Battezziamo questo blog con uno scritto che approfondisce tematiche spesso affrontate nel blog di Alceverde e talvolta con Alceverde, con un attenzione particolare ai temi sul quale sembra vertere la divergenza. Il post contiene inoltre alcune linee guida sulle quali si svilupperà questo blog. Divideremo in due parti lo scritto perchè torrenziale, ma in realtà formano un unico, organico scritto.
"Una classe oppressa è la condizione vitale di ogni società fondata sull'antagonismo delle classi. L'affrancamento della classe oppressa implica dunque di necessità la creazione di una società nuova. Perchè la classe oppressa possa affrancarsi, bisogna che le forze produttive già acquisite e i rapporti sociali esistenti non possano più esistere le une a fianco degli altri. Di tutti gli strumenti di produzione, la più grande forza produttiva è la classe rivoluzionaria stessa. L'organizzazione degli elementi rivoluzionari come classe suppone l'esistenza di tutte le forze produttive che potevano generarsi nel seno della società antica.
Ciò vuol dire forse che dopo la caduta dell'antica società ci sarà una nuova dominazione di classe, riassumentesi in un nuovo potere politico? No.
La condizione dell'affrancamento della classe lavoratrice è l'abolizione di tutte le classi, come la condizione dell'affrancamento del "terzo stato", dell'ordine borghese, fu l'abolizione di tutti gli stati [nel senso feudale di stati con privilegi determinati]ie di tutti gli ordini.
La classe lavoratrice sostituirà, nel corso del suo sviluppo, all'antica società civile un'associazione che escluderà le classi e il loro antagonismo, e non vi sarà più potere politico propriamente detto, poichè il potere politico è precisamente il riassunto ufficiale dell'antagonismo della società civile...
E' solo in un ordine di cose in cui non vi saranno più classi nè antagonismo di classi, che le evoluzioni sociali cesseranno d'essere rivoluzioni politiche..." (da Miseria della Filosofia, Marx)
In quest'ultima pagina di Miseria della Filosofia, le stringate linee guida che Marx offre come modello della rivoluzione, mostrano in tutta la sua tragicità le difficili contraddizioni in cui ogni teoria della rivoluzione incorre. Queste contraddizioni nascono dal fatto che ogni pensiero genuino del riscatto, dell'"affrancamento", deve pensarlo come definitivo, seppur nella consapevolezza di un'impossibilità della fine della storia. Ciò di cui non si può in alcun modo dubitare, pur nelle inestricabili aporie in cui ci invischia, è che Marx abbia concepito la rivoluzione come qualcosa di definitivo ("Ciò vuol dire forse che dopo la caduta dell'antica società ci sarà una nuova dominazione di classe, riassumentesi in un nuovo potere politico? No."), come riscatto delle classi oppresse dal loro servaggio, e non come speranza nei confronti di ciò che verrà.
"In Eternité par les astres Blanqui non mostrava alcun astio contro la fede nel progresso, ma fra le righe la sommerge di scherno. Non è affatto detto che egli con ciò divenga infedele al suo credo politico. L'attività di un rivoluizionario di professione, quale fu Blanqui, non presuppone la fede nel progresso, ma solo la ferma risoluzione di spazzare via l'ingiustizia presente. L'insostituibile valore politico dell'odio di classe consiste proprio nel dotare la classe rivoluzionaria di una sana indiferenza rispetto alle speculazioni sul progresso. In effetti, rivoltarsi per indignazione di fronte all'ingiustizia presente è altrettanto degno dell'uomo, e inoltre appare anche più simile all'uomo. Di pari passo con questa indignazione procederà la ferma risoluzione di strappare all'ultimo momento l'umanità dalla catastrofe che di volta in volta la minaccia. Fu questo il caso di Blanqui. Egli si è sempre rifiutato di abbozzare piani per ciò che verrà 'poi'" (Benjamin, frammento J 6, 3a dai materiali preparatori del Passagen-Werk)
"'Su un' idealistica fede assoluta nel progresso Marx ed Engels hanno naturalmente ironizzato (Englels elogia Fourier per aver introdotto nella sua trattazione della storia anche il futuro tramonto dell'umanità. come Kant vi aveva introdotto il futuro tramonto del sistema solare). In questo contesto Engels si fa beffe anche della "vuota chiacchiera circa l'illimitata capacità di perfezionamento dell'uomo"'. Lettera di Duncker a Grete Steffin, 18 luglio 1938" (Benjamin, frammento J 64, 2 dai materiali preparatori del Passagen-Werk)
La classe oppressa sigillerà e porrà la parola fine alla dominazione (in che misura questa fine sia realmente una fine sarà tema di ciò che segue). Qui bisogna fare molta attenzione a non confondere l'interpretazione socialdemocratica del pensiero marxiano, con quella genuina. L'origine di questa confusione è certo una certa ambiguità nello stesso pensiero marxiano. Nel passo citato in apertura dovrebbe risultare tuttavia più chiara la considerazione marxiana del progresso. "L'esistenza di tutte le forse produttive che potevano generarsi nel seno della società antica", quelle che la classe dominante e il gregge al seguito chiama "conquiste", "acquisizioni irreversibili", sono in realtà considerate da Marx il presupposto imprescindibile dell' "organizzazione degli elementi rivoluzionari come classe". L'accrescimento delle forze produttive, l'incremento tecnico sociale, lungi dal rappresentare conquiste e pietre miliari del miglioramento delle condizioni materiali dell'umanità, è in realtà il lavoro che la società antica compie contro se stessa, è la programmazione della sua autodistruzione, se la classe rivoluzionaria deciderà di impugnarle e di utilizzarle esclusivamente come strumento di lotta. L'evoluzione e il dispiegamento tecnico nel lavoro, e le condizioni sociali del lavoro che da esso dipendono, contengono un potenziale distruttivo, che inizialmente coopera con la classe dominante nell'oppressione di quelle subalterne. Di per sé, le comodità, le accelerazioni, e le estensioni dei suoi vantaggi ad un maggior numero di partecipanti non sono assolutamente rilevanti. Spetta alla classe rivoluzionaria, che in fondo resta "la più grande forza produttiva", di volgere questo potenziale distruttivo contro chi la opprime, volgendola con un rovesciamento improvviso a proprio vantaggio. La domanda su cosa ne sarà di noi "dopo" la "rivoluzione", dopo questo rivolgimento, proviene da una prospettiva che è irrimediabilmente conformista (solidale con il presente).
