illuminismo. Dalla loro concezione sembra come se il ripercuotersi dell'estraniazione mitica, dell'impotenza dell'uomo di fronte al proprio destino (sociale) dipenda da una non identità dell'illuminismo con se stesso, ovvero dall'incarnarsi dell'illuminismo nella storia in modo affatto diverso (opposto) da come il suo concetto indicherebbe; vale a dire, in modo affatto diverso da come si trova nelle teste di Horkeimer e Adorno, o di chi per loro. Nella fuga dell'illuminismo in un assiologico scandalo per ciò che esso "in realtà" rappresenta per l'occidente, si esprime tutta la miopia e la presunzione a-storica dell'occidente che dell'illuminismo reale ha subito gli effetti profondi. I due filosofi possono così liberamente, ma solo implicitamente, commisurare la realtà della logica illuminista, che possiamo accogliere così come è stata tracciata nella loro dialettica, ad un criterio astratto, il più indeterminato e vago. Questo criterio è il concetto di illuminismo come emancipazione dalle occulte ed inintelligibili forze destinali, l'estraneo destino in cui l'uomo si imbatte, invece di riconoscere se stesso e la totalità della dinamica sociale, concetto da cui viene semplicemente reciso come presunto effetto accidentale quello della riproduzione del destino in nuove forme, come se i due lati non fossero, nonostante le loro esplicite dichiarazioni, entrambi parte di un unico processo storico.Sussiste tacitamente l'utopia tanto astratta dal tempo quanto pericolosa, di un possibile illuminismo privo dei suoi effetti "cattivi".
E' qui che bisogna guardare più da vicino, non perdere mai di vsta l'origine storica di un tale concetto di emancipazione, cui è da imputare gran parte del limite dell'opera di Marx. Nonostante si riconoscano gli effetti menzogneri e devastanti dell'illuminismo (nell'accezione estesa non circoscrivibile al XVIII secolo, ma da rilevare piutttosto in tutto il percorso dell'occidente ivilizzato), si continua a concepire la felicità e la liberazione sulla base di questo modello, come annichilimento totale dell'alienazione irrazionale ed estraniante, come trasparenza assoluta (quindi sovra-storica) dell'uomo e del suo destino a se stessi. Inversamente, l'illuminismo nasce nel tempo. Questo ingressonella storia lo rende immediatamente uno schieramento in lotta, un antagonista la cui stessa ragion d'essere è solo l'annientamento di qualcos'altro, la cui esistenza si protrae a detrimento di qualcos'altro. L'illuminismo è un dispositivo di potere tra gli altri, probabilmente il più organizzato e potente, in grado di modellare e compenetrare tutte le sfere dell'esistenza, e l'unico che è riuscito a far dimenticare i suoi nemici quasi definitivamente. La sfera in cui ciò è più flagrante è quella della cultura. Tutto ciò che la scienza ufficiale respinge oggi come pseudo-scientifico ed arretrato, di cui le masse si beffano, che le autorità politiche demonizzano come "settario", l'immensa invisibile massa di ciò che l'illuminismo lascia nell'ombra, le viscere rivoltose dell'illuminismo, è l'insieme dei nemici che esso costantemente mette a tacere, di cui squalifica i discorsi, che lascia a margine e svergogna di fronte al suo magniloquente splendore. Ma esso splende solamente perchè è l'unico che si è appropriato del diritto di compiere le sue scorrerie sotto il sole. E il riconoscimento che dobbiamo a Foucault per averci indicato l'invincibile macchina da guerra con cui esso opera, la squalifica dei discorsi e l'individuazione, che in altre parole sono un'infame messa in ridicolo di ciò che si vuole eliminare, e la cui balorda arroganza emerge ancor più se si pensa all'impotenza in cui sono stati relegati i suoi avversari, non sarà mai abbastanza.
L'emancipazione illuministica dall'"irrazionale" è quindi un'operazione composta e molteplice, bellica, che nulla ha a che fare con la libertà. Articolando questa emancipazione dal punto di vista logico e non cronologico si può distinguere una prima fase di irrazionalizzazione dell'avversario, che consistere nel far apparire come irrazionale, primitivo, arretrato, retrogrado, barbaro, superstizioso, tutto ciò che non si conforma alla sua razionalità o lotta contro di essa. Nella seconda fase la sua ragione comincia ad apparire come LA ragione tout court, scompare come razionalità particolare e strumentale, per apparire come l'universale fine dell'uomo, verso cui l'umanità necessariamente tende, o il fine più desiderabile, verso cui l'uomo deve tendere; questa seconda fase si chiama universalizzazione. Infine, nella terza ed ultima fase, l'"illuminismo" può procedere ormai indisturbata all'eliminazione vera e propria dell'avversario, sviluppare e dispiegare il suo potente apparato bellico di liquidazione del nemico, sapendo di poter agire ormai indisturbato, poichè nessuno protesterà per l'emarginazione di un avversario che nelle due fasi precedenti è stato squalificato fino a non apparire neanche più come nemico contro cui combattere, ma come semplice residuo che non ha posto in un mondo che è ormai l'unico mondo dell'illuminismo.
Chiuderò citando un ampio brano tratto dal "Concetto del Politico" di Carl Schmitt, testo in cui l'apparato bellico dell'universalizzazione "illuministica" che noi abbiamo suddiviso qui in tre fasi, è arricchita attraverso un'analisi condotta sotto un'impietosa luce politica.

