Mi è stato rimproverato che il tono utilizzato nelle mie riflessioni sulla tecnica suoni datato e assurdamente reazionario. Nelle mie parole risuonerebbe la nostalgia per condizioni tecniche antecedenti, attraverso la demonizzazione di quelle attuali. Il solo mio rifiuto di categorie di valore per i meri processi tecnologici (vd. supra) avrebbe dovuto fugare ogni dubbio al riguardo. A ben vedere ciò che produce confusione nei miei scritti è la costatazione di fatto che la tecnica attuale atrofizzi le possibilità del corpo (e di conseguenza dello spirito) dell'uomo e che rendendolo mite e malleabile rappresentino un'inedita fonte di potere. In ciò sarebbe inclusa una demonizzazione assoluta della tecnica. Quello che in verità io affermo è invece da una parte che la tecnica ha un posto nelle riflessioni politiche solo in quanto strumento afferrato dalle classi in lotta, e che quindi la sua valutazione deve tenere conto della posizione che si prende all'interno di questa lotta; dall'altra che l'accelerazione quantitativa del processo tecnico nell'ultimo secolo comporta un salto quantitativo, vantaggioso alle nuove forme che il potere ha assunto.
"Inattuale è inoltre questa considerazione, perchè cerca di intendere qui come danno, colpa, e difetto dell'epoca qualcosa di cui l'epoca va a buon diritto fiera..." (Nietzsche, prefazione a Sull'utilità e il danno della storia per la vita)
Appropriandomi di questa locuzione nietzschiana, definirei il mio pensiero riguardo latecnica "inattuale", più che passatista o reazionario. Ovviamente irequisiti minimi per pensare nel modo dell'inattualità sono: che si soffra in prima persone, fin nelle radici del proprio essere, di ciò che è l'appiattita attualità,
"Inoltre a mia discolpa non deve essere taciuto che le esperienze che suscitarono in me quei sentimenti tormentosi, io le ho attinte per lo più da me stesso. e che solo in quanto sono allievo di poche passate, specie della greca, giungo a esperienze così inattuali su di me come figlio dell'epoca odierna." (Nietzsche, prefazione a Sull'utilità e il danno della storia per la vita)
e che si abbandoni la prospettiva meramente biologica dei giudizi di valore sulle epoche, la quale ovviamente fa apparire la nostra epoca di salute diffusa migliore di quelle precedenti. Insomma che ci si occupi di faccende storico-filosofiche, e non biologico-private.
Abbiamo visto come per Marx l'evoluzione delle forze produttive sia la condizione della rivoluzione, non in se stessa, ma solo se sottratta all'attività espropriata. Ora, l'inattuale scorge nel presente il lato negativo, poichè il presunto lato positivo è semplicemente il sonnifero che rende più sopportabile la propria totale assenza di partecipazione, l'espropriazione del proprio prodotto e del proprio agire, ed il conseguente vuoto di senso. La scrittura inizia solo laddove si soffre il presente, non dove si è conciliati con esso. E poichè il futuronon esiste, o è al più modellato sotto le forme presenti dei dispositivi di sapere-potere, la voce della liberazione può provenire solo dal passato. Come per Benjamin, anche per l'inattuale la salvezza sta in ciò che avrebbe potuto essere,non in ciò che potrà essere. In ciò che abbiamo perso, che ci è stato strappato, rubato. La celebrazione dell'avvento del futuro è la celebrazione di chi non soffre il presente, che del futuro prepara inesorabilmente le basi distruttive. Il dolore non sente ragioni, l'ingiustizia e la malinconia di una vita vicaria, vissuta dalle immagini e nelle immagini (vd. Debord, la società dello spettacolo), non potra mai essere riscattato dal premio di consolazione medico che ci prolunga la vita del 50%.
Ciò ovviamente non significa che l'inattuale guardi con nostalgia al passato e ritenga anche solo per un istante desiderabile o verosimile un ritorno alle sue condizioni materiali. Il suo sguardo nutrito di passato, lo rende estremamente consapevole che il presente è qualcosa di divenuto, di sorto, il passato gli serve come strumento differenziale per far esplodere il presente, e combattere ciò che nel presente lo opprime. E' questo il senso della "genealogia", che Foucault, assiduo lettori di Nietzsche, applicava come metodo a tutte le sue opere. Sarebbe assurdo credere che quando egli mette a confronto le tecniche punitive medievali, in resoconti pieni di atrocità barbariche, immagini spettacolari truculente e sanguinose, con le descrizioni deipiù moderni dispositivi penali, il cui esito fu la giurisdizione penale napoleonica, egli rimpianga la brutalità sanguinaria delle prime, ed accusarlo di passatismo. Egli intende piuttosto mettere in luce il modo in cui le forme di potere mutano, si trasformino, trapassino in dispositivi più "spirituali" ed invasivi, nonechè meno visbili, di potere, il loro divenire e trapassare, per minare la loro apparenza di necessità. Ancora più assurdo sarebbe accusare Foucault di passatismo. Se l'ideale su cui Foucault costruisce la sua critica alle procedure penali fosse stata la sofferenza fisica del minor numero di individui, egli non avrebbe scritto Sorvegliare e Punire, e si sarebbe accodato al coro delle voci che esaltano l'"umanità" delle procedure moderne. Ma le sue forze critiche provengono da altrove, egli è insofferente nei confronti di ogni tipo di dominazione. Perciò il pensiero critico si sofferma sull'arroganza totalitaria del potere attuale, non sui suoi "progressi". Mette a nudo in quanto mere configurazioni ed equilibri in cui il potere può esercitarsi più diffusamente ed "economicamente", i progressi umanitari, e così facendo decostruisce il presente minando la sua presunta superiorità e compattezza, nella speranza di una liberazione futura.
