Aldilà di una loro chimerica conciliazione, bisogna praticare la teoria e teorizzare la prassi. Perchè la prassi praticata è ciò che già avviene in ogni istante, e solo se le maglie della prassi saranno dilatate dalla facoltà propria della teoria di esibire l'altro da ciò che meramente sussiste, si creerebbe lo spazio di una prassi realmente trasformatrice. Sull'esigenza di teorizzare laprassi, e la sua fecondità, è superfluo insistere, il marxismo è proprio questa prassi teorizzata. Una teoria che pensi se stessa, che rimanga nell'ambito del pensiero è una teoria reazionaria (ovvero, chi la scrive non soffre).
Tuttavia si ritiene più conveniente praticare il pratico, condividere "interessi" e "passioni", hobbies, fuggendo la discussione non oziosa sull'arte e sul possibile, sull'altro dall'esistente. Ci si appella al proprio presunto diritto di essere felici, spensierati, "liberi". Nella pratica, si è solo praticamente spensierati. L'altra faccia della medaglia di questo atteggiamento consiste nel lasciare l'arte, la cultura, ridotta a mera curiosità, e quindi relegando il proprio rapporto con essa ad un ambito contemplativo, nei libri e nei musei. E così, ciò che si apprezza, elogia ed addirittura invidia in sede teorica, culturale, si misconosce e rinnega recisamente, ma con sfacciata disinvoltura e completa convinzione d'innocenza, quando si parla con le persone in cui quotidianamente ci imbattiamo, o che da lungo tempo frequentiamo. "Il decostruzionismo deve rimanere sulla tela", è questo il motto dei fautori dell'autonomia della cultura.
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