"Dal carattere concettuale del 'politico' consegue il pluralismo del mondo degli Stati. L'unità politica presuppone la possibilità reale del nemico e quindi un'altra unità politica, coesistente con la prima. Quindi sulla terra, finché esiste uno Stato, vi saranno sempre più Stati e non può esistere uno "Stato" mondiale che comprenda tutta la terra e tutta l'umanità. Il mondopolitico è un pluriverso non un universo.. Perciò ogni teoria delloStato è pluralistica...L'unità politica non può essere, per sua essenza, universale nel senso di un'unità comprendente l'intera umanità el'intera terra. Se i diversi popoli, religioni, classi e altri gruppi umani della terra fossero così uniti da rendere impossibile ed impensabile una guerra fra di loro, se la stessa guerra civile, anche all'interno di un impero comprendente tutto il mondo,nonvenisse più presa in considerazione, per sempre, neppure quanto a semplice possibilità, se cadesse perfino la distinzione di amico e nemico [che per C.Schmitt è la distinzione che fonda il politico], anche come pura eventualità, allora esisterebbe soltanto una concezione del mondo, una cultura, una civiltà, un'economia, una morale, un diritto, un'arte, uno svago(1)ecc. non contaminate dalla politica ma non vi sarebbe più né politica né Stato. Se e qaundo tale "stato" del mondo e dell'umanità sorgerà, non so. Per ora esso non esiste. Sarebbe solo disonesta finzione assumerlo come esistente e sarebbe una illusione destinata a cadere in fretta ritenere che, poiché oggi una guerra fra grandi potenze diventa facilmente una "guerra mondiale"[la prima versione del saggio risale al 1932], la conclusione di tale guerra dovrebbe conseguentemente rappresentare la "pace mondiale" e costituire quindi quella idilliaca situazione finale della spoliticizzazione completa e definitiva.
L'umanità in quanto tale non può condurre nessuna guerra, poichè essa non ha nemici, quanto meno non su questo pianeta. Il concetto di umanità esclude quello di nemico, poichè anche il nemico non cessa di essere uomo e in ciò non vi è nessuna differenza specifica. Che poi vengano condotte guerre in nome dell'umanità [e questo è il punto decisivo, conduzione di guerre così come legittimazione di processi storici universalizanti, che sono sempre guerre contro le forze divergenti e marginali] non contrasta con questa semplice verità, ma ha solo un significato politico particolarmente intenso. Se uno Stato combatte il suo nemicopolitico in nome dell'umanità, la sua non è una guerra dell'umanità, ma una guerra per la quale un determinato Stato cerca di impadronirsi, contro il suo avversario, di un concetto universale per potersi identificare con esso (a spese del nemico, allo stesso modo come si possono utilizzare a torto i concetti di pace, giustizia, progresso, civiltà, per rivendicarli a sé e sottrarli al nemico. L'umanità è uno strumento particolarmente idoneo alle espansioni imperialistiche ed è, nella sua forma etico-umanitaria, un veicolo specifico dell'imperialismo economico. A questo proposito vale, pur con una modifica necessaria, una massima di Proudhon: chi parla di umanità, vuol trarvi in inganno.
Poclamare il concetto di umanità, riciamarsi all'umanità, monopolizzare questa parola tutto ciò potrebbe manifestare soltanto- visto che non si possono impiegare termini del genere senza conseguenze di un certo tipo - la terribile pretesa che al nemico va tolta la qualità di uomo, che esso dev'essere dichiarato hors-la-loi e hors-l'umanité [fuori-legge e fuori l'umanità, disumano] e quindi che la guerra dev'essere portata fino all'estrema inumanità(2).
...
Il concetto umanitario di umanità del XVIII secolo voleva essere una negazione polemica dell'ordinamento aristocratico-feudale o per ceti allora esistente e dei relativi privilegi[Ecco l'origine particolare dell'"universale. la genesi storica dell'eternità]"

(1) Della nota che segue questo termine, il cui utilizzo definire pionieristico è riduttivo, aggiunta nel 1962, trent'anni dopo ed in tutt'altra situazione politica europea rispetto alla prima pubblicazione del saggio, riporteremo solo un breve passaggio di interesse estrinseco all'argomento di questo scritto, ma di grande portata per le linee guida di questo blog: "Nel termine da me impiegato di svago sono però presenti anche riferimenti allo sport, all'impiego del tempo libero e ai nuovi fenomeni di una "società del superfluo" di cui non avevo ancora preso chiara coscienza nel clima allora dominante della filosofia tedesca del lavoro".

(2) Segue una nota di Schmitt che copieremo interamente: "A proposito del 'bando' della guerra, cfr. sopra, S. Pufendorff (De jure Naturae et Gentium, VIII, c VI, cap. 5 cita, aderendovi, l'affermazione di Bacone, secondo cui determinati popoli sarebbero "proscritti già dalla stessa natura" come ad esempio gli indiani, che mangiano carne umana. Gli indiani del Nordamerica sono poi stati realmente sterminati. Con lo sviluppo della civiltà e la crescita della moralità, per farsi proscrivere in quel modo è forse sufficiente qualcosa di più innocui del cannibalismo; forse, un giorno, basterà addirittura che una nazione non possa pagare i suoi debiti.

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