"...non saprei infatti che senso avrebbe mai la filologia classica nel nostro tempo, se non quello di agire in esso in modo inattuale - ossia contro il tempo, e in tal modo sul tempo e, speriamolo, a favore di un tempo venturo." (Nietzsche, prefazione a Sull'utilità e il danno della storia per la vita)
Ma l'agire contro il presente non è una semplice finzione strategica del amterialista storico, che "sceglierebbe" di guardare solo il lato negativo del presente. Egli soffre fino in fondo questo presente, gli è indigesto. Ed oppone a questo presente un passato che è in questo senso si strategico, in quanto non è un passato storiograficamente oggettivo, ma un passato che reagisce con il presente in maniera esplosiva, opponendovisi. E' quello che Foucault chiama "uso parodistico e buffonesco della storia" (Nietzsche, la Genealogia, la Storia), che riassumerò con un brevissimo esempio. Presentarsi con una trottola di legno ad un'esposizione videoludica, e giocare con essa fingendo di divertirsi un mondo, sarebbe un uso politico parodistico e buffonesco della storia,da parte di un bambino che soffre particolarmente la lontananza dal suolo e dalla terra originata dalla reclusione tecno-ludica. Non che settant'anni fa, nell'epoca delle trottole sarebbe stato senz'altro felice. Ma quella trottola è per lui oggi un'arma contro il presunto progresso, uno strumento di arresto della storia, quale per Benjamin è la rivoluzione.
Il problema non è quindi tanto la tecnica in sé, quanto i rapporti sociali in cui essa si irradia e che insieme essa sostanzia.
"Questo concetto volgarmarxistico di ciò che è il lavoro, non si sofferma a lungo sulla questione di come il prodotto del lavoro agisca sui lavoratori stessi finchè essi non possono disporne: vuol tenere conto solo dei progressi del dominio della natura, non dei regressi della società. Esso mostra già i tratti tecnocratici che più tardi s'incontreranno nel fascismo...Il lavoro, come ormai viene inteso, ha per sbocco lo sfruttamento della natura, che viene contrapposto, con ingenua soddisfazione, allo sfruttamento del proletariato."(Benjamin, Tesi sul Concetto di Storia, dalla Tesi XI)
L'esempio corrente del telefonino, in cui sono integrate moltissime attività per il cui svolgimento si necessitava precedentemente di numerosi dispositivi differenti (cabina telefonica, computer, connessione ad internet su un computer, consolle videoludica, navigatore satellitare, supporto magnetico o digitale per la riproduzione di musica, registratore analogico o digitale, televisione, epistole e missive, etc.), è quantomai calzante. Sarebbe del tutto insensato rinunciare e considerare come questa integrazione totale ridimensioni considerevolmente le competenze manuali, linguistiche e persino motorie del corpo umano. Ciò però non significa che questa atrofizzazione delle menti vada a vantaggio di un qualche gruppo di potere ben individuato. La direzione del processo è opposta: i rapporti economici, tecnici e sociali, possono oggi sopravvivere solo attraverso una anestetizzazione del corpo umano. Al materialista storico spetta sottolineare come questa anestetizzazione, o per usare i suoi bei nomi, la comodità, il benessere, non siano un progresso dell'umanità, ma l'esito di un potere che si dispiega tecnocraticamente (aldilà della terminologia a tratti rigidamente marxista che Benjamin adotta, ma con piena consapevolezza dell'utilizzo adeguato al presente di quel linguaggio, come "sfruttamento", "dominio" etc.). L'obiettivo del materialista attuale non è quello di riportare in vita condizioni del passato insieme alle tecnologie che da quelle condizioni erano inscindibili (ogni totalità sociale, e quindi ogni economia, consente lo sviluppo di determinati dispositivi tecnici e non di altri, non si possono astrarre gli strumenti tecnologici occidentali, ad esempio, ed impiantarli nella totalità sociale del terzo mondo). Egli sa bene che l'innegabile dispiegamento delle facoltà psico-motorie erano pagate al prezzo di duri rapporti di dominio sociale, ma insieme che il presente non ha abolito quella dominazione, nè attenuato l'alienazione. Il suo interesse è quello di interrompere la celebrazione che canta le lodi della superiorità presente nei confronti del passato (origine di ogni razzismo anche contro popoli contemporanei considerati arretrati). Il presente è solo un'altra configurazione di potere, e se ci si sente a proprio agio e fortunati in esso, è solo perchè si è stati ormai completamente assorbiti dalla sua struttura generale. L'individuo muta insieme alla totalità sociale; quello attuale è completamente pervaso dal terrore della morte e del dolore fisico da cui la totalità sociale tenta ad ogni costo di tenerlo lontano, non per un qualche complotto organizzato da parte di un gruppo privilegiato di potere, ma perchè il potere (che non è altro che l'impalcatura instabile che costituisce il teso rapporto tra tutti gli elementi sociali) può dispiegarsi solo attraverso queste strategie. Nel Capitale Marx descrive la società borghese analiticamente, come se si trattasse di una trattazione di scienza naturale, ed è per questo che egli può e deve, così come ogni materialista critico, utilizzare le categorie astratte di classe, capitale, interesse di classe, dominatori, sfruttamento. La realtà confonde sempre ogni categoria teorica, in essa sfruttatore e sfruttato si confondono. Foucault lo ha messo in luce, descrivendo la struttura fluida del potere. Ma quando il materialista parla, ancora oggi, di classe dominante, non si riferisce ad altro che al presente. Ed è contro di esso che egli agisce.
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