Se Marx ha effettivamente ironizzato su questa "idealistica fede nel progresso", è perchè la sua concezione della rivoluzione prendeva le distanze da quella borghese. Ciò vale a dire che in Marx è del tutto assente l'attesa socialdemocratica di un miglioramento graduale delle condizioni dell'uomo e dei lavoratori mediante gli strumenti delle conquiste legali e tecniche. Ciò è indice di una concezione della liberazione che si libra molto al di sopra del sogno di un mondo che sia del tutto al riparo dalle malattie, dalle morti sul lavoro, dalla fatica del lavoro, dalla morte. Il suo concetto di rivoluzione è nutrito da un desiderio di riscatto, giustizia e lotta. Fin quando le acquisizioni del moderno non vengano impugnate da chi è oppresso, esse restano principalmente un anestetico nelle mani del potere estraniato, come illustrato da Debord nella Società dello Spettacolo. In medicina "anestetico" è ciò che priva del dolore. Ma ciò che priva del dolore, camuffa così facendo le ingiustizie perpetrate, e il sentimento dell'ingiustizia. Poichè il dolore naturale, non è di per sé già un'ingiustizia. Solo un'umanità stanca e timorosa potrebbe partorire una vision così vigliacca del Male dell'umanità. Ingiustizia, quella autenticamente storica, che riguarda i rapporti tra gli uomini, non è che si permetta il morire di malattie ignote alla scienza, ma che la propria attività appartenga ad altri o ad altro. E' questa la teoria marxiana dell'alienazione. "Le forze produttive" che possono generarsi solo "nel seno della civiltà antica [pre-rivoluzionaria]", vale a dire anche la scianza, la medicina, le tecniche mediche ed agricole, assumeranno un autentico significato liberatorio solo se intenzionate all'"organizzazione della classe rivoluzionaria". Il che significa che da sole non sono affatto nulla di positivo, dal punto di vista della liberazione. Per quanto possa essere moralmente edificante la favola che oggi molte più persone vivono in salute e più a lungo, ciò non tocca in alcun modo il pensiero politico. Solo da una prospettiva spoliticizzata, oltre che pavida e vile, ciò significa vivere "meglio". L'ambito puramente naturale della vita biologica, esula dall'agire politico e dalle sue motivazioni che si nutrono peraltro meglio dell'"odio di classe". Bisogna ricordare che è tra i luoghi comuni più cinici e volgari dei peggiori sciovinisti quello per cui "uno che ha fame non protesterebbe mai, diversamente dai perdigiorno comunisti, che non hanno fame e quindi voglia di lavorare, contro il loro suo padrone". Va da sè che l'operaio che scende in piazza abbia prima già mangiato, goda di buona salute, e, naturalmente, sia biologicamente vivo.
Le profezie di Marx, che con l'abolizione delle classi sarebbe cessata ogni dominazione ed ogni potere politico, non si sono avverate. Questa considerazione non invalida però in alcun modo il pensiero marxiano tout court, tantomeno lo rende meno valido come strumento di lettura degli antagonismi attuali. Così come, per sua stessa ammissione, sono scomparsi gli stati medievali con i loro privilegi, nulla ha potuto escludere che le forme di dominio perpetratesi nelle classi, non potesse trasferirsi altrove sotto nuove forme. Queste nuove forme non sono più semplicemente economiche, come ha messo in luce Foucault, ma sono complesse tecnologie di potere-sapere, che investono l'individuo sin nel suo costituirsi in quanto tale. Le categorie di lotta, la supremazia dei rapporti sociali sugli individui, la preminenza delle strutture materiali sul pensiero, sulla legge ed il potere, rimangono perciò centrali. Ed il concetto di "classe oppressa" può continuare ad essere utilizzato come sinonimo di "soggetto investito dal potere", non separato, certo, ma che si sostiene solo su ciò che investe, e in esso si esaurisce